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I riflettori dell’opinione pubblica mondiale sono accesi in queste ore sulla Siria: la denuncia di utilizzo di armi chimiche da parte del governo di Assad nella guerra civile siriana – in corso ormai da più di due anni e che ha provocato almeno 110 mila morti – ha scatenato un dibattito internazionale. Dal raid richiesto dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama al temporeggiare delle Nazioni Unite, all’appello alla pace di Papa Francesco: l’attenzione dei media è rivolta ora su Damasco, sembra che abbiamo dimenticato che, ogni giorno e da anni, si compatte e si muore in molte aree del mondo dove ci sono scontri tra gli eserciti regolari e gruppi o gli eserciti separatisti. È quanto segnalato in un recente servizio del Tg La7 , a firma di Fabio Angelicchio e trasmesso nella serata di mercoledì 4 settembre.
A oggi sono almeno 60 gli Stati nel mondo che sono coinvolti in conflitti; ci si ricorda di Afghanistan, Iraq e Cecenia, ma il continente più instabile è certamente quello africano. Nigeria, Repubblica Centrafricana, quella democratica del Congo, Somalia, Sudan e Algeria: conflitti silenziosi che non fanno abbastanza rumore. Solo in Sudan, si afferma nel servizio, dal 2003 al 2011, sono state più di 300 mila le vittime ufficiali; la Repubblica democratica del Congo, invece, continua a vivere in un clima particolarmente instabile: nelle provincie occidentali bande armate e milizie non governative uccidono e terrorizzano con incursioni e massacri di civili; nel Mali un anno fa i soldati hanno preso il potere, un colpo di stato che ha scatenato una guerra civile, nella quale si è insinuata Al Qaeda, e provocato l’intervento delle truppe francesi che ancora sono schierate nel Paese. L’intero continente è flagellato non solo da miserie e carestie, ma da continui colpi di stato e cambi di potere. A farne le spese, come sempre, è la popolazione: esecuzioni e stragi, persino bombardamenti sui civili si susseguono nell’indifferenza generale e negli appelli, spesso inascoltati, delle associazioni non governative. La popolazione, quando non viene deportata, fugge in un esodo biblico che va a riempire ulteriormente i campi profughi già al collasso; altri cadono direttamente nelle mani dei trafficanti. E c’è poi il dramma nel dramma che ci ha fatto vivere il Ruanda: quello dei bambini soldato: l’uso dei minori come arma da guerra è una delle più crudeli violazioni dei diritti dell’infanzia.