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L’epoca del low cost, della possibilità di togliersi lo sfizio di un weekend a Londra con 19 euro di volo andata e ritorno, è finita. Non perché le offerte di voli scontatissimi e alberghi a prezzo stracciato siano scomparse, tutt’altro (e grazie al cielo!). Ma perché l’abbuffata di brevi viaggi mordi e fuggi, la sensazione – esaltante e incredibile – di trovarsi in un mondo sempre più piccolo, sempre più a portata di mano per chiunque (la generazione dei 20-30enni di oggi è quella che, statisticamente, ha viaggiato più di qualsiasi altra generazione nella storia dell’uomo), con la sua irruenza ha in qualche modo polverizzato il piacere del viaggio. Mettere le bandierine del “ci sono stato” sul maggior numero possibile di capitali europee ha trasformato il viaggio in una sorta di continua ansia da prestazione che ha banalizzato il piacere della scoperta. E così, superata la sbornia, si sta assistendo a un salto in avanti qualitativo importante: dal “dove andiamo” ci si comincia a chiedere il “perché ci andiamo”. Dalla ressa del low cost, i viaggiatori più avveduti stanno transitando verso il piacere dello slow travel, del viaggio a ritmo lento, quello che consente di ritrovare una dimensione umana nell’atto di uscire dal proprio ambiente per affrontare un altrove che è comunque e sempre sconosciuto, se lo si guarda con gli occhi giusti. In una parola: il viaggio torna a riconquistare il suo valore di “esperienza”, una cosa che va al di là della quantità di chilometri percorsi e del numero di località visitate. «Tutto può essere viaggio», spiega Alessandro Agostinelli, presidente della Società Italiana dei Viaggiatori, e direttore del Festival del Viaggio, l’evento che dal 2006 ogni anno va in scena tra Firenze, Palermo e Milano e mette al centro una riflessione multiesperienziale sul tema del viaggiare. «Viaggio è il tentativo di capire se davvero il mondo è più grande di quello che fin da piccoli ci hanno raccontato i nostri genitori, i nostri insegnanti, e che ci raccontano i media», continua Agostinelli. «È un desiderio di misurare con l’esperienza personale tutto ciò che sta fuori di noi. Ma è anche una verifica delle proprie fantasie, della propria immaginazione. È un desiderio di altrove che c’è sempre stato. Ora, non vorrei scomodare l’Ulisse di Omero, ma il concetto è quello. E se già ne parlavano 3 mila anni fa, vuol dire che non è qualcosa legato alla moda, o al low cost, o all’insoddisfazione moderna. È un qualcosa di profondamente umano».

A OGNUNO IL SUO STILE

Dimmi come viaggi e ti dirò chi sei, insomma. Tanto che il viaggio è stato, lo scorso anno, anche protagonista di Dialoghi sull’uomo, il festival della filosofia che si tiene a Pistoia, edizione dal titolo: L’oltre e l’altro. Il viaggio e l’incontro . E proprio in quell’occasione il Touring Club Italiano ha presentato la ricerca Il viaggio da fenomeno sociale ad affermazione identitaria , che va al di là dei report e dei soliti numeri su quanto gli italiani viaggiano, per approfondire di più l’aspetto antropologico, indagando sui “perché”. Sono emersi cinque diversi stili di viaggio, contraddistinti da cinque verbi esperienziali: il 48% degli intervistati (per lo più tra i 35-54 anni) viaggia per “conoscere”, e va alla ricerca di paesaggi, di luoghi pregevoli e delle tracce di quello che si legge nei libri e che si studia a scuola. Poco più del 30% invece prende il volo per “sentire” (il 33% di questi), per “incontrare” (32%) o per “dimenticare” (31%). Nella prima fascia si identificano coloro (in media tra 45 e i 64 anni) che cercano un rapporto intimo con la natura e si allontanano dalla propria realtà per ritrovare se stessi, mentre il viaggio d’incontro proietta forti attese di natura sociale, di socializzazione. Chi parte per “dimenticare” (un panel ampio, 25-54enni) conferma poi che il viaggio costituisce l’occasione per allontanare lo stress, la stanchezza causata da impegni e doveri e per lasciarsi alle spalle tutto, almeno per un po’.

L’IMPORTANZA DEL RAPPORTO UMANO

L’affermarsi del viaggio come costruzione di esperienze personali, di contatto vivo con realtà altre, è anche la chiave del successo di nuove formule di proposta turistica che favoriscono la disintermediazione e facilitano il contatto tra viaggiatore-ospite e ospitante. A rivoluzionare l’offerta, in questa direzione, è stato negli ultimi due anni il fenomeno Airbnb (6 milioni di persone, solo nel 2013, l’hanno scelta per viaggiare), la piattaforma Web che favorisce l’incontro tra richiesta e offerta di posti letto tra privati: dalla stanza all’appartamento al castello, fino all’isola privata. «Ci sono due chiavi per leggere il successo di Airbnb: il fatto che sia vantaggioso dal punto di vista economico, o – ed è l’interpretazione che, più passano i mesi, più si afferma come prioritaria – perché questo sistema consente un’esperienza di viaggio più ricca, unica», spiega Matteo Stifanelli, Country Manager per l’Italia di Airbnb. «Non affitti solo uno spazio, ma entri in contatto con una persona che vive sul posto, che ti mette a disposizione, oltre alla sua casa, anche la conoscenza del luogo: ti dà dritte e suggerimenti, hai la possibilità di vivere il viaggio anche attraverso gli occhi di quella persona. Questo tipo di rapporto umano che si instaura è la vera carta vincente del boom della nostra proposta».

VIAGGIATORI SPECIALI

Carlo Taglia, il mondo a piedi

Patrizio Roversi, giramondo per caso

Gionata Nencini, otto anni in sella

Carla Perrotti, regina del deserto

TEMPO, IL VERO LUSSO

Questa riappropriazione del valore umano del viaggio pone evidentemente dei limiti, che dopo la grande era della democratizzazione del viaggiare potrebbe di nuovo finire per stringere questa esperienza a una fortunata élite. In possesso non più (solo) delle risorse economiche per potersi permettere di partire, ma di un tesoro oggi ben più prezioso: il tempo. «Il viaggiato-e è innanzitutto colui che può permettersi di avere tempo», conferma Agostinelli. «Premesso che non esiste praticamente più, almeno in Occidente, il concetto di viaggio come esperienza radicale, ovvero come sradicamento totale dalle proprie origini, dalle proprie sicurezze, dalle proprie abitudini – in questo senso, oggi, i veri viaggiatori sono i migranti –, messo da parte il mordi e fuggi scopriamo che il vero viaggio è quello che presuppone la frequentazione ricorrente di un luogo, il che permette di conoscerne più a fondo la cultura, la lingua, la società. E se portiamo il radar a questo livello scopriamo che esistono categorie di viaggiatori interessanti e pochissimo indagate, coloro che viaggiano per coltivare una propria passione: i pensionati che svernano sei mesi all’anno in luoghi caldi, dove magari il costo della vita è pure più basso; i viaggiatori del tango, che ogni anno trascorrono tre mesi in Argentina per studiare il loro ballo preferito; i viaggiatori della caccia, che quando è stagione vanno in battuta per tre settimane nell’Est Europa...». In sintesi, «per viaggiare ci vuole testa, non solo inquietudine, o passione», conclude Agostinelli. «Ci vuole un desiderio di conoscenza immenso. Dietro a ogni viaggio, fosse anche il weekend in una città italiana, ci vuole un progetto. Bisogna partire con un obiettivo, sforzarsi di studiare, di ragionare intorno a quel che si sta per andare a vedere. Al contempo, non si può concepire il percorso come un tabulato excel, con le cose da vedere, le cose da fare, gli scorci da fotografare, e mettere le crocette via via che si procede. Chi viaggia deve regalarsi la possibilità di cambiare percorso, di uscire dal consueto». La linea di confine che separa un luogo meraviglioso da un banale luogo comune, insomma, è molto sottile...