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Pietro Giordano, segretario generale dell’Adiconsum, era proprio curioso di vedere come sarebbe andata a finire. Anche a lui, che oggi dirige una delle più importanti associazioni dei consumatori italiane, negli anni scorsi è capitato, infatti, quello che accade ogni mese a migliaia di nostri connazionali: vedersi recapitare a casa una cartella esattoriale di Equitalia, la società pubblica (partecipata al 51% dall’Agenzia delle Entrate e al 49% dall’Inps) che, dalle Alpi alla Sicilia, ha il compito di riscuotere le tasse e i contributi non pagati. La irregolarità contestata a Giordano era roba da poco: circa 5 mila euro di imposte non versate, a causa di una dimenticanza del suo commercialista, che non aveva inserito nella dichiarazione dei redditi alcuni compensi per delle collaborazioni occasionali. Il segretario dell’Adiconsum, a dire il vero, aveva già ricevuto un primo avviso dal’Agenzia delle Entrate (che gli dava la possibilità di sanare subito la sua situazione, pagando un’ammenda ridotta) ma ha preferito aspettare un po’ di tempo in modo che, decorsi almeno 30 giorni, le pratiche di riscossione passassero alla fase successiva, cioè venissero affidate proprio a Equitalia. L’obiettivo di Giordano era di verificare in prima persona l’esistenza di una realtà che, almeno in parte, conosceva già bene. Si tratta appunto delle procedure di esazione del fisco italiano che, purtroppo, mettono spesso in difficoltà molti contribuenti in tutto il Paese: non solo e non tanto i presunti evasori, che cercano di fare i furbi e non pagare le tasse dovute, ma anche e soprattutto molte persone che, per una semplice dimenticanza o per temporanei problemi economici, non riescono a onorare fino all’ultimo centesimo tutti i propri debiti col fisco.
Sono infatti piuttosto frequenti, a quanto pare, i casi in cui le cartelle di Equitalia risultano piene zeppe di irregolarità, vizi di forma, ritardi nelle notifiche o altre vessazioni che tartassano i cittadini, con il rischio concreto di trascinarli addirittura sul lastrico. «Nel mio caso, è stato subito accertato che la cartella esattoriale era viziata da un errore e la somma richiesta si è dimezzata immediatamente, da 5 mila a 2.500 euro», dice per esempio Giordano, «poi, però, il debito è risalito fino a 3 mila euro, soltanto perché ho chiesto di ripagarlo attraverso un piano di versamenti rateali». Anche il segretario dell’Adiconsum, insomma, si è imbattuto in un sistema di riscossione molto rigido e assai poco clemente con chi vuole regolarizzare la propria posizione, soprattutto se si tratta di un comune cittadino o di un piccolo imprenditore. Per questo, la stessa Adiconsum ha promosso insieme alla Filca (la federazione rappresentativa dei lavoratori delle costruzioni iscritti alla Cisl) la nascita di Speranza al Lavoro, un’associazione che vuole dare voce ai familiari dei molti imprenditori che si sono tolti la vita nei mesi scorsi, dopo essere finiti in grave difficoltà economica, anche a causa dei troppi debiti fiscali (vedi box in fondo all'articolo ). Tra i fondatori di Speranza al lavoro, c’è per esempio anche Laura Tamiozzo, figlia di Antonio, il titolare di un’azienda edile vicentina con 30 dipendenti, suicidatosi nel gennaio scorso perché non ce la faceva più a sostenere il peso dei tributi.
Di storie simili a quelle del signor Tamiozzo, in tutta la Penisola, se ne trovano parecchie: la Cgia, la confederazione degli artigiani di Mestre, ha contato almeno 34 suicidi di imprenditori italiani dall’inizio dell’anno (di cui 12 soltanto nel Veneto) e ben 245 tra il 2008 e il 2010, gli anni più duri della recessione. È stata quasi una “ecatombe” che, purtroppo, è ben conosciuta anche da Luca Peotta, produttore di forni industriali della provincia di Cuneo, che ha fondato nel 2009 Imprese che resistono: un movimento spontaneo nato su Internet a cui hanno aderito ben 4 mila piccoli imprenditori italiani che cercano di sopravvivere alla crisi economica. Anche Peotta si è occupato spesso del “problema Equitalia”, che rappresenta una vera e propria spina nel fianco per molti iscritti al suo movimento.
«Non vogliamo assolutamente criminalizzare chi lavora in questa società», dice l’imprenditore piemontese, «poiché si tratta di persone che fanno semplicemente il loro lavoro e applicano le leggi vigenti». Anzi, Peotta ha apprezzato molto la disponibilità dei vertici dell’Agenzia delle Entrate, a cominciare dal presidente Attilio Befera, che alla fine del maggio scorso ha incontrato i rappresentanti di Imprese che resistono per aprire un filo diretto con il mondo delle aziende. Dopo l’incontro, è stato deciso da Befera il rafforzamento dell’iniziativa “Sportello dedicato”, che porterà alla creazione di decine di uffici in tutta Italia (almeno uno in ogni provincia entro l’estate) in cui i cittadini potranno illustrare all’amministrazione finanziaria la propria situazione e ricevere un’assistenza personalizzata per la soluzione dei problemi. È proprio questo, a detta di Peotta, ciò che i titolari d’azienda chiedono a Equitalia e, in generale, al fisco: non uno sconto sulle tasse, bensì un cambio di rotta nelle procedure di riscossione, facendole diventare meno vessatorie e instaurando un dialogo con i cittadini, per capire le loro difficoltà nei pagamenti, causate dalla crisi economica. «Non dimentichiamoci», dice ancora Peotta, «che i destinatari delle cartelle di Equitalia, in molti casi, non sono evasori fiscali che hanno fatturato i ricavi in nero». Spesso, si tratta piuttosto di artigiani, commercianti o piccoli imprenditori con l’acqua alla gola.
«Per non dover chiudere all’improvviso i battenti o per riuscire a liquidare gli stipendi al personale, parecchie aziende non hanno scelta: spesso sono costrette ad accantonare temporaneamente i pagamenti meno urgenti, cioè quelli delle tasse», spiega Marco Zanazzi, commercialista di Firenze, titolare di un noto studio di consulenza aziendale e fondatore del sito Difensoretributario.it. Tuttavia, sottolinea Zanazzi, dopo aver saltato i primi adempimenti fiscali, parecchie imprese entrano in una specie di tunnel: all’inizio, ricevono soltanto un “avviso bonario” dell’Agenzia delle Entrate, che chiede di saldare il debito con un ammenda ridotta del 10%. Poi, però, le pratiche passano a Equitalia e le sanzioni salgono al 30%. Trascorsi 60 giorni, vengono applicati altri oneri, come l’aggio di emissione della cartella, cioè un un’ulteriore balzello del 9% sull’importo dovuto, a cui si aggiungono gli interessi di mora sul debito, pari a circa il 5% ogni 12 mesi. E così, trascorso qualche anno, a detta di Zanazzi, gli oneri fiscali possono trasformarsi in un colpo mortale, perché la cifra richiesta dall’erario può crescere di almeno il 60 o 70%. Tradotto in cifre: un mancato pagamento iniziale di 20 mila euro sale ad almeno 32 o 35 mila euro.
Non va dimenticato, poi, che Equitalia può decidere di passare anche alle maniere forti, con le procedure esecutive: in altre parole, per tutelare il credito del fisco, i beni del debitore possono essere posti sotto sequestro e gli immobili ipotecati, per un valore fino al doppio della somma da pagare. In teoria, si tratta di una pratica più che legittima, prevista dal codice civile anche per la tutela dei crediti tra privati. COSI' SCATTA LA TAGLIOLA DEL FISCO
Purtroppo, però, le procedure esecutive partono spesso anche quando non dovrebbero. Ne sa qualcosa Dalila Loiacono, avvocato di Roma e responsabile fiscale del Movimento di difesa del cittadino (Mdc). Negli ultimi anni, Loiacono ha assistito centinaia di contribuenti vessati dalle tasse e ne ha viste davvero di tutti i colori. Uno degli ultimi casi, per esempio, è stato quello di un signore romano che era riuscito a farsi annullare per irregolarità una cartella esattoriale ricevuta, con una sentenza del tribunale passata in giudicato. Peccato, che Equitalia abbia deciso ugualmente di sequestrargli l’auto, poiché non era a conoscenza del pronunciamento del giudice.
E così, adesso il contribuente assistito dall’Mdc si ritrova pure segnalato come cattivo pagatore nei sistemi di informazione creditizia delle banche, che non sono più disposte a concedergli nemmeno un euro in prestito. Per non parlare, di quello che accade alle aziende fornitrici della P.A.. Anche con loro, il fisco è abituato a chiedere il pagamento immediato delle imposte, minacciando disporre il sequestro dei beni o l’iscrizione di ipoteche, anche se gli stessi imprenditori tartassati vantano un credito verso gli enti dello Stato, sempre ritardatari nei pagamenti. «Ci sono anche altre situazioni ancor più eclatanti», dice l’avvocato dell’Mdc, «come quelle di contribuenti che hanno ricevuto cartelle esattoriali per oneri fiscali risalenti a 20 o 30 anni fa e ormai caduti in prescrizione». Oppure, c’è chi ha subito il sequestro dei beni anche per piccoli debiti verso l’erario, benché la legge stabilisca che le procedure esecutive possano scattare solo se la cifra dovuta supera 8 mila euro (20 mila se si tratta dell’abitazione principale e il credito può ancora essere contestato). È vero, insomma che i dipendenti di Equitalia non hanno colpa perché svolgono soltanto il loro dovere. Ma, nella macchina burocratica del Fisco, oggi, qualcosa non va.

POSSIBILI FONTI D’AIUTO
Speranza al lavoro
Associazione promossa da Adiconsum con Filca
speranzaallavoro@gmail.com
Imprese che resistono
Movimento spontaneo nato su Internet nel 2009
www.impresecheresistono.org
Difensore tributario
Sito fondato dal commercialista di Firenze Marco Zanazzi
www.difensoretributario.it
Movimento di difesa del cittadino
Associazione che promuove la tutela dei diritti dei cittadini
www.mdc.it