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La democrazia ha bisogno delle élite

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Martedì, 22 Settembre 2020

Sabino Cassese, insigne giurista, accademico e giudice emerito della Corte Costituzionale, non si dimostra sorpreso dalle tesi di Garett Jones, che andrebbero viste nell’ambito di un quadro più vasto, e non in contraddizione con il principio della rappresentatività democratica

Sabino-Cassese-giurista

Professor Cassese, sembrerebbe emergere l’idea che sia il sistema democratico il responsabile del fallimento delle politiche degli ultimi anni. È un modo per assolvere la classe politica o c’è qualcosa di vero?
Sia i regimi autoritari sia quelli democratici, in misura eguale, si sono dimostrati alcuni lenti e inefficaci e altri attivi e pronti. Insomma, la linea di distinzione non corre tra regimi autoritari e regimi democratici, ma tra forme statali più consolidate ed efficaci e forme statali meno capaci. La pandemia ha messo a dura prova tutti i sistemi politici e gli equilibri sociali. Da questa prova vengono conferme e smentite. Il sistema sanitario americano si è confermato molto carente. Il sistema politico di quel Paese troppo accentrato. In Italia, la sanità ha mostrato le carenze messe in luce già lo scorso anno dall’Ufficio parlamentare di bilancio e dalla Commissione europea. L’equilibrio centro-periferia italiano si è rivelato sbilanciato. E così via. 

È d’accordo con l’autore, quando afferma che democratizzare le decisioni oltre un certo punto è contrario al benessere del Paese? 
Può esser contrario alle aspettative di decisione rapida. Ma bisogna considerare che quella che noi chiamiamo democrazia è composta di molti elementi, che compensano la democrazia in senso stretto. La corta veduta dei rappresentanti del popolo è compensata dalle Costituzioni, alcune delle quali hanno addirittura norme definite eterne, non emendabili, destinate a durare per sempre. La democrazia in senso stretto è anche compensata da titolari di cariche più lunghe (il Presidente della Repubblica, in Italia). Poi, le decisioni democratiche sono compensate dalla pluralità di democrazie: si vota per scegliere rappresentanti nei Comuni, nelle Regioni, nello Stato e nel Parlamento europeo. Poi, vi sono corpi meritocratici, come i giudici, o i professori, che fanno sentire anche essi la propria voce. Insomma, non siamo solo nelle mani di politici nazionali. 

Noi abbiamo una delle migliori Costituzioni del mondo, ma i nostri governanti si comportano come se fosse superata rispetto alle esigenze politiche ed economiche di questi tempi. È vero? 
La Costituzione italiana è per un verso miope, per un altro presbite. Debole nella parte sull’esecutivo, forte nella parte sui diritti e sulle garanzie. Visionaria, molto lungimirante per una parte, troppo modesta nelle aspirazioni, per un’altra. Attuata per un verso, dimenticata per un altro. Pensi soltanto a quanto visionarie erano le norme oggi dimenticate sui consigli di gestione, sulle comunità di lavoratori e utenti, sulla partecipazione del risparmio popolare alla proprietà dei grandi complessi produttivi del Paese, sulla imparzialità di amministratori e giudici. Purtroppo, questa parte che guarda lontano non è stata attuata, è anzi stata proprio dimenticata. 

Fino a pochi mesi fa si discuteva di semplificazione burocratica, in quanto tra le maggiori responsabili proprio delle lungaggini decisionali che denuncia Garett Jones, e ora paradossalmente la burocrazia diventa il baluardo contro le smanie di consenso dei politici: quanto c’è di vero in questo? 
Alla burocrazia si imputano tutti i mali dello Stato. Bisogna distinguere le colpe del Parlamento e dei partiti, da quelle della burocrazia in senso stretto. I primi configurano le leggi, la seconda è chiamata ad attuarle. La burocrazia dovrebbe esser un baluardo contro la partitizzazione o politicizzazione dell’esecuzione (ma non lo è di fatto) e la fedele attuatrice dei dettati normativi (e lo è solo in parte, ma non solo per sue responsabilità). 

In generale non ritiene che anche solo immaginare di tornare a un governo delle élite economiche rappresenti la sconfitta di tutti i valori civili conquistati nel Novecento? 
Occorre distinguere. Delle élite c’è bisogno in una democrazia. Apprezzare le élite non vuol dire essere contro la democrazia. La tensione o la dialettica élite-popolo è un lievito vitale per la democrazia. Quest’ultima è fatta di molte componenti, non solo di elezioni periodiche. Una delle componenti è quella della separazione dei poteri. Anche Rousseau non pensava che l’esecutivo fosse nelle mani del popolo. 

Diversi intellettuali e imprenditori hanno denunciato la svolta statalista in occasione della pandemia. C’è realmente questo rischio? 
C’è, e deriva da due fattori. Sul breve periodo, la pressione dei bisogni, perché le imprese sono in difficoltà. Sul medio e lungo periodo, gli interessi dei partiti, che dispongono di altri posti dove sistemare propri “clienti”. 

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