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Cosa fa Mark Zuckerberg, trent’anni, fondatore e patron di Facebook, il giorno dopo aver staccato un assegno della bellezza di 19 miliardi di dollari per acquisire WhatsApp? Risposte: a) Va in banca a tranquillizzare il direttore. Tutto a posto, è un buon investimento; b) Si chiude nel suo ufficio in preda ai dubbi; c) Telefona al neocampione del mondo di scacchi e numero uno mondiale, Magnus Carlsen, addirittura più giovane di lui (23 anni) e altrettanto geniale, e chiede se gli va di farsi una partitina. La risposta giusta è “C”. Ed è la prova provata, fresca di cronaca, di quel legame sotterraneo che tiene stretti da sempre i cervelli più svegli e innovativi e la passione per un gioco antico di millenni: gli scacchi, appunto.
Sessantaquattro caselle senza zone d’ombra né possibilità di equivoco: o è bianco, o è nero. Due piccoli eserciti da 16 pezzi ciascuno, una piccola gerarchia che rappresenta in formato mignon vizi e vezzi di qualsiasi microstruttura sociale umana. Un re, ovvero il capo, autorevole ma lento nei movimenti, l’ultimo che deve finire sotto scacco se si vuole salvare baracca e burattini; una donna (detta anche “regina”), che può permettersi qualsiasi mossa e può supplire, alla bisogna, ai movimenti di tutti gli altri pezzi, alla faccia delle pari opportunità; e poi due alfieri, agili e veloci, che lanciano le loro sciabolate muovendosi in diagonale, due imprevedibili cavalli, che muovono dritto e poi scartano di lato gettando scompiglio, due torri potenti sul rettilineo e utili nell’estrema difesa. E davanti a tutti, in prima linea, otto pedoni. I più piccoli del drappello, i più limitati – avanzano un passo alla volta – spesso i più sacrificabili, soldatini ordinati che qualche volta vivono la piccola e passeggera gloria del mettere in scacco il re avversario.

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«Mentre non tutti gli artisti

sono giocatori di scacchi,

tutti i giocatori di scacchi

sono artisti»

Marcel Duchamp

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Questa è la meraviglia del gioco, e quell’ingrediente segreto che lo trasforma in metafora della vita oltre che in uno dei più sofisticati esercizi della razionalità, una possibilità di mosse e combinazioni che raggiungono la cifra record e difficilmente immaginabile di 10 alla 123esima. Attraverso le quali è possibile combinare un numero di partite sempre diverse tra loro che corrisponde a 10 alla decima alla cinquantesima potenza. Molto più di tutti i calcoli che può probabilmente fare l’algoritmo di Google da qui all’eternità. Basta fare quattro conti, insomma, per capire perché da sempre gli scacchi – disciplina che è stata codificata forse in Persia, o forse in India intorno al VI secolo, e che è sbarcata in Europa nell’anno Mille, attraverso la mediazione araba – sono da sempre il gioco che più affascina i cervelli fini. Uno sport decisamente sui generis, che vede il corpo del giocatore immobile su una sedia, fatto salvo l’abile e veloce movimento delle dita nel muovere e rimuovere i pezzi, e gli emisferi cerebrali che macinano migliaia di soluzioni e possibilità in poche frazioni di secondo, in competizione diretta con il cervello dell’avversario. Una sfida fatta di genialità, nervi saldi, stress, lucidità, concentrazione, fiducia in se stessi e capacità di analisi. Strategia e tattica, abilità nel prevedere le mosse dell’altro tra le infinite possibili, ma anche fantasia e sorpresa nel creare varianti.
Una prova di forza con se stessi che è potenzialmente aperta a tutti, ciascuno con il proprio livello di abilità. Sono circa 800 milioni i giocatori abituali di scacchi al mondo, di cui pochissimi campioni, ma per tutti una partita è una prova e una lezione, oltre che uno stimolo a migliorarsi continuamente. «Gli scacchi sono il metro di giudizio dell’intelligenza», diceva Johann Wolfgang Goethe, grande poeta e discreto giocatore, esaltando l’aspetto elitario di questa disciplina. «Gli scacchi sono un mare dove un moscerino può bere e un elefante fare il bagno», risponde con qualche millennio di esperienza in più un proverbio indiano, sottolineando quanto gli scacchi, come la vita, rappresentino una sfida aperta, dove ciascuno può trovare la propria dimensione. E crescere senza complessi di sorta. «Gli scacchi sono una scienza, un’arte, uno sport, e poi sì, sono anche un gioco», fa eco agli antenati indiani Adolivio Capece, per vent’anni direttore dell’Italia Scacchistica , la più nobile e antica rivista italiana sulla disciplina (è stata fondata nel 1911), riferimento imprescindibile per tutti gli appassionati, ma anche – «soprattutto», dice lui – scacchista da quando aveva sei anni, tesserato alla Federazione Italiana Scacchi da quando ne aveva 12, e oggi responsabile della comunicazione della Federazione. È lui a dare i numeri di quanto il fenomeno sia diffuso nel nostro Paese: sono circa 22 mila i tesserati FIS che fanno gare a livello agonistico, oltre 50 mila gli under 16 che partecipano a tornei ufficiali, e addirittura circa 135 mila i ragazzini che nel corso del passato anno scolastico hanno fatto corsi di scacchi nella propria scuola, grazie all’attività promossa dalla Federazione, che ha portato nelle classi – dalla seconda elementare alla terza media – gli scacchi come attività didattica extracurriculare. Uno dei volani più efficaci per riportare questa disciplina nella quotidianità, oltre che promuoverla a livello sportivo.

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Anche se ancora i media non se ne sono accorti, infatti, la passione per aperture, arrocchi, catture e infilate sta ormai dila­gando in tutto il Paese. «Gli scacchi fan­no parte del nostro quotidiano più di quanto si immagini, anche se spesso non ce ne rendiamo conto», osserva Gianpie­tro Pagnoncelli, dal 2005 presidente della Federazione Scacchistica Italiana. «I rife­rimenti agli scacchi sono continui e mol­teplici, anche da parte di chi non ha mai giocato una partita: nelle pubblicità, nel­la moda, ma anche nel linguaggio degli sportivi o in quello dei politici». Ma ol­tre all’immaginario semantico, c’è anche una pratica reale, che cresce di quanti­tà oltre che di qualità. «Il numero di co­loro che prendono parte a gare e tornei è continuamente in crescita», continua Pa­gnoncelli. «Soprattutto i giovani si avvi­cinano sempre di più al gioco, insegnato oramai in moltissime scuole, il che ci ha permesso tra l’altro di avere oggi una na­zionale particolarmente competitiva, sia a livello maschile sia a livello femmini­le». È italiano, oltre che giovanissimo, il terzo più quotato scacchista del mondo, Fabiano Caruana, che ha ottenuto il tito­lo di Grande Maestro quando aveva solo 14 anni e oggi, che ne ha 21, è uno degli avversari più temuti dal numero uno as­soluto, il norvegese Magnus Carlsen. Ed è italiana Marina Brunello, 20 anni, una delle star femminili del circuito, “so­rella d’arte” di Sabino Brunello, 25 anni, Gran Maestro da quando ne aveva 14. Uno sport, insomma, che per gli azzurri promette bene.

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«Il gioco degli scacchi

è quello che conferisce

più onore all’intelletto umano»

Voltaire

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A questo punto, i puristi dello sport inteso come fatica e sudore, arricciano il naso. Come si fa a definire sportivi quei soggetti che siedono per ore e ore ingobbiti davanti a un tavolino che in diverse ore di partita esercitano al massimo il tendine di tre falangi della mano? Una polemica cui ogni appassionato navigato sa ribattere. Per esempio. «Nel corso di una partita di alto livello, della durata media di quattro-cinque ore, uno scacchista consuma tante calorie quante un calciatore di Serie A nei 90 minuti del match. E bisogna considerare che durante un torneo un giocatore che arriva in finale gioca partite per dieci-12 giorni di fila», spiega Adolivio Capece. Che racconta come questo calcolo sia stato «scientificamente provato» durante il leggendario torneo di Monaco di Baviera del 1979, che vide in gara alcuni tra i più grandi miti di questo sport (Karpov, Spassky, il tedesco Hübner e l’olandese Olafs­son) ricordato anche per le analisi medi­che cui vennero sottoposti i giocatori du­rante la gara. «A ciascuno venne appli­cato un apparecchio che misurava i batti­ti cardiaci, la pressione e il ritmo della re­spirazione. Inoltre prima e dopo l’incontro veniva effettuato un prelievo del san­gue. Conclusione? A scacchi si gioca con il cervello, ma anche con il corpo». E per questo in tanti vorrebbero che tornasse a essere disciplina Olimpica: lo è stata fino al 1928 e vennero poi esclusi perché gli scacchisti più bravi erano professionisti («chissà perché, però, i tennisti, che sono altrettanto professionisti e molto più ben pagati degli scacchisti, alle Olimpiadi ci vanno», sussurrano i patiti di alfieri e pe­doni...). In attesa dunque che un ritrova­to spirito decubertiniano riammetta gli scacchi tra i cinque cerchi, ci ha pensato la Commissione Europea a riabilitarli parzialmente, emanando nel 2012 un’appo­sita Dichiarazione che invita formalmen­te gli Stati membri a inserire gli scacchi tra le materie curriculari della scuola, in quanto disciplina «ricca di elementi edu­cativi, formativi e riabilitativi che favori­scono la crescita dei giovani e si sono ri­velati particolarmente utili per risolvere situazioni di disagio scolastico, bullismo, deficit cognitivi e favorire l’inserimento in un gruppo di portatori di handicap».
Gli scacchi tornano così a essere consi­derati l’espressione più riuscita di quel “ludendo docere”, insegnare giocando, che costituiva per gli antichi romani il mi­glior metodo educativo, tanto per i ragaz­zi quanto per gli adulti (nei Paesi nordici sono utilizzati con successo - dicono gli scienziati - nei centri di cura per malati di Alzheimer, o per la riabiliazione cogniti­va post-ictus, per esempio). Scienza del cervello o semplicemente gioco? Impos­sibile sciogliere questo binomio.