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Un venerabile maestro nella biblioteca della Gran Loggia della massoneria francese

“Qualunque cosa ti faccia comodo sul serio, la vera forza di Bisignani si chiama Ior”. A svelare forse il segreto più importante dell'uomo dei misteri e dei contatti con i potenti finito ai domiciliari nell'inchiesta della procura napoletana sulla P4, fu il banchiere-faccendiere Pier Francesco Pacini Battaglia in una telefonata intercettata con Emo Danesi nel pieno della bufera di Tangentopoli. Due uomini piuttosto addentro ai segreti della Prima Repubblica. Erano gli anni novanta e Luigi Bisignani, già allora, era un nome che contava nella Roma dei Palazzi e del potere. Un nome costruito all'ombra della Dc, spiega l’agenzia Ansa che redige il profilo di uno dei suoi ex dipendenti. Nato nel 1953 a Milano da un importante dirigente della Pirelli per molti anni in Argentina, quando muore il padre riceve una consistente eredità. Ma quel che conta non sono i soldi ma il lascito di relazioni politiche. Tanto che Danesi, sempre in quella telefonata con Pacini Battaglia, racconta così il suo primo incontro con Bisignani: “Ci siamo visti...diamoci subito del tu...volentieri...poi m'ha detto che andava a giocà a carte con Andreotti”. Se sia così forte il legame con il sette volte presidente del Consiglio è ancora da dimostrare. Certo è che è Andreotti in persona a presentare nel 1988 'Il sigillo della porpora ’, sua primo giallo cui fa seguito 'Nostra signora del Kgb ', nel 1991: bastano le due fatiche letterarie per far dire a qualcuno che Bisignani è il nuovo Ken Follet italiano.
Ex giornalista, consulente aziendale, finanziere, ex direttore delle relazioni esterne del colosso Ferruzzi-Montedison, il suo nome viene trovato nell' 1981 negli elenchi della P2 in casa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi: non uno qualsiasi, secondo gli inquirenti, ma un reclutatore. Un colonnello. Nonostante fosse il più giovane dell'intero elenco. Gherardo Colombo, il pm che scoprì quella lista, lo colloca nella categoria degli 'inquinatori’, uomini sconosciuti ma potentissimi che hanno passato anni ad avvelenare la vita democratica della Prima Repubblica. Lui, allora giornalista dell'Ansa , non fece una piega e replicò con una nota: ”Seguo da tempo per l'Ansa le notizie sulla massoneria e conosco, pertanto, molti alti elementi della massoneria, compreso Licio Gelli. I quali abitualmente mi fanno avere i loro comunicati in redazione. Smentisco però categoricamente la mia appartenenza a qualsiasi loggia massonica, compresa, ovviamente, la P2”.
Non poté smentire, però, il suo coinvolgimento nella maxitangente Enimont. La madre di tutte le tangenti. L'ordine di arresto del pool di Milano arriva 6 mesi dopo la sua nomina, a 39 anni, a direttore delle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi e direttore generale della sede di Roma: l'accusa è di violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Bisignani quel giorno però è all'estero: ci mette un anno per costituirsi e farsi interrogare da Di Pietro e Colombo. Che dall'ex amministratore della Montedison Carlo Sama avevano già saputo che Bisignani aveva fatto da intermediario con lo Ior, la Banca Vaticana, per la trasformazione in contanti di 92 miliardi in Cct da utilizzare per il pagamento di tangenti “a quella parte della Dc - racconto Sama - che faceva capo a Pomicino e quindi alla corrente di Andreotti”. Sul conto aperto da Bisignani allo Ior transitarono 108 miliardi. “Presso la banca Vaticana - ricorda in un libro Angelo Caiola, alla guida dell'istituto dal 1989 al 2009 - disponeva da anni di un conto personale, chiedendo di accreditare il ricavato su un conto cifrato estero”. La sentenza definitiva per l'intera vicenda arrivò nel 1998: 2 anni e 6 mesi. Una condanna che gli è costata anche la radiazione dall'albo dei giornalisti. “Ha svolto - è stata la motivazione - con continuità attività lucrose costituenti reato e afferenti a compiti del tutto estranei alla professione giornalistica”. Era già fuori, dunque, quando il suo nome fini nell'inchiesta dei pm Colombo e Boccassini sull'Alta velocità e, anni dopo, in ‘Why not’, l'indagine dell'attuale sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, allora pm a Catanzaro, in cui entrarono anche Romano Prodi e Clemente Mastella. Ora il suo nome torna ad essere accostato ai palazzi del potere: Bisignani, scrivono i magistrati nell'ordinanza, è “ascoltato consigliere dei vertici aziendali delle più importanti aziende controllate dallo Stato (Eni, Poligrafico dello Stato, Rai ecc), di ministri della Repubblica, sottosegretari e alti dirigenti statali”.

I misteri di Gelli: è la volta di Andreotti e la loggia segreta