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L’associazionismo è morto, viva le associazioni. Dopo anni di segnali di allarme, la galassia degli organismi di rappresentanza sembra giunta a un passo dall’implosione: Confindustria continua a perdere pezzi importanti in quell’emorragia inarrestabile iniziata con Fiat e proseguita negli anni con gli addii di Salini Impregilo, Finmeccanica e, infine, il mondo della nautica. Non vivono uno stato di salute migliore Confcommercio e le altre associazioni di categoria, anche perché nessun soggetto sembra immune da questa crisi di fiducia. Persino il campo delle relazioni pubbliche vive la spaccatura tra Assorel e Pr Hub, nata poco più di un anno fa.
Sempre meno capaci di influire sulla società e di difendere gli interessi dei loro iscritti, dunque, i soggetti classici hanno apparentemente esaurito la loro parabola storica. Ma si può rinunciare alla rappresentanza? No, ed è per questo che da tempo si parla della necessità di un associazionismo 2.0, capace di rielaborare il rapporto tradizionale tra rappresentanti e rappresentati attraverso un nuovo portafoglio di servizi, più adeguato ai tempi.
«Viviamo un momento economico e sociale che tende a spingere verso l’individualismo e il fai da te, ma sono convinto che mai come in questo momento serve restare insieme», dice Giorgio Ambrogioni, presidente della Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità (Cida). «I corpi sociali intermedi sono impegnati in uno sforzo di rilettura del loro modo di fare rappresentanza, alla ricerca di un nuovo ruolo nelle relazioni industriali, sociali e politiche». Quale può essere il futuro di questi pachidermi in uno scenario globale dalla rapida evoluzione, eppur ancora profondamente segnato dalla recessione iniziata nel 2007? «Noi abbiamo cominciato a ripensare la nostra organizzazione in un altro momento di difficoltà, quello del 1993, che colpì il mondo del lavoro e della dirigenza», ricorda Ambrogioni, che guida l’organismo che riunisce le dieci maggiori federazioni dei manager italiani: «Abbiamo cercato di conciliare il classico ruolo storico di soggetto negoziale con l’offerta di servizi di qualità. Attraverso i fondi bilaterali interprofessionali, svolgiamo un ruolo lungimirante e strategico per mezzo della formazione, che non è solo quella professionale, ma di cultura manageriale e di visione. Ci impegniamo anche per rafforzare la bilateralità sui temi delle politiche attive riguardanti il lavoro e il welfare. Il tutto, però, su una base di valori identitari che devono essere comuni ai soggetti che appartengono a una stessa categoria, che siano imprenditori, manager o lavoratori».

Ambrogioni-Carella-Cuzzilla-Rembado

Dal mondo dei dirigenti, dunque, arriva la proposta di un possibile percorso di rinascita per le associazioni. Come quello intrapreso da Manageritalia dal 2007, con una rinnovata attenzione per i «temi sociali»: «Si è rimasti troppo a lungo all’interno di una rappresentatività che ha guardato poco al futuro. Per cambiare bisogna coniugare gli interessi specifici con quelli più ampi del Paese», è la visione di Guido Carella, presidente dei dirigenti del terziario che ha rifocalizzato la propria associazione su un lavoro multilivello. «Il primo è quello sindacale ovviamente, perché è necessario continuare a strutturare modelli contrattuali che coniughino le esigenze delle imprese e quelle dei lavoratori. Il secondo aspetto è il nostro ruolo socio-economico: come dirigenti abbiamo un ruolo importante per la collettività, siamo fondamentali per la crescita e ci dobbiamo rapportare alla politica sotto questo punto di vista. È qualcosa che dovrebbe fare, per esempio, anche Confindustria, ribadendo l’importanza delle imprese come elemento fondante del mercato del lavoro. E, infine, abbiamo voluto rivestire anche un ruolo di restituzione», sottolinea il n.1 di Manageritalia, «diventando un riferimento per la collettività grazie alle nostra capacità di fare, programmare e saper fare, che abbiamo messo a disposizione di politica, onlus e cittadini».

UNA NUOVA BILATERALITÀ
I risultati di Manageritalia sono nei numeri. Se il mondo della dirigenza privata, che conta 112 mila iscritti, vede un ricambio medio annuo del 15% (ca. 16 mila unità), il terziario deve gestire con un turnover persino superiore (20%). Tuttavia, in termini complessivi, dal 2008 a oggi i manager di questo settore non sono diminuiti: anzi, nel 2015 si è registrato un +2,5% nel 2015 e per il 2016 è atteso un +3%. Merito dell’economia che tende sempre più verso questo ambito, ma anche di una visione virtuosa del ricambio all’interno delle aziende, accompagnata da un’interpretazione moderna della bilateralità. L’iniziativa più coraggiosa in questo senso risale al 2008, quando con Confcommercio è stato condiviso un accordo-quadro di politiche attive che ha destinato 10 milioni dei fondi a un percorso di riqualificazione per i manager licenziati: su circa 1.500 partecipanti ne sono stati ricollocati circa il 70%. A fronte di una rinuncia parziale sulle politiche passive (preavviso, indennità risarcitorie, ecc.) – intoccabili per un sindacato tradizionale – le aziende si sono impegnate a riconoscere un voucher da 5 mila euro per sostenere un percorso di riqualificazione della durata di un anno con l’Associazione italiana società di outplacement (Aiso). Il tutto con costi ridotti per gli associati: 130 euro di quota annuale d’iscrizione a Manageritalia – ridotta per quadri e pensionati – che, insieme con le quote sindacali e di servizio, permette di sostenere le 13 associazioni territoriali e una struttura con 180 dipendenti (la quota di Federmanager non supera invece i 240 euro).
«Difendere il posto di lavoro non ha più senso, bisogna sostenere il lavoro», parola di Guido Carella di Manageritalia, che conta 35 mila iscritti: «Una buona flessibilità crea opportunità di ricollocamento. Per questo 23 anni fa abbiamo creato una business school, il Cfmt; abbiamo poi strutturato una rete di alto profilo per la consulenza in ingresso, durante e in uscita dai rapporti di lavoro fino al ricollocamento; abbiamo inoltre riformato i fondi paritetici, per garantire sostenibilità a lunga durata dei fondi di previdenza complementare e di assistenza sanitaria». Si è arrivati al punto di rivedere anche il welfare aziendale: prima è stato introdotto il profilo del dirigente di prima nomina, di recente è stato costruito un nuovo sistema a “tutele crescenti” in base a età e reddito per favorire l’ingresso dei manager nelle pmi a costi ridotti. «Con questo sistema, il manager guadagna in relazione alla crescita dell’azienda, condividendo in parte il rischio d’impresa», sottolinea Carella.

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PER CAMBIARE BISOGNA CONIUGARE

GLI INTERESSI SPECIFICI CON QUELLI

PIÙ AMPI DEL PAESE

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Si tratta di una sponda verso un altro dei grandi temi di cui si discute negli ultimi anni, e sul quale si dividono le posizioni dei rappresentanti delle imprese e quelle dei sindacati: la contrattazione di secondo livello: «Noi ci crediamo, è il futuro», assicura il presidente di Cida, Giorgio Ambrogioni, «ma deve essere ancorata a regole chiare, a meccanismi oggettivi e trasparenti. E deve lavorare all’interno di un quadro di riferimento che deve restare il Ccnl, più leggero e fermo su alcuni aspetti essenziali. I sindacati sono in crisi perché parlano a settori dove la tutela di massa è ritenuta ancora rilevante, noi invece rappresentiamo individualità forti dal punto di vista professionale, che vogliono essere misurate sulla base dei risultati».
L’importanza di un’associazionismo forte viene ribadita anche nei momenti di grande cambiamento, come quello che sta vivendo il mondo della dirigenza pubblica, in attesa dell’approvazione definitiva della riforma Madia. Alla base della ristrutturazione della pa c’è l’istituzione del “ruolo unico”, che nasce però già tripartito: dirigenti della Stato, delle Regioni e dei Comuni. «Per cambiare le cose servirebbe risolvere questa impostazione», spiega Giorgio Rembado, presidente di Fp-Cida che lavora per consentire ai propri iscritti di affrontare questa nuova sfida: «Puntiamo sulla formazione, per consentire ai nostri iscritti di avere le competenze trasversali necessarie per affrontare la mobilità tra diverse amministrazioni: sanità, scuola, funzioni centrali ed enti locali, competenze a cui dovranno poi affiancarsi le conoscenze relative ai singoli settori». La difficoltà per i dirigenti pubblici è quella di dover rivestire il ruolo datoriale nel loro lavoro, ma anche di doversi confrontare con i governanti di turno: «Serve la totale indipendenza dalla politica, finora inattuabile perché la mancanza di compartimenti stagni ha reso la carriera dei dirigenti dipendente dai partiti», aggiunge Rembado. «Proposta impossibile da realizzare? Basterebbe delegare valutazione e conferimento degli incarichi a una commissione indipendente».

I COMPITI DELL’ASSOCIAZIONISMO 2.0

Punti di forza evidenziati dagli organismi di categoria dei manager

STRUTTURARE
modelli contrattuali che coniughino le esigenze delle imprese e quelle dei lavoratori
FAR VALERE
il ruolo sociale delle categorie per l’economia del Paese

FORNIRE

una formazione adeguata alle sfide della modernità

OFFRIRE

ai lavoratori consulenza in ingresso, durante e in uscita

dal lavoro

PREVEDERE

percorsi di outplacement

in caso di ristrutturazioni aziendali

VALUTARE

la possibilità di scambiare

le politiche passive con un’offerta di riqualificazione professionale

GARANTIRE

la sostenibilità a lungo termine di fondi previdenziali e assistenza sanitaria complementare

ELABORARE

nuovi profili professionali che permettano una più ampia impiegabilità degli iscritti

FORMULARE

regole certe per la contrattazione di secondo livello

METTERE

al servizio del Paese le competenze di una determinata categoria

in ottica di restituzione

SGUARDO OGGETTIVO
Tra i nuovi ruoli da attribuire alle associazioni, c’è sicuramente quello di essere produttori di dati economici che consentano di indirizzare le scelte della politica e non solo. Manageritalia realizza l’Osservatore manageriale, il T-Lab del terziario e altri studi con e per conto di Confcommercio, insieme a sondaggi periodici tra gli iscritti sui temi più svariati (che registrano un tasso di risposta mediamente alto). Prometeia, invece, lavorando con Federmanager all’analisi dei bilanci italiani, ha evidenziato come le imprese a presenza manageriale abbiano fatto registrare risultati migliori in termini di redditività, produttività e internazionalizzazione negli anni della crisi. Cida collabora a sua volta con Kpmg Consulting, che recentemente ha definito l’apporto manageriale «determinante» in vista del fenomeno mai affrontato a pieno in Italia del passaggio generazionale. E ancora, Ernst & Young ha completato un’indagine europea in cui l’Italia è risultata il Paese meno propenso ad aprirsi all’apporto di manager nelle famiglie. «Per me, tuttavia, la partecipazione alle nostre attività quotidiane resta il primo banco di prova. Sono molti i colleghi che volontariamente si dedicano alla vita associativa», è l’opinione dal campo di Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager. Per il rappresentante dei dirigenti industriali, il ruolo della sua categoria sarà fondamentale per lo sviluppo del Paese: «Dai manager possono arrivare proposte importanti.

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TRA I NUOVI RUOLI

C’È ANCHE QUELLO

DI ESSERE PRODUTTORI

DI DATI ECONOMICI

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Il governo si sta impegnando su Industry 4.0? Benissimo, ma chi attuerà questo piano? I nostri colleghi si stanno già confrontando con la sfida dell’innovazione, ma aggiornare le proprie competenze non può bastare. Si tratta di un modo nuovo di fare industria, che modifica radicalmente l’organizzazione aziendale». Proponendosi come motore di cambiamento in collaborazione, e non in contrasto, con le iniziative della politica, che cosa può fare Federmanager per farsi trovare pronta a tale sfida? «La situazione occupazionale dei manager è in flessione, ma intercettiamo segnali positivi, come per esempio la domanda crescente di over 55: per questo insegniamo ai colleghi l’arte di rinnovarsi, soprattutto quando si perde il posto di lavoro», spiega Cuzzilla. «Mettiamo in campo strumenti come la certificazione delle competenze manageriali, che aiutano nell’autovalutazione e nel presentarsi sul mercato con un profilo più accattivante. L’ultima novità che abbiamo brevettato è la figura dell’innovation manager, cioè colui che, oltre a competenze digitali, possiede la capacità di traghettare l’impresa verso modelli aziendali innovativi e adatti a un mercato più automatizzato, tecnologicamente avanzato e complesso».
Basandosi su valori forti, declinando i propri servizi su più livelli e lavorando con un atteggiamento costruttivo frutto dell’osservazione della realtà, dunque, l’associazionismo 2.0 può davvero rivelarsi una risorsa: «L’associazionismo in sé non è in crisi. Anzi. Cresce la voglia di networking e di rappresentanza perché si è capito che un approccio condiviso ai problemi garantisce maggiori chance di successo e competitività all’impresa», conclude il n.1 di Federmanager. «Alle organizzazioni come la nostra spetta il compito di intercettare questa istanza senza arroccarsi su posizioni date, ma governando il cambiamento dell’economia e della società. La storia dell’associazionismo, d’altronde, è piena di queste evoluzioni».

VERSO IL DIRIGENTE DEL FUTURO
Si chiama Industria 4.0 ed è il nuovo piano da 13 miliardi di euro stanziato dal governo per sostenere le aziende italiane nel processo di digitalizzazione e robotizzazione dei sistemi produttivi, e presentato a fine settembre. La somma verrà erogata nell’arco di otto anni: dal 2017 al 2024. In particolare dall’anno prossimo verranno attivate una serie di misure, tra cui la proroga del super-ammortamento al 140%, già contenuto nella finanziaria 2016; introduzione di un iper-ammortamento al 250% per gli investimenti nell’industria 4.0; innalzamento del credito d’imposta dal 25% al 50% su spese in ricerca e sviluppo superiori alla media dell’ultimo triennio. Le stime del governo prevedono che, a questi 13 miliardi di risorse pubbliche, si aggiungeranno 24 miliardi di investimenti privati. «Ero a Milano alla presentazione del piano industriale», spiega Giorgio Ambrogioni, presidente di Cida, «e mi ha fatto piacere il richiamo del ministro Calenda alla figura del manager come risorsa intellettuale, umana, culturale, che deve farsi carico di una revisione profonda del nostro modo di fare impresa. Il nostro ruolo non deve essere più solo tecnico-professionale, ma deve portare con sé una visione socio-economica, un forte senso di responsabilità e la capacità di includere e integrare culture e religioni. Ma è tutto il Paese che deve diventare “4.0”: dal sistema educativo, al mondo del lavoro fino alle imprese».