I chiostri dell’Università degli Studi di Milano

Un terzo di chi s’immatricola non si laurea (almeno non nello stesso corso), chi riesce a coronare gli studi raggiungendo l’agognato titolo di dottore ci mette in media più di quanto avrebbe dovuto e alla fine il totale dei laureati è nettamente inferiore alla media europea. Insomma, il sistema universitario italiano ha un sacco di problemi.

A certificarlo l’Anvur, ovvero l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, che ha presentato oggi il primo Rapporto biennale sullo stato del sistema universitario nel nostro Paese. Tutto parte dalla presa di coscienza, sottolineata anche da Roberto Torrini, direttore generale Anvur e coordinatore del rapporto, che negli ultimi anni c’è stato un “forte calo delle risorse a disposizione, decisamente insoddisfacenti se confrontate a livello internazionale”. La spesa italiana in ricerca e sviluppo è, infatti, tra le più basse delle grandi economie industriali. Il ritardo è dovuto principalmente alla spesa del settore privato, pari a circa la metà di quella media europea. Ma anche le risorse pubbliche sono inferiori alla media e non compensano il ritardo del privato: i soldi dello Stato investiti nel campo sono circa lo 0,52% del Pil, 0,18% in meno rispetto alla media Ocse. Solo alcuni decimi di punto in meno, che corrispondono, però, a circa 3 miliardi di euro, ovvero il 30% delle risorse pubbliche oggi investite.

Il rapporto sottolinea anche come dal 2009 il finanziamento complessivo del Miur al sistema universitario si è ridotto di circa 1 miliardo (-13% in termini nominali, -20% in termini reali) e i tagli sono stati resi possibili dalla riduzione del personale, soprattutto dei docenti ordinari (il cui numero in passato era rapidamente cresciuto) e dal blocco delle progressioni degli stipendi.

Data assodata la carenza di risorse e quindi il difficile punto di partenza del sistema universitario italiano, il rapporto dell’Anvur dà diversi spunti anche sui risultati che lo stesso sistema ottiene. Se da una parte registra l’aumento del numero dei laureati negli ultimi anni: tra il 1993 e il 2012, infatti, la quota degli stessi sulla popolazione in età da lavoro è salita dal 5,5% al 12,7% e tra i giovani in età compresa tra i 25 e i 34 anni si è passati dal 7,1 al 22,3% (con la media Ue del 35% ancora lontanissima9; dall’altro bisogna sottolineare come quasi un terzo degli immatricolati agli atenei italiani abbandona o cambia corso di studio già dopo il primo anno. E anche chi si laurea, alla fine ci mette di più di quanto avrebbe dovuto. In media le lauree brevi, quelle che dovrebbero essere triennali, in Italia arrivano a durare 5,1 anni.

E la ricerca? Complessivamente università ed enti di ricerca italiane mostrano una qualità delle pubblicazioni scientifiche paragonabile a quella dei principali Paesi europei. In rapporto alle risorse investite e al numero dei ricercatori, anche la quantità della ricerca italiana è levata, segno di una produttività più che adeguata e di una vitalità che merita di essere valorizzata. Ma, inspiegabilmente, la quota dei fondi che otteniamo a livello europeo nei programmi quadro dedicati alla ricerca è inferiore alla somma dei contributi italiani al budget dell’Unione (per ogni euro investito riceviamo circa 70 centesimi). Questa limitata capacità di attrarre risorse mostra, secondo il rapporto Anvur, come il Paese soffra del complessivo sotto dimensionamento del sistema della ricerca.