Cantina enologica Centopassi

MODELLO VIRTUOSO. Una “buona pratica” è rappresentata dalla Cantina enologica Centopassi, in provincia di Palermo. L’azienda richiama nel nome il film diretto da Marco Tullio Giordana: Luigi Lo Cascio vestiva i panni di Peppino Impastato, ucciso nel 1978 per la denuncia antimafia da lui condotta, anche con toni irriverenti, attraverso la libera Radio Aut. La Cantina è oggi una delle realtà più produttive tra quelle nate su aree confiscate, grazie alle sue uve di alta qualità: bianche (Chardonnay, Catarratto, Grillo) e rosse (Nero d’Avola, Syrah, Merlot, Cabernet Sauvignon, Perricone)

Valgono oltre due milioni di euro le ville, le auto e i moto­cicli – alcuni d’epoca – seque­strati a inizio marzo dalla Guar­dia di Finanzia alla cosca Giam­pà di Lamezia Terme (Cz). E am­montano a 15 milioni di euro complessivi le varie società e imprese, tra cui un agriturismo di lusso, mes­si sotto sigilli dalle Fiamme Gialle a inizio anno. Un’ope­razione che ha interessato cinque imprenditori del capoluogo siciliano, tratti in arresto nell’aprile 2009. Lo stato dell'arte delle confische
Intanto, tra indagini e controlli, sono già passati quattro anni. Chissà quanto tempo ci vorrà prima che ne ven­gano autorizzate le confische definitive. Solo successiva­mente a tale provvedimento, infatti, il capitale mafio­so viene devoluto allo Stato che deve destinarlo entro e non oltre tre mesi.
«Negli ultimi 30 anni sono stati quasi 13 mila i beni mobili e immobili sequestrati e confiscati. Tra il seque­stro e la confisca intercorrono anche cinque, sette o die­ci anni», spiega a Business People Dario Caputo, dirigen­te ufficio Macroarea 2 (Regioni del Nord e del Centro- Italia, Campania e Sardegna) Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestra­ti e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc). Una struttura sotto la vigilanza del ministro dell’Interno, isti­tuita solo da poco, nel 2010. Non più di 30 dipenden­ti fissi, sotto la direzione del Prefetto Giuseppe Caruso, immersi in un calderone magmatico di dati, burocrazia e numerosi problemi gestionali. Lotta alla mafia, il riutilizzo sociale dei beni confiscati
«Consideri che sull’80% di quei beni si rilevano delle cri­ticità», prosegue Caputo. Certo, dopo svariati anni delle coltivazioni agricole vanno recuperate, degli edifici pos­sono diventare inagibili e i vecchi macchinari azienda­li andrebbero ripuliti e oliati, o meglio ancora innovati. Fattori, questi, che complicano le stime a valore dell’in­gente patrimonio sottratto alle cosche, e che oscillereb­be in una forbice compresa tra i 20 e i 40 miliardi di euro. Come fa presente Caputo, un tasto dolente è poi rap­presentato dai «gravami ipotecari iscritti sulle confische, che ne bloccano la destinazione e hanno pesanti ricadu­te sulla collettività». Nell’ultima relazione dell’Anbsc si valutava che il capitale totale opponibile, senza conside­rare i debiti verso lo Stato, ammontasse a 228 milioni di euro, a cui andavano sommati interessi pari a circa 122 milioni. Cifre da capogiro, pesanti come macigni su un Paese in profondo rosso. «Tra le varie aree che necessi­tano di nuove disposizioni in materia», sottolinea Capu­to, rivolgendo così un pensiero al nuovo esecutivo, «bi­sognerebbe innanzitutto impedire il fatto che lo Stato sia costretto a pagare degli interessi su mutui concessi a im­mobili di questo genere».

DOVE SI CONCENTRA L’IMPRENDITORIA MAFIOSA. «Nel 52,3% dei casi si tratta di abitazioni e terreni; il 39% circa è costituito da vetture, gioielli e denaro e, infine, l’8,7% è rappresentato da aziende e titoli societari. Som­mando tutto quanto, il “tesoretto” sottratto dal 1983 al 2011 alle organizzazioni criminali sale a 20 mila unità», commenta Marco Dugato, Adjunct Professor of Crime Statistics Transcrime, centro interuniversitario di ricer­ca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dell’Università degli Studi di Trento. Di recente il team di cui fa parte ha concluso un rapporto sugli investimen­ti delle mafie nella Penisola, condotto con una precisa metodologia scientifica. Attraverso un’analisi sistemati­ca del database dei beni confiscati in Italia, per esempio, «la ricerca ha permesso la mappatura del territorio nazio­nale in base a diversi parametri, come l’indice di presenza mafiosa (Ipm) fotografando i territori dove le mafie sono più attive». Sicilia, Campania e Calabria in primis, specie per quanto riguarda i terreni agricoli. I settori economici più gettonati? Quelli a bassa tecnologia, con intensità di manodopera e frequenti rapporti con le amministrazioni locali. «Spiccano il commercio all’ingrosso e al dettaglio (29,4%), le costruzioni (28,8%), ma anche alberghi e ri­storanti (10,5%) e attività immobiliari (8,9%)», aggiun­ge Dugato. Quando poi tali imprese, dopo decenni, pas­sano sotto una diversa, e legale, gestione, spesso si assi­ste a un nuovo bagno di sangue. Delle circa 1.700 azien­de confiscate e date in gestione dallo Stato dal 1982 al 2012, infatti, solo 57 risultano attive sul mercato, appena 67 hanno dei dipendenti.
Eppure ci sono casi che hanno saputo distinguersi in que­sto panorama desolante. Società che, dopo iniziali boi­cottaggi e atti intimidatori, hanno ripreso a produrre e dare occupazione. E nuovi business avviati da cooperati­ve a cui i Comuni hanno affidato edifici e terreni.
«Si tratta di ricchezza pulita, con una forte ricaduta terri­toriale, che ha innescato un circolo economico virtuoso in via di continua e rapida espansione», scrive la giorna­lista Ina Modica nel suo recente libro Speranze nate libe­re , che presenta una fotografia dettagliata dell’attuale pa­norama nazionale sui beni confiscati e illustra alcuni casi eccellenti, in particolare siciliani.

Calce­struzzi Ericina Libera, cooperativa Terre di Don Peppe Diana

DAL CEMENTO AI LATTICINI. A sinistra, i cantieri di Calcestruzzi Ericina (Tr). A destra alcuni prodotti della cooperativa Terre di Don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dalla Camorra nel 1994. «Nel caseificio di Castelvolturno (Ce), inaugurato solo nel 2012», racconta il presidente Massimo Rocco, «lavoriamo mozzarella di bufala campana Dop». Il gruppo gestisce anche altri terreni confiscati, sempre nella provincia casertana. Da quelli di Pignataro Maggiore «arrivano i nostri paccheri. Una pasta tipica campana, con un nome simbolico: in dialetto locale “pacchero” significa “schiaffo”».

LA SECONDA VITA DI CALCESTRUZZI ERICINA. Proprio dalla Trinacria arriva un modello imprenditoria­le, storia di grande tenacia e resistenza. Quella della Calce­struzzi Ericina Libera, impresa edile di Trapani. Oggi con­ta 14 dipendenti e un fatturato di oltre 1 milione di euro nel 2012. Niente male per un’azienda ufficialmente rina­ta solo nel giugno 2011, e operante in un mercato, quel­lo edilizio, fortemente colpito dalla crisi. «Ma ora stiamo scontando effetti congiunturali, che riguardano un po’ tut­ti nel comparto. Per fortuna nulla a che vedere con quanto è successo nel 2001», spiega il presidente Giacomo Messi­na. Si riferisce a quando, in seguito all’arresto del boss Vin­cenzo Virga e alla confisca dell’impresa, «la mafia ini­ziò a fare pressioni sugli abituali clienti, perdemmo oltre il 50% degli incarichi… L’obiettivo dei clan era farci falli­re per poter ricomprare la Calcestruzzi a prezzi stracciati». Fu da lì, tuttavia, che arrivò la spinta perché sei ex dipen­denti formassero l’attuale cooperativa. Fondamentali, nel tempo, sono stati gli appoggi del prefetto di Trapani Ful­vio Sodano, dell’associazione Libera di Don Luigi Ciotti, delle amministrazioni locali e di Banca Unipol. Sogget­ti imprescindibili per far ripartire e innovare gli impian­ti, nel 2008-2009, per un investimento complessivo da tre milioni di euro. Inoltre, «per aver accesso agli 1,13 mi­lioni di euro nell’ambito del Programma operativo regio­nale (POR) Sicilia (in attuazione delle strategie di inter­vento delineate dal Piano di Sviluppo del Mezzogiorno, ndr )», aggiunge Messina, «la Calcestruzzi avrebbe dovuto aumentare il capitale sociale. La strategia dell’amministra­zione giudiziaria, devo dire lodevole, è stata allora quella di far inserire, nella compagine societaria, un’altra impresa confiscata, l’Immobiliare Strasburgo di Palermo».
L’azienda trapanese ha raggiunto anche un altro impor­tante traguardo: «Accanto alla produzione di calcestruz­zo, che rimane attività primaria, come seconda filiera pro­duttiva abbiamo sviluppato il recupero degli “sfabbricidi”, gli scarti edilizi, altrimenti destinati alla discarica o, peggio ancora, abbandonati nell’ambiente», conclude Messina.

BACCO È LIBERO. A Nord del Salento, nella provincia di Brindisi, tra Me­sagne, San Pietro Vernotico e Torchiarolo, si distendono circa 70 ettari di terreni confiscati, in cui sono stati appic­cati anche la scorsa estate vari incendi dolosi. La loro ge­stione è affidata alla cooperativa Terre di PugliaLibera Terra, che impiega 20 persone. Oltre un milione di euro il valore complessivo della produzione nel 2012. «Annualmente vendiamo circa 100 mila bottiglie di vino puglie­se, anche al di fuori dell’Italia; per esempio, nel Nord Eu­ropa, negli Stati Uniti e nel Sud Est asiatico», spiega il presidente Alessandro Leo. «Contiamo poi 80 mila botti­glie di passata di pomodoro; 8 mila sono quelle di olio pu­gliese ricavato da ulivi secolari della regione. E 300 mila le confezioni commercializzate di sostitutivi del pane (taral­li e freselle)». La cooperativa brindisina presenta una real­tà analoga a quella dello stabilimento enologico siciliano Centopassi, in memoria del giornalista Peppino Impasta­to, a San Giuseppe Jato (Pa). La Cantina (17 mila mq, circondata da altri 6 ettari di terreno) ha una capacità di 2.100 ettolitri e realizza 350 mila bottiglie l’anno. È gesti­ta dalla cooperativa Placido Rizzotto, composta da 15 gio­vani formati e selezionati dal Consorzio Sviluppo e Lega­lità. Quest’ultimo, attivo dal 2000, raggruppa otto comuni della provincia proprio per consentire una migliore gestio­ne dei beni confiscati sul territorio (700 ettari su cui lavo­rano circa cento persone per produrre pasta, vino, meloni, pomodori, miele, conserve e legumi).

Cascina Caccia, Hiso Telaray, Cangiari

LOTTA ALLA LEGALITÀ. Al centro la Cascina Caccia a Chivasso (To); in basso a destra i vitigni pugliesi da cui si ricava il vino Hiso Telaray (così si chiamava il giovane migrante albanese che si ribellò al caporalato dei campi salentini, ucciso nel 1991); a sinistra una creazione fashion firmata dal brand calabrese Cangiari

RETI ILLECITE NON SOLO AL SUD. Negli anni, però, la Piovra ha esteso i suoi tentacoli anche a Settentrione. Specie nel Nord Ovest, in par­ticolare in Piemonte e in Lombardia. A Chivasso (To) è situato «il più grande bene confiscato del Setten­trione, con un alto valore simbolico»: la Cascina Cac­cia. «Proprio da lì, nel 1983, partì l’ordine della fami­glia Belfiore di assassinare il procuratore torinese Bru­no Caccia». A parlare è Enzo Cascini dell’associazio­ne Acmos, a cui è stata affidata, nel 2008, la gestione della struttura (oltre mille mq di superficie). Accan­to alle attività di educazione alla legalità che i cinque giovani, che in essa abitano e lavorano, portano avan­ti, «coltiviamo anche l’ettaro di terreno circostante. In parti­colare, produciamo circa una tonnellata all’anno di miele biologico, che commercializ­ziamo a marchio Libera Ter­ra». I proventi sono serviti a ristrutturare cascina e fienile, lasciati volutamente danneggia­ti dalla precedente proprietà. Nel frattempo, è stato piantumato an­che un noccioleto «in attesa che sia pronto per la produzione della varietà Dop Tonda Gentile del Piemonte», aggiunge Cascini. «L’obiettivo è realizzare in futuro, nei nostri laboratori, del torrone di qualità con miele e nocciole da noi coltivati».
Spostiamoci a Milano, «diventata la nuova capitale del­la ‘ndrangheta. In Lombardia operano 500 affiliati appar­tenenti ai diversi “locali” disseminati in tutta la Regione». Così inizia Le mani sulla città d i Gianni Barbacetto e Da­vide Milosa. A novembre 2010, nel capoluogo lombardo, proprio in un immobile confiscato alla mafia calabrese è nato SpazioCangiari, prima boutique dell’omonimo brand di alta moda etica ed ecologica di proprietà del gruppo cooperativo Goel (termine che ha radici bibliche, e indi­ca “il liberatore”, “il riscattatore”). «Siamo una realtà della Locride con 120 lavoratori dipendenti, che registra un va­lore aggregato di quasi 5 milioni di euro annui nella produ­zione, spaziando dal sociale al turismo, dall’artigianato al­l’agroalimentare», spiega il presidente Vincenzo Linarello. Il consorzio è impegnato da anni a combattere la mafia e a riabilitare le comunità locali, come rimarca il nome del suo fashion brand (in idioma calabrese e siciliano, “cangia­ri” significa “cambiare”).

SIGILLI ALLE IMPRESE
Il 39% delle aziende confiscate tra il 1983 e il 2011 è attribuibile a Cosa Nostra; il 23% alla Camorra; il 13% alla ‘ndrangheta; l’8% alla criminalità organizzata pugliese; il 4% alla banda della Magliana e il 13% ad altre associazioni o senza assegnazione precisa.
*Fonte: Elaborazione Transcrime

“WHITE LIST” DEI MANAGER, FORSE UN PRIMO PASSO. «Il nuovo esecutivo? Cominci a considerare il bene con­fiscato non un fattore straordinario, ma ordinario, conce­pendolo una volta per tutte come mezzo di sviluppo eco­nomico e sociale per il territorio locale. E vengano sbloc­cati in tempi ragionevoli quei mobili e immobili congelati, che rischiano altrimenti di rimanere cattedrali nel deser­to». È la richiesta di Davide Pati, responsabile beni confi­scati per l’associazione Libera. Che si rivolge anche a im­prenditori e aziende, «perché attuino un’opera di “tutorag­gio” verso imprese e cooperative che gestiscono beni con­fiscati, non solo mettendo a disposizione macchinari e ma­terie prime, ma anche, soprattutto, trasmettendo compe­tenze. Un esempio? Un’azienda tessile storica in provin­cia di Siena ha offerto il suo know how per aiutare l’avvio di un maglificio a Quindici (Av), creato nella villa confi­scata a un boss locale». In quest’ottica, farebbe ben sperare la “white list” di 63 manager over 50 individuati nell’am­bito di un progetto promosso, tra gli altri, da Assolombar­da, e formatisi presso istituti economici nazionali di eccel­lenza. Con un duplice scopo: rilanciare ex dirigenti messi alla porta dalla crisi e rinvigorire business sottratti alla ma­fia. Certo, la strada è tutta in salita, ma i modelli virtuosi citati dimostrano che le potenzialità da sviluppare ci sono tutte, e urgono interventi normativi per tutelare adeguata­mente il comparto. Da sostenere, in primis, con meccani­smi di accesso al credito più snello e maggiori agevolazioni fiscali per chi investe in queste realtà.
«Il terreno di coltura di cosa no­stra, con tutto quello che com­porta di implicazioni dirette o in­dirette», così lo descriveva il giu­dice Giovanni Falcone, deve oggi rifiorire alla luce di nuove speran­ze economiche, oltre che socia­li ed etiche. Per sprigionare quel «fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromes­so morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della compli­cità», come auspicava, poco pri­ma di essere assassinato, il magi­strato Paolo Borsellino.

Le mani sulla città, Speranze nate libere, Dal bene confiscato al bene comune

LETTURE
Da sinistra: Le mani sulla città (Gianni Barbacetto, Davide Milosa), Sp eranze nate libere (Ina Modica), Dal bene confiscato al bene comune (Tertio Millennium Onlus)