I contribuenti pagano a caro prezzo la gestione e lo smaltimento dei rifiuti. Stando infatti a un’analisi di Confartigianato, nel 2014 per i servizi igienici urbani si sono sborsati, tra tasse e tariffe, 168,14 euro pro capite, per un totale di 10,2 miliardi di euro: il 22,5% in più rispetto al 2009.

CRESCITA SUPERIORE ALL’INFLAZIONE. Le tariffe si sarebbero iniziate a impennare soprattutto tra il 2012 e il 2015: in questo periodo si registra un aumento del +12,5%, nove volte superiore alla crescita del costo della vita (+1,6%). Ma l’aspetto più singolare è che l’incremento del valore dei servizi e delle tasse non corrisponde a un più alto grado di pulizia. Al contrario: proprio la Regione più cara, il Lazio, è considerata la più sporca. E dire che qui le tariffe sono pari a 214 euro di costi per abitante, ossia il 27,3% in più rispetto alla media nazionale. Seguono, per costi elevati di tariffe, la Liguria con 211,75 euro, la Toscana con 208,25 euro e la Campania con 205,02 euro. Al contrario, la Regione che riesce a garantire i servizi di igiene urbana al costo minore è il Molise: qui si spende appena 123,12 euro pro capite. Seguono il Trentino Alto Adige (128,60 euro pro capite) e il Friuli Venezia Giulia (127,92 euro).

UN BUSINESS CHE NON RENDE. Tra l’altro, nemmeno le società partecipate dalle Amministrazioni locali che operano nella gestione dei rifiuti se la passano bene: nonostante i rincari, il business non è ugualmente redditizio per tutti, visto che, di queste 376 società partecipate, il 17,2% è in pareggio e il 18,5% in perdita. La maggior parte delle realtà in rosso si trovano soprattutto in Calabria: qui il 66,7% delle società operative nel settore dei rifiuti sono in perdita. Arrancano anche il Lazio (46,2%) e l'Abruzzo (44,4%).