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Le banche non moriranno

Le banche non moriranno Torna a Pagamenti digitali contactless wearable user experience
Venerdì, 23 Ottobre 2020

Ci spiega perché Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano

Ivano Asaro-Osservatorio Innovative Payments Politecnico Milano

Quali scenari immagina per i prossimi dieci anni nel mondo dei pagamenti?
È un periodo molto lungo, in un mercato come quello dei pagamenti digitali. Nell’ultimo decennio ci sono state enormi trasformazioni, ma sono state la conseguenza di tecnologie, alleanze ed esperimenti che non sempre hanno avuto successo.

Per esempio?
Prendiamo i servizi che usano l’Nfc (Near Field Communication ), cioè la tecnologia contactless che consente di pagare avvicinando il cellulare. Qui i tre principali player sono Apple Pay, Google Pay e Samsung Pay. Questo equilibrio, però, è il punto di arrivo di un processo cominciato nel 2012, quando alcune banche, in collaborazione con gli operatori telefonici, avevano provato a offrire questo servizio: Mediolanum con Tim, Bnl con Vodafone. Questi tentativi sono falliti, oltre che per la complessità tecnica e organizzativa, anche per una questione economica. La tecnologia di allora prevedeva che le credenziali per il pagamento venissero salvate in un posto sicuro sulla Sim e questo consentiva ai giganti della telefonia di chiedere una sorta di affitto per quello spazio. Le parti non hanno mai trovato un accordo. Poi è arrivata la tecnologia Hce portata alla ribalta da Google, che permetteva di spostare queste credenziali in un luogo sicuro ma sul cloud. L’Host Card Emulation ha permesso a ogni banca di crearsi una sua app di pagamento che utilizzava l’Nfc. Quando è arrivata Apple Pay, gli operatori tradizionali hanno fatto ostruzionismo, un po’ per ragioni economiche, perché Apple chiede una percentuale su ogni transazione, un po’ per ragioni che hanno a che fare con il presidio del cliente. Ma quando Unicredit si è appoggiata ad Apple Pay, le altre l’hanno seguita a ruota. In un anno, le banche hanno chiuso le loro soluzioni private e sono tutte passate progressivamente ad agganciarsi ai servizi offerti da Apple, che è stata la prima ad arrivare, poi da Samsung e infine da Google.

E per quanto riguarda il device?
Da qui a dieci anni o credo che la carta sarà sostituita dallo smartphone, ma a questo si affiancheranno altri oggetti. Già quest’anno abbiamo visto i primi servizi che permettono di pagare con i wearable, che per il momento sono orologi – gli smartwatch – ma qualsiasi oggetto, una volta inserita l’antenna Nfc, può potenzialmente diventare un oggetto pagante. Un’altra innovazione che vedremo molto prima sono i device free payments , cioè tutti quei pagamenti in negozio per i quali non occorre che l’utente abbia qualcosa con sé. Non serve un wearable, né un cellulare né una carta, basta la sua persona. Stiamo parlando, da un lato, di tutti i servizi che utilizzano la biometria, attraverso ad esempio la lettura delle impronte, dell’iride o il riconoscimento facciale, ma ci sono anche soluzioni che prevedono che l’utente non faccia nulla. La più famosa è quella costruita da Amazon Go.

C’è una qualche tecnologia circondata da un hype eccessivo?
Tutte le tecnologie dovranno fare i conti con i desiderata e la percezione degli utenti, perché sono loro, alla fine, a guidare la trasformazione. Un’azienda può offrire la user experience  più affascinante del mondo, ma se le persone poi non si fidano e non la utilizzano, per qualsiasi motivo, quella soluzione muore. Prendiamo la biometria con il riconoscimento facciale, una tecnologia che in Cina stanno sperimentando seriamente. In Europa, dove le normative sono più stringenti, credo si pongano problemi di privacy, relativamente a dove vengono salvati questi dati e a come vengono utilizzati. Ma ancora di più, come dicevo, peserà il parere degli utilizzatori: se io temo che i miei dati biometrici possano non essere salvati in maniera sicura e magari utilizzati per scopi non leciti o per rubarmi l’identità, è chiaro che questi servizi non decolleranno mai. Per la stessa ragione, non penso che l’avanzare del fintech porterà le banche tradizionali a essere rimpiazzate totalmente, perché – al momento –, gli utenti tendono a fidarsi più di queste ultime che di alcuni nuovi attori. Le nostre analisi e i nostri sondaggi ci dicono che player come Amazon o Google stanno guadagnando fiducia, ma quando poi chiediamo agli intervistati se chiuderebbero il conto presso la propria banca per affidarsi totalmente a uno di questi colossi tech, nella grande maggioranza dei casi la risposta è ancora negativa.

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