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Non c’è nulla di certo in questo mondo, tranne la morte e le tasse. Pare lo abbia detto una volta Benjiamin Franklin, scienziato e politico americano del ‘700, tra i padri fondatori degli Stati Uniti. Chissà quanti contribuenti italiani oggi sarebbero pronti a sottoscrivere le sue parole visto che nel nostro paese si lavora in media quasi sei mesi all’anno soltanto per pagare i debiti col fisco. Quello che molti non sanno, però, è che per certe categorie di imposte gli italiani non se la passano poi così male rispetto al resto degli europei. Nel nostro paese, infatti, alcune tasse sono molto più basse che all’estero. Altre, invece, qui da noi non esistono affatto. Si tratta di imposte che, in un futuro imprecisato, potrebbero dunque arrivare anche a sud delle Alpi. La speranza, ovviamente, è che servano per ridurre l’incidenza di altri tributi già in vigore, senza aggiungere un ulteriore peso sulle tasche dei contribuenti, come invece è successo con l’introduzione della tassa di soggiorno nel comune di Roma, che pare abbia ispirato anche la bozza sul federalismo fiscale presentata qualche giorno fa dal ministro Calderoli.

Una scure sulle rendite. Da molti anni, per esempio, i sindacati e le associazioni di categoria chiedono a gran voce un calo della pressione fiscale e contributiva sui redditi lavoro che, secondo le stime dell’Ires (l’Istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil), già nel 2007 erano tassati in media per almeno il 45% del loro valore, il livello più alto in assoluto in Europa. L’unico modo per finanziare qualche sgravio fiscale sui salari, però, secondo non pochi osservatori, consiste nell’aumentare le tasse sui redditi da capitale, cioè sulle entrate che derivano dalla proprietà di strumenti finanziari: azioni, bond, fondi d’investimento o titoli di Stato. In Italia, infatti, il prelievo sui redditi da capitale è pari generalmente al 12,5% all’anno (con poche eccezioni), una percentuale più bassa di quelle applicate in tutta Europa. In Francia, ad esempio, i contribuenti pagano in media il 27% circa, in Germania attorno al 30% e in Gran Bretagna tra il 20 e il 40%. Per questo, tra il 2006 e il 2008, il secondo governo Prodi avrebbe voluto innalzare l’aliquota italiana di almeno 6 o 7 punti. Ma il progetto, a lungo discusso all’interno di una traballante maggioranza di centrosinistra, rimase soltanto sulla carta. Ora, però, anche se la coalizione di governo è cambiata, il riordino della tassazione sulle rendite è tornato nell’agenda politica, grazie una mozione presentata alla Camera il 22 dicembre scorso dal leader del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, con approvazione anche del centrodestra.

Colpire i patrimoni. I proventi finanziari, però, non sono l’unica categoria di redditi che potrebbe finire in futuro sotto la scure del fisco. Oggi qualcuno vorrebbe colpire anche i grandi patrimoni, importando un sistema di tassazione già in vigore in Francia. Si chiama Isf (Impôt de solidarité sur la fortune) ed è un’imposta progressiva pagata dai contribuenti che possiedono beni per un valore netto tassabile superiore a 790 mila euro (tra immobili, titoli e altri cespiti). L’aliquota varia tra lo 0,55 e l’1,8%, e si articola in sette diversi scaglioni, con l’imposizione massima che viene applicata sulla parte di patrimonio superiore a 16,5 milioni di euro. In realtà, l’Isf è un’imposta prevalentemente immobiliare e ben si adatterebbe alla realtà italiana dove i risparmiatori, compresi quelli più ricchi, sono tradizionalmente grandi amanti del mattone.

Una tassa da Nobel. Quando si parla di ricchezza finanziaria, poi, non si può non citare la tanto discussa Tobin Tax, un’imposta ideata negli anni ‘70 da James Tobin, premio Nobel per l’economia nel 1981. Il professore di Harvard ipotizzò di applicare una piccola imposta (tra lo 0,05 e l’1%) su tutte le speculazioni valutarie e di destinare i relativi proventi a progetti di solidarietà e di lotta al sottosviluppo in campo internazionale. Rispolverata più volte e mai applicata nella realtà, da qualche anno l’idea della Tobin Tax sembra tornata di moda, soprattutto dopo il rovinoso crack dei mercati finanziari del 2008. Lord Adair Turner, presidente della Fsa (Financial services authority, cioè la Consob della Gran Bretagna) vorrebbe applicarla non soltanto sulle transazioni di monete, come aveva proposto Tobin, bensì anche e soprattutto sulle operazioni di trading ad alta frequenza, cioè le frenetiche compravendite di titoli che si ripetono nell’arco di poche ore o di una sola giornata. Qualcuno, nel nostro paese, ha già preso in parola le intenzioni di Turner. Si tratta di un gruppo di deputati di quasi tutti gli schieramenti, che il 20 ottobre scorso hanno presentato la proposta di un disegno di legge per l’istituzione di una sorta di “Tobin Tax all’italiana”. Si chiama “Imposta sulle transazioni finanziarie in favore di interventi di solidarietà nazionale e internazionale”, e prevede un’aliquota dello 0,05% su tutte le compravendite di strumenti finanziari effettuate in Italia, ad esclusione di quelle sui titoli di Stato (Bot, Btp, Cct, Ctz) e sulle obbligazioni emesse dagli enti locali (Comuni, Province e Regioni). Il gettito della tassa, secondo i promotori della legge, dovrà essere destinato per il 50% ai paesi in via di sviluppo, e per la restante parte a progetti di solidarietà sul territorio nazionale.

Il fisco ecologico. Mettere le mani nelle tasche dei contribuenti per scoraggiare la speculazione, ma anche per favorire le attività socialmente responsabili. È questa, in sintesi, l’idea che sta ispirando la Tobin Tax all’italiana e che l’accomuna a molte altre proposte di imposizione fiscale avanzate negli ultimi anni. Oggi che la tutela dell’ambiente è ai primi posti nell’agenda programmatica di tutti i governi, per esempio, torna a fare capolino la Carbon Tax, una tassa sulle imprese che producono emissioni di anidride carbonica, riproposta in tutto il Vecchio continente dal Partito Socialista Europeo. Per l’Italia non sarebbe una novità, visto che la Carbon Tax fu introdotta nel 1998 dal centrosinistra e poi abolita quattro anni più tardi dal secondo governo Berlusconi, che la sostituì con incentivi alle aziende più virtuose nel ridurre le attività inquinanti. Adesso, però, c’è anche chi vorrebbe far pagare questa imposta ai cittadini privati, piuttosto che alle imprese. È il caso di Daniela Marconi, ricercatrice della Banca d’Italia che, nel marzo del 2010, ha pubblicato uno studio sugli effetti di una nuova tassa ambientale. «Le esperienze dei paesi avanzati», ha scritto in sostanza la Marconi «indicano che circa la metà delle emissioni di gas serra è riconducibile, direttamente o indirettamente, all’attività di consumo delle famiglie». Di conseguenza, secondo l’esperta di Bankitalia, «un governo che si concentri sull’abbattimento delle emissioni inquinanti generate dalle attività di consumo, piuttosto che dalla produzione, raggiungerebbe il proprio obiettivo in maniera più efficiente, senza compromettere la competitività del sistema industriale».

 

Da sinistra: Lord Adair Turner, presidente della Financial services Authority, la Consob del Regno Unito, è favorevole all’applicazione della Tobin tax; James Tobin, premio Nobel per l’economia nel 1981 e ideatore della famigerata imposta; Marco Wunderwitz, il deputato cristiano democratico tedesco che vorrebbe tassare le persone in sovrappeso; Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico; e Pierre Dubois, ricercatore della Scuola di economia di Tolosa, che propone di tassare il “junk food”

I “salutisti fiscali”. Una tassa, dunque, può servire a educare i contribuenti, ad abituarli a tenere comportamenti responsabili, verso la comunità circostante e anche verso loro stessi. In questo filone, si muovono molte proposte avanzate negli ultimi anni in diversi paesi europei, per incentivare stili di vita più sani tra i cittadini. L’ultima idea del genere arriva dalla Germania dove, nell’estate scorsa, il deputato cristiano democratico Marco Wanderwitz ha pensato a una tassa ad hoc a danno delle persone in sovrappeso, visto che il sistema sanitario tedesco spende ogni anno 17 miliardi di euro per le malattie causate dalla cattiva alimentazione e dalle diete ipercaloriche. Una soluzione simile era stata ipotizzata tre anni e mezzo fa anche dal governo britannico di Tony Blair.
L’intenzione del governo Blair era quella di alzare i ticket sanitari per i grassi e i fumatori, colpevoli di pesare troppo sulle casse del welfare nazionale. Persino Livia Turco, ministro della salute in Italia tra il 2006 e il 2008, sembrava interessata a provvedimenti dello stesso tenore, per trasformare il diritto all’assistenza sanitaria in un vero e proprio “diritto-dovere”. Queste misure governative sono però rimaste lettera morta, almeno per adesso. Ma l’idea di penalizzare fiscalmente gli stili di vita sbagliati non è affatto scomparsa. Anzi, sembra rafforzarsi sempre di più, man mano che i costi della sanità pubblica crescono con il progressivo invecchiamento della popolazione. Tra gli economisti, per esempio, c’è anche chi vorrebbe tassare i cibi-spazzatura, cioè gli alimenti ipercalorici pieni di grassi e zuccheri. La proposta è arrivata più di tre anni fa da Pierre Dubois, ricercatore della scuola di di economia di Tolosa e collaboratore del sito la Voce.info . Una imposta del 5% sul cibo-spazzatura, secondo Dubois, comporterebbe una riduzione del 15% per le vendite di questi alimenti, con un effetto molto significativo sulla riduzione dell’obesità tra la popolazione. Nel mirino dei “salutisti fiscali”, poi, non poteva ovviamente mancare il tabacco. Nell’ottobre scorso, a Milano, durante l’ultimo congresso dell’Esmo (la società europea di oncologia), si è ribadita per esempio la necessità di innalzare sensibilmente le tasse sul fumo da sigaretta, per portare avanti una lotta senza quartiere contro il cancro.