Siamo arrivati a quota dodici. Continua a crescere il numero dei candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti, e l’ultimo arrivato è un nome grosso: DonaldTrump, miliardario di lungo corso e più recentemente star televisiva, grazie alla partecipazione alla trasmissione The Apprentice. E il fatto di essere «ricco, molto ricco, davvero ricco» Trump lo rivendica a gran voce, perché a suo dire in questo modo non userà «i soldi dei lobbisti, che anno zero possibilità di influenzarmi». L’obiettivo? «Fare l'America di nuovo grande. L’America ha bisogno di un vero leader, di un leader forte». E c’è spazio anche per i giochi di parole: «Barack Obama? Non un leader, è un cheerleader».

OBAMA DISASTROSO. Parlando da una delle Trump Towers, davanti a una platea di fedelissimi che invoca il suo nome, Trump si è proposto come il salvatore della nazione, orfana di quel «sogno americano che oggi non c’è più», a causa anche (secondo il magnate) dell’operato del presidente. L’attuale inquilino della Casa Bianca è il bersaglio principale: «La Cina commercialmente ci sta uccidendo, il terrorismo islamico rappresenta più che mai una minaccia, il Messico ci manda fiumi di persone piene di problemi, e magari qualcuno arriva anche dal Medio Oriente. L’Obamacare, poi, è una riforma disastrosa». E giù di promesse: «Riporterò i nostri posti di lavoro da Cina e Messico. Riporterò in America i nostri soldi».

BASTA BUSH. Trump, nato 69 anni fa nel Queens (New York), aveva già in passato considerato la possibilità di presentarsi, ma questa è la sua prima candidatura ufficiale. E ha alzato il tiro anche su una certa parte del partito repubblicano, primo fra tutti l’attuale favorito Jeb Bush, che aveva già bocciato con un tweet («Abbiamo davvero bisogno di un altro Bush alla Casa Bianca? Non ne possiamo più»). Il messaggio propositivo, invece, è tutto sul primato americano ormai perduto, da riconquistare. «L’America non vince più, non è più capace di vincere». Lui, imprenditore di successo, dichiara che sarà capace di portare al successo anche l’azienda USA (déjà-vu ?). Tuttavia, lo sconfinato patrimonio di Trump - 9 miliardi di dollari, spicciolo più, spicciolo meno - rischia di essere il suo tallone di Achille, specie se inquadrato in una campagna elettorale dove Hillary Clinton e i democratici hanno spinto e spingono forte sulla lotta alle disuguaglianze sociali.

ILARITÀ, SCETTICISMO E NEIL YOUNG. La discesa in campo del super-ricco d’America ha infatti già creato critiche e ilarità, tanto che sui media si discute sulla reale portata del suo sforzo. Come detto, ora i candidati repubblicani sono dodici, e la Clinton ha sottolineato come, più che una corsa presidenziale, quella repubblicana assomiglia di più al Kentucky Derby. E mentre i sondaggi dichiarano che sette elettori su dieci hanno un'opinione negativa su di lui, compreso il 52% dei repubblicani, e che attualmente Trump si trova in nona posizione tra quelli in lizza con il 3,6%, spunta anche una piccola polemica per l’utilizzo in sottofondo del brano Rockin' in the free world , di Neil Young, che non ha gradito. L'uso della canzone del cantautore canadese da parte del multimiliardario per presentare la propria candidatura «non è stata autorizzata» dall'artista, ha dichiarato il manager Elliot Roberts. Young, fra l’altro, è un dichiarato sostenitore di Bernie Sanders, l'uomo che vuole sottrarre la nomination democratica a Hillary Clinton. Non certo una scelta felice