Giorgio Vittadini

Giorgio Vittadini è presidente della Fondazione per la sussidiarietà, da lui fondata nel 2002 come strumento culturale attraverso attività formative, di ricerca ed editoriali. Ha dato vita alla Compagnia delle opere, che ha presieduto fino al 2003

Prendendo le mosse dall’editoriale di febbraio di Business People, che aveva a tema il concetto di ricchezza e di sviluppo ai tempi della crisi, nonché i relativi percorsi per conseguirli (leggi), cominciamo a interrogare varie personalità del mondo della cultura e dell’economia per definirne meglio gli ambiti

Da che cosa si può ricreare la ricchezza dell’Italia? Si chiedeva un recente documento dal titolo Crisi, sfida per un cambiamento a cura di Comunione e liberazione. La risposta, a seguire, spiegava: «Da quell’imprevedibile istante in cui un uomo genera novità, prodotti, servizi, valore aggiunto, bellezza per sé e per gli altri, senza che nessun antecedente storico, sociale e politico possa ultimamente spiegare l’incremento di valore e di ricchezza che si genera». La ricchezza, quindi, come un insieme di elementi che contribuiscono a comporre il benessere (inteso nell’eccezione del vivere bene e sano) di una nazione e dell’intero popolo che la abita, e che ancor prima di essere un fattore economico riveste una valore sociale. Un approccio che va oltre gli scarni numeri per assumere, per così dire, rilevanza umana. Come nasce, si forma e si alimenta un simile patrimonio? E chi ne è l’artefice? Business People ha voluto chiederlo a Giorgio Vittadini, attuale presidente della Fondazione per la sussidiarietà ed ex presidente della Compagnia delle opere.

Da molto tempo lei ha avuto modo e occasione di incontrare imprenditori e di conoscere aziende, ci spiega cosa genera la ricchezza?
Bisogna partire prima da un’altra domanda: perché in medesimi settori ci sono realtà che chiudono mentre altre crescono creando occupazione? Qual è la ragione per cui due aziende simili si comportano in maniera differente? Il punto che non si mette a tema è proprio il fattore umano quale capacità di generare un’intelligenza sulla realtà che si adegua ai cambiamenti: ogni cosa viene ridotta alla sua valenza economica e all’organizzazione dell’esistente. Mentre è proprio questa capacità creativa che andrebbe sostenuta.

Qualche esempio?
Prendiamo il settore del mobile, dove molte realtà chiudono perché non riescono a reggere la concorrenza di attività come Ikea, e altre che migliorano il prodotto tradizionale che prima vendevano a 10 km da casa per diventare competitive a livello internazionale. La Federlegno è un esempio di questo tipo. C’è anche il caso di settori decotti come il tessile, che negli ultimi anni hanno saputo esprimere marchi come Calzedonia e Yamamay. Lo stesso dicasi nella distribuzione, di Bennet e Chicco, entrambi nati a Como. Non esiste una spiegazione deduttiva di questi fenomeni industriali, se non la capacità geniale di un individuo che ha investito sulla sua capacità di leggere un bisogno crescente. Ecco perché l’aspetto umano, quello dell’intelligenza e della creatività, è il fattore decisivo. Anche quanto fatto da Steve Jobs con Apple non è spiegabile nei termini di massimizzazione del profitto, bensì nell’ottica di creare prodotti innovativi che rispondessero a un nuovo bisogno.

Ha fatto riferimento a una capacità di adattamento alla realtà…
È intesa come capacità di cambiare il proprio approccio imprenditoriale in base al mondo che cambia. Perché se fino a ieri una Pmi poteva vendere su un mercato locale un prodotto di qualità reggendo la concorrenza, con l’attuale globalizzazione non può più competere con le multinazionali, a meno che non punti su un prodotto di altissima gamma in grado di soddisfare quella fascia di super ricchi in netta crescita in Paesi come Russia, India o Cina. Si registra una crescente richiesta di qualità che va intercettata: un industriale nel settore delle cucine mi ha detto di avere ricevuto una grossa commessa dalla Cina, a condizione che tra i materiali non sia incluso neanche un chiodo di fabbricazione cinese…

Eppure, tra gli imprenditori c’è chi rimane in attesa che il nostro governo faccia qualcosa per rimettere in moto i consumi.
È vero, i consumi interni sono bassi, ma le esportazioni no. Ci sono fior di imprenditori che davanti alla staticità interna si sono rivolti al mercato internazionale, riuscendo a imporsi egregiamente. Bisogna rendersi conto che niente è e sarà più come prima. Oltre a saper leggere i bisogni, occorre ripartire dalla consapevolezza di non avere ormai alcunché da difendere: nulla è acquisito per sempre ma bisogna rimettersi costantemente in gioco, riconquistando ogni volta il proprio mercato di riferimento.

Questo non rischia di sottoporre le aziende a uno stress continuo?
Significa piuttosto sottoporre le aziende a una vitalità continua. Lo stress viene quando si rimane fermi, mentre il mondo intorno a te prende un’altra direzione. L’attuale media di obsolescenza si è abbassata a cinque anni, contro i 40 di prima. L’alternativa è rassegnarsi a chiudere.

E come si fa a trascinare i propri collaboratori in questa logica del rischio, senza fermarsi alla mera conservazione del posto di lavoro?
Partendo da un totale coinvolgimento a livello umano, che consiste nel motivare, nel lavorare insieme all’interno della condivisione di un progetto anziché del perseguimento di un mero obiettivo.

La capacità di generare ricchezza di cui lei parla, quanto è valorizzata oggi all’interno del sistema paese Italia?
Il problema vero è l’aver perso la capacità di cambiare di fronte a crisi continue. Il Paese sente questa crisi come tale, senza aver la capacità di reagire come ha fatto in passato in maniera creativa, ricorrendo magari all’emigrazione. I nostri imprenditori hanno ragione a denunciare una mancanza di adeguato sostegno a livello governativo, ma quando si è in competizione bisogna correre e non rimanere fermo in un atteggiamento sindacal-rivendicazionista.

Quindi, la problematica legata alla riforma del lavoro e alla conseguente possibilità per le imprese di tornare ad assumere è un fattore secondario?
Non proprio, è vero però che in Italia manca l’investimento in capitale umano: alla flessibilità va affiancata la formazione continua di coloro i quali cambiano il proprio ruolo in modo da rendere il loro profilo competitivo sul mercato. Solo così si può accettare la flessibilità.

Noi viviamo in un Paese in cui la ricchezza è vista spesso con sospetto.
Purtroppo si tratta di un atteggiamento innanzitutto di matrice cattolica, che vede l’imprenditore come un male, e secondo un moralismo – di stampo marxista – per cui la moralità è data dall’oggetto e non dal soggetto. Invece, il problema della ricchezza dipende da come la si costruisce e come la si usa…

Che è un approccio presente, per certi versi, nei Paesi calvinisti…
Tutt’altro, penso invece che il problema stia appunto nell’aver identificato l’idea di sviluppo con il capitalismo calvinista e nel non aver capito che lo sviluppo nasce dal Medioevo cattolico, poi degenerato dal calvinismo. Dopo 300 anni vengono fuori i limiti dell’idea, assurda, che l’egoismo dei singoli, attraverso una mano invisibile, possa produrre un equilibrio generale.

Ciò presuppone che si imponga una nuova idea di sviluppo…
Una nuova idea di uomo e di sviluppo, certo. Lo sviluppo è una costruzione legata a condizioni di vita sono generali. Tant’è vero che, se prendiamo indici diversi dal Pil, come la speranza di vita, l’Italia è tra i primi tre Paesi al mondo. Nessuno andrebbe ad abitare a Shanghai, anche se ha un Pil a due cifre…

E questa crisi non potrebbe essere anche l’occasione per ridisegnare certi parametri?
A condizione che il tema non sia affrontato in termini meccanici. Quando in Germania il Papa ha parlato del movimento ecologista, in molti si sono meravigliati. Invece è abbastanza chiaro ormai che non si possano conciliare l’esigenza della salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo col capitalismo calvinista, che ha come obiettivo un’idea di massimo sviluppo a prescindere dai problemi arrecati all’ambiente e alla società. Questo non è sviluppo. Bisogna tornare all’uomo creativo e costruttore che vive tra soggetti sociali e costruisce uno sviluppo equilibrato.

Lei riesce a intravedere queste spinte all’interno della comunità economica?
Non tra la maggior parte dei commentatori. A tratti, nel mondo economico. La ritrovo in certi singoli imprenditori, e non certamente nell’editoria e nei media.

Perché?
Perché all’interno dell’informazione non si respira la realtà così com’è. La si descrive tutt’al più in termini macroeconomici, mai microeconomici. Invece, solo così si riesce e raccontare meglio cosa succede: se ti limiti ai numeri, perdi di vista come si aggregano, quindi come nascono i fenomeni.

 

Quindi, quella che rappresentano oggi i media non è la realtà?
Certo, basti dire che gli stessi editorialisti che sette anni fa teorizzavano la necessità di un maggior ricorso allo strumento finanziario, oggi si sono riciclati, continuano a pontificare, senza nemmeno aver fatto un piccolo cenno di autocritica.

Quando parla di microeconomia, si riferisce anche all’intuizione che sta alla base della Fondazione Solidarietà?
Certo, al principio per cui lo sviluppo parte dal basso: i grandi fenomeni li semini, non li deduci. E i piani quinquennali sono finiti da tempo anche nell’Est Europa. Ormai gli Stati al massimo possono controllare il debito, non possono fare sviluppo: Steve Jobs non l’ha creato il presidente degli Stati Uniti.

Uno Steve Jobs o un Bill Gates sarebbero potuti nascere in Italia?
Non è questo il problema, anche perché in Italia abbiamo altre tipologie aziendali, vedi Del Vecchio, Ferrero. Barilla, Snaidero… Chiediamoci piuttosto dove sono finite le centinaia di migliaia di lavoratori un tempo impiegati nella grande impresa: a Milano, per esempio, non c’è più la Innocenti ma non è che il tasso di disoccupazione abbia raggiunto i livelli di Nuova Delhi… Dov’è finita quella gente? Non lo sa nessuno, perché nessuno si è preso la briga di indagare. La realtà è cambiata e noi non la conosciamo. Così come non sappiamo che Milano ha guadagnato il 20% degli universitari negli ultimi anni, mentre Bologna li ha persi, perché i giovani preferiscono formarsi nella città in cui presumibilmente troveranno lavoro.

E questa mancanza effettiva di conoscenza della realtà c’impedisce anche di agire in modo corretto.
Assolutamente sì. Quanti sanno, per esempio, che il nostro interscambio col Nord Africa è superiore a quello con la Cina? Nessuno riflette su cosa si potrebbe fare insieme ai vicini Paesi del Mediterraneo, invece che con la lontana Cina… Il canale di Suez, dopo 500 anni, è stato allargato a tal punto che le navi che prima facevano il periplo dell’Africa possono entrare nel Mediterraneo, tant’è che se costruissimo porti adeguati potremmo essere concorrenziali addirittura a Rotterdam…

C’è un’incapacità di scorgere questi fatti e di farli propri…
Che è figlia di un metodo di conoscenza: se si sostituisce la descrizione analitica della realtà con l’idealismo o il drammatismo, si perde di vista la capacità di conoscere per avvenimento, fino a diventare incapaci di vedere i fattori economici. Anche la politica non può che seguire i fatti. E se guardasse meglio il Sud, anziché considerarlo il punto più lontano da Berlino, potrebbe vederlo come il punto più vicino a nuovi mercati. Altro esempio è il welfare. Nella crisi che sta investendo Stato e privati, emergono fattori che non potranno più avere una risposta: un bus che di sera serve un quartiere periferico di Milano con tre persone a bordo, diventa antieconomico; una malattia rara non ha più ragione di essere curata, se si pensa con la logica del mercato… Senza il Banco Alimentare, che sfama due milioni di persone, queste oggi morirebbero. Eppure, se non si prevede in questi ambiti una forma di gratuità, siamo condannati ad assistere al divario tra i sempre più ricchi e i sempre più poveri. La gratuità di certi servizi va inclusa tra i fattori fondamentali per lo sviluppo, mentre finora si è sempre pensato che esso fosse una prerogativa dello Stato o del privato che ci guadagna.