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Si fa presto a dire che bisogna far ripartire il Paese. Chi ci guida sostiene che servono equità fiscale e lotta all’evasione, maggiore flessibilità (e tutela) del lavoro e, con sempre maggior impellenza, rilancio della politica industriale. Una cosa per volta. Visto che le prime tre sono più delle dichiarazioni d’intenti che vere e proprie proposte strategiche, cominciamo con l’urgenza che mette tutti d’accordo: cittadini, sindacati, politici e soprattutto imprenditori e uomini d’affari. Cominciamo col rilancio della politica industriale. Tutti lo auspicano, tutti lo aspettano, tutti lo vogliono. Già, ma con quali strumenti? Senza contare che con la globalizzazione la supremazia delle idee e dei servizi sui classici modelli produttivi sembra quasi richiedere al nostro Paese un ripensamento del proprio ruolo sullo scacchiere internazionale. Sono in molti – e chi scrive appartiene a quel partito – a pensare che l’economia tricolore, ancor più che nell’industria manifatturiera di alta qualità, riuscirà a trovare la propria ragione d’esistere nell’esportazione di creatività e soprattutto nell’accoglienza turistica. La riqualificazione del territorio e delle sue risorse ambientali, storiche e artistiche, unita al potenziamento delle infrastrutture e alla gestione strategica della domanda turistica, potrebbe far tornare l’Italia ai fasti degli anni ‘70, quand’era la prima destinazione mondiale (oggi oscilliamo tra la quarta e la quinta posizione), e andare oltre, avviando finalmente quello che potrebbe diventare il vero motore economico del nostro Paese, il Meridione. Ma questa è un’altra storia. Ed è Giorgio Squinzi, amministratore delegato della Mapei e tra i papabili per la poltrona più importante di Confindustria, a ricordarci la vocazione del nostro sistema economico. «L’Italia è un Paese manifatturiero, per l’esattezza è il secondo paese manifatturiero pro-capite al mondo, dopo la Germania. Solo se saremo capaci di portare avanti la nostra capacità di essere competitivi su questo fronte, avremo una speranza. Certo, abbiamo tutto quel che serve per fare turismo in grande stile, ma ritengo sia solo una delle due linee su cui possiamo muoverci. Non siamo un Paese di servizi, e d’altra parte non possiamo vendere finanza come fa l’Uk. No, noi dobbiamo continuare a puntare sul manifatturiero», dice Squinzi, «ma il settore può ripartire solo se ci sarà una semplificazione normativo-burocratica del paese: oggi per fare investimenti gli imprenditori si trovano di fronte a vincoli e complicazioni inenarrabili, e come minimo, quando c’è da investire ed espandersi, si trovano di fronte a grossi ritardi nei tempi di realizzazione del progetto».

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UN PAESE ALL’OPERA
Dall’alto a sinistra, in senso antiorario:i lavori per il traforo del tunnel La Praz, vicino a Modane in Francia, sulla tratta ad alta velocità Torino-Lione; un operaio intento nella posa di un cavo in fibra ottica; la fabbrica Candy a Brugherio (Mi), e lo stabilimento di Solaro, sempre in provincia di Milano, di Electrolux. Dopo quello automobilistico, il settore degli elettrodomestici è il secondo in Italia, con 130 mila addetti

Fosse solo un problema di crescita. A Giorgio Squinzi gli affari continuano ad andar bene, tanto che lui si vanta di non aver mai mandato a casa nessun dipendente. Ma l’urgenza di una nuova politica industriale, evidente già da prima dalla crisi, è stata ulteriormente inasprita da segnali inequivocabili dello spirito del tempo come le decine di casi di licenziamenti collettivi che hanno trovato spazio nelle cronache di questi ultimi mesi. «C’è il concreto pericolo, per l’economia italiana, di entrare in recessione, dato che la produzione industriale sta arretrando e le previsioni per il 2012 sono di una diminuzione del Pil», avverte Jacopo Morelli, presidente nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria. I dati che arrivano dal Ceced (l’associazione di categoria italiana creata dai produttori di apparecchi domestici e professionali, che riuniscono circa 130 mila addetti) rispetto al secondo comparto industriale tricolore dopo quello automobilistico sono, per esempio, allarmanti: «Se a partire dal dopoguerra siamo stati i leader indiscussi in Europa, con nomi del calibro di Riello, Merloni, Fumagalli, riuscendo anche ad attrarre in Italia grandi multinazionali, come Electrolux e Whirlpool che hanno creato qui i loro centri di sviluppo, progressivamente e poi rapidamente negli ultimi quattro anni abbiamo perso il 40% dei nostri volumi produttivi», dice Antonio Guerrini, direttore generale del Ceced. «Siamo passati dal produrre 6 milioni di frigoriferi all’anno a 3 milioni di unità, da 8,5 milioni di lavatrici a 4,5 milioni, da 2,7 a 1,4 milioni per quanto riguarda le lavastoviglie». Il nostro maggior competitor, spiega Guerrini, è la Polonia. Il sistema di quel Paese lavora perché l’industria operi nelle migliori condizioni possibili. Il costo del lavoro polacco è ovviamente inferiore a quello italiano, e oggi è stata raggiunta anche un’ottima qualità. Dunque, su cosa possiamo puntare per contrastare questa tendenza? «Sull’esperienza acquisita in questi anni, sul patrimonio di idee che abbiamo messo e continuiamo a mettere in campo. Da questo punto di vista possiamo competere. Ma siamo in difficoltà sui volumi produttivi. Il nostro costo del lavoro è troppo elevato per via del cuneo fiscale. Monti ci sta lavorando, apprezziamo lo sforzo, vediamo quanto riusciremo a ridurlo. Fondamentale però», chiosa Guerrini, «è anche disaccoppiare il fattore ricerca e sviluppo dalla produzione. Se rinunciamo anche al R&D, tagliamo la parte alta del sistema, e a quel punto è come abbandonare il Paese». DIGITALE AL PALO

Morelli, Guerrini, Squinzi © M.Scrobogna/LaPresse (1)

La visione di Guerrini si integra e nella proposta di Morelli, che si articola su quattro punti. «Occorre uno sviluppo da realizzare non tramite interventi una tantum, ma grazie a un progetto di lunga durata che finalizzi gli interventi rimandati da decenni. Ovvero attuare la riforma del sistema pensionistico, completare quella del fisco e spingere sul mercato del lavoro, agendo in quattro direzioni: migliorare le condizioni in cui operano le imprese, sostenere gli investimenti in infrastrutture, migliorare le condizioni dei consumatori e incentivare l’occupazione, in particolare quella dei giovani. Come riportato dalla Banca d’Italia, infatti, all’aumentare del 10% della quota di forza lavoro laureata cresce anche la produttività delle imprese dello 0,7%». Bisognerebbe però anche individuare i settori in cui è prioritario sostenere gli investimenti. È il momento di puntare sui business in cui l’Italia è storicamente più forte o forse conviene aprire nuove strade? Va chiarito in pratica cosa intendiamo per innovazione. Giorgio Squinzi non ha dubbi. «Dobbiamo investire sui settori in cui siamo forti: il made in Italy, il design, tutto ciò che è gusto italiano, dal tessile all’arredamento. Senza dimenticare i comparti doveabbiamo rilevanza mondiale in termini quantitativi, come l’automazione e le macchine per imballaggio, rispetto alle quali siamo leader assoluti. E laddove non riusciamo più a competere sulla quantità, dobbiamo spingere sulle manifatture di qualità. Penso, per esempio, alle ceramiche di Sassuolo: erano leader mondiali a livello quantitativo, prima che arrivasse la Cina, che però non ci ha rubato il primato tecnologico. C’è poi l’attività edilizia. Grazie a provvedimenti che possono essere adottati nell’immediato, come il Piano casa, si genererebbe da una parte lo spazio per operazioni che darebbero ai risparmiatori la possibilità di investire soldi che allo stato attuale non trovano altra collocazione, e dall’altra parte assisteremmo alla crescita di un settore ad alta intensità di manodopera. Si ridurrebbe la disoccupazione, favorendo allo stesso tempo un’industria a basso tasso di importazione». Guerrini invece cita la filiera delle cucine. «L’abbinamento tra design ed elettrodomestici di alta qualità ci dà un vantaggio competitivo enorme, ora serve che si trovino idee per essere un passo avanti rispetto agli altri. La nostra è un’industria vitale, viva. Se non investiamo in questo settore che dà lavoro a 130 mila persone vuol dire che l’Italia ha perso la partitaelli ricorda che siamo all’avanguardia nella produzione aerospaziale e in quella dei macchinari.

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UNO SGUARDO ALLE INFRASTRUTTURE
Ecco le opere che secondo il Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha finanziato e avviato. Il rapporto risale al 2009, quandola crisi internazionale aveva dato solo i primi morsi. Come evidenziato dalle tabelle, corridoi stradali e quelli ferroviari sono gli interventipiù costosi. Il corridoio Lisbona-Kiev è il famigerato n.5, che passa dalla Val di Susa, e ben esemplifica lo stato di avanzamento dei lavori

«Certo, abbiamo anche settori che storicamente hanno rappresentato la punta di diamante della nostra produzione ma che oggi si trovano in una situazione difficile. Per questo è essenziale valorizzare i primi e mettere i secondi in condizione di tornare a crescere e competere, favorendo la ricerca e la brevettazione». Secondo il presidente dei giovani di Confindustria è un obiettivo che può realizzarsi anche attraverso la crescita dimensionale delle aziende. E in questo senso la patrimonializzazione delle imprese, incentivata dalla cosiddetta Ace prevista nell’ultima manovra, è uno strumento importante per migliorare la struttura finanziaria delle aziende, favorirne l’accesso al credito e gli investimenti. «Ma dobbiamo crescere anche a livello di filiere produttive. Quest’anno siamo arrivati al traguardo dei 200 contratti di rete firmati, per un coinvolgimento di quasi 1.000 imprese appartenenti a tutte le regioni italiane e operanti in molteplici settori, dal metalmeccanico ai servizi, dal tessile alle biotecnologie», spiega Morelli. Ma non basta. Il direttore generale del Ceced invoca anche una maggiore attenzione all’etica del mercato. «Le nostre aziende si sono gettate a capofitto nel rispetto delle regole comunitarie sulla sicurezza degli elettrodomestici. Dall’Estremo Oriente invece arrivano prodotti che non rispettano i parametri prestazionali, e al ministero dello Sviluppo dicono che non ci sono risorse per contrastare questo fenomeno. Non lo possiamo più accettare: servono controlli più accurati per mettere fuori dal mercato chi non rispetta le regole e danneggia industria e consumatori».
Lo sviluppo passa però anche dall’abbattimento dei costi. E quello del cuneo fiscale citato da Guerrini è, per le aziende che vogliono crescere, solo uno dei problemi che affligge il sistema italiano. Gli altri capitoli riguardano energia, comunicazioni e trasporti. «Bisogna completare un piano di viabilità e comunicazione logistica integrato, che preveda da una parte il completamento dei grandi corridoi comunitari, le reti transeuropee, e, dall’altra, la realizzazione delle cosiddette infrastrutture “minori”, destinate a riattivare gli investimenti a livello locale e per le pmi», dice Morelli. E aggiunge: «Serve anche un’infrastrutturazione energetica, perché l’energia ha nel nostro Paese un costo altissimo che pesa sulle imprese e sui cittadini. È essenziale orientare investimenti pubblici e privati verso l’efficienza energetica, che crea lavoro e abbassa i costi energetici a carico dei singoli e delle aziende». Già, ma ora che l’ipotesi nucleare è sfumata, dove si vanno a trovare quei Kwatt necessari a rendere la nostra industria autosufficiente? «Io ero a favore del nucleare», dice Squinzi. «Ma se adesso non si può più procedere per quella strada bisogna tentarne altre, come per esempio quella dei rigassificatori. In pratica però fino a oggi ne è stato realizzato solo uno».
E poi c’è la questione delle Tlc. Lo dicono tutti: non esiste un futuro per l’industria italiana senza lo sviluppo dei network di quarta generazione, peccato però che fino a ora i governi che si sono succeduti nella Penisola non se ne siano dati troppo pensiero. Forse, vista l’indecisione dimostrata dallo Stato soprattutto sulle reti di trasmissione dati ad alta velocità, toccherebbe agli imprenditori farsi avanti e prendere l’iniziativa. «Gli investimenti in infrastrutture devono essere di competenza del Pubblico», dice Giorgio Squinzi. «Poi qualche intervento lo possono fare anche i privati, ma è lo Stato, con la sua visione complessiva, che deve muoversi». Più conciliante la proposta di Morelli: «Gli strumenti con cui realizzare questi obiettivi possono essere da una parte un piano pubblico di infrastrutturazione che individui nettamente le priorità di intervento e che, soprattutto, sia realizzabile in tempi brevi e, dall’altra, il potenziamento del ricorso a parternariati pubblico-privato (Ppp) come il project financing e un pieno utilizzo delle potenzialità offerte dai Fondi strutturali europei». Che però sino ad oggi, fa notare Morelli, sono state snobbate dalle Regioni, sia per limiti di progettualità che per paradossali meccanismi burocratici interni.