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Sarà per disillusione, per aspettative troppo alte, per un ingenuo desiderio di credere che l’Italia abbia un futuro, ma se ci si gira di 180 gradi e si guarda indietro (come non si dovrebbe mai fare) il decennio appena passato si presenta come un impressionante susseguirsi di occasioni mancate. È stato il decennio della vittoria dello Stato sulla società e, contemporaneamente, ma non poteva essere diversamente, del sistematico stupro della democrazia.
In Italia, gli anni 2006-2016 iniziavano con un assetto istituzionale di questo tipo: Romano Prodi presidente del Consiglio, Giorgio Napolitano presidente della Repubblica, Franco Marini presidente del Senato e Fausto Bertinotti presidente della Camera. Si è partiti con il governo più numeroso della storia repubblicana, sostenuto da addirittura una dozzina di partiti di sinistra, durante il quale (coincidenza) ai terroristi rossi responsabili dell’assassinio del giuslavorista Massimo D’Antona vengono ridotte le pene; si decise un indulto per 29.507 persone in carcere e dalla Francia tornò in Italia Oreste Scalzone (Potere Operaio, Autonomia Operaia) perché la pena è andata prescritta. E il viceministro Vincenzo Visco venne accusato di aver trasferito quattro finanzieri che stavano indagando sul progetto di fusione tra Unipol e Bnl, la più grande operazione finanziaria congegnata dalla sinistra italiana. La quale si consola (per poco) con l’acquisto da parte della rossa Mps dell’Antonveneta: operazione che non aveva alcun senso strategico e che ha portato al quasi fallimento della banca toscana e a un suicidio, quello di David Rossi, responsabile delle Relazioni esterne dell’istituto.

Arrivano i nostri
Più Stato e meno società sono due dei sintomi più evidenti della sfiducia nella capacità dell’uomo di farsi da sé. Ebbene: in questo decennio è stata teorizzata, sul cosiddetto “più autorevole giornale italiano”, la necessità storica dei “vincoli esterni”: non essendo capaci gli italiani di darsi delle regole, allora tanto vale che siano gli stranieri, in questo caso l’Unione Europea, a farlo. Una teoria di stampo colonialista che spiega perché ogni volta che a un popolo europeo, e anche italiano, è stata sottratta un pezzo di democrazia, nessuno abbia protestato: è per il nostro bene. Per il bene del popolo.
L’espansione del ruolo dello Stato in economia non riguarda solo (anche se, soprattutto) lo Stato nazionale, ma principalmente l’Unione Europea, un “superStato” che almeno in due casi ha dimostrato di tenere di più alla difesa di una teoria, cioè l’euro, che alla democrazia che dice di voler difendere. Come è noto, democrazia e libertà si difendono con democrazia e la libertà, non con le monete. Da qui il successo dei partiti anti-europei nel 2014: Nigel Farage in Gran Bretagna, Marie Le Pen in Francia, AfD in Germania (dove vengono eletti in Parlamento due neonazisti, così come anche in Grecia), Lega e Movimento 5 Stelle in Italia (che abbandona poi l’idea di un referendum per uscire dall’euro).
In questo decennio il caso greco (divieto europeo di tenere un referendum, poi svolto e tradito) e il caso italiano (complotto contro un governo legittimo e promozione di uno legale, ma illegittimo) dimostrano che la gabbia europea si fonda sull’impossibilità dei popoli di autodeterminarsi. L’Europa è riuscita addirittura a esportare l’in-democrazia quando, provocando morti e distruzione, ha tentato di sottrarre l’Ucraina alla sfera di influenza russa, facendo piovere sul Paese una pioggia di miliardi in cambio della firma di un patto di alleanza; sostenendo “l’unità della nazione” e impedendo al popolo russo, che vive nei confini dello Stato ucraino, di autodeterminarsi. Non poteva ammettere, l’ottusa monarchia di Bruxelles, che avesse ragione Samuel Huntington: lo “scontro di civilità” è il più pericoloso rischio dell’umanità e una delle aree del pianeta dove è più probabile è proprio l’Ucraina: un territorio circondato da confini dentro i quali vivono diversi popoli in un delicatissimo equilibrio (nella edizione originale del libro c’è perfino la cartina a indicarlo).

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C’È STATO PERSINO CHI HA TEORIZZATO

IL BISOGNO DI “VINCOLI ESTERNI”

PER GOVERNARE UN POPOLO

INCAPACE DI DARSI DELLE REGOLE

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Errori memorabili
L’Europa, in questi dieci anni, ha reso palese anche ai più fanatici europeisti, di tenere di più all’integrità dello Stato che alla libertà dei popoli che vi abitano. E il ridicolo paradosso è che le è stato addirittura attribuito il premio Nobel per la pace che, nella scala dei premi immeritati, viene appena dopo l’identico riconoscimento a Barack Obama, il presidente Usa in carica dal 2009, il cui segretario di Stato, Hillary Clinton, è universalmente riconosciuta come una delle creatrici dell’Isis per la sua politica in Medio Oriente. Sostenendo gli avversari dei governi “sanguinari”, Assad in primo luogo, la possibile futura presidente non ha solo creato le condizioni per la guerra civile in Siria, ma ha anche alimentato il Califfato, proclamato da Abu Bakr al Baghdadi nel 2014. Voleva esportare la democrazia, ha importato la dittatura.
Stesso errore (ma siamo sicuri sia stato un errore) di Nicholas Sarkozy, il responsabile dei morti in Nord Africa e dell’uscita di Comme si de rien n’était , l’ennesimo trascurabile Cd della sua compagna Carla Bruni, messo in vendita poco prima che i caccia del compagno bombardassero Tripoli. A quella guerra ha partecipato anche Silvio Berlusconi, allora al governo, indotto da un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che non ha avuto la schiena dritta per opporsi al tentativo per sottrarre all’influenza italiana quel Paese e coprire i rapporti economici, che definire “opachi” è un eufemismo, tra Gheddafi e Sarkozy. Le primavere arabe, benedette dagli intellettuali, iniziano nel 2011. Dopo cinque anni la loro eredità è: un’instabilità congenita nel Nord Africa e in Asia, la nascita dell’Isis, gli attentati in Europa, l’immigrazione incontrollabile e migliaia di morti nel Mediterraneo.

 

Il decennio appena passato è, in effetti, quello delle stragi islamiche in Occidente e dell’inevitabile trionfo dell’ipocrisia al quale non si è potuta più opporre Oriana Fallacci, morta proprio nel 2006. Stragi e ipocrisia hanno camminato a braccetto mentre l’Occidente ha fatto a gara con se stesso per dimostrare all’Oriente che aveva ragione a mettere le bombe. Dopo la strage delle dodici persone che lavoravano al giornale (satirico, ma comunque di terz’ordine) Charlie Hebdo , tutto il mondo si è dichiarato “Je suis Charlie” premettendo, però, che la responsabilità delle stragi islamiche ricadeva su una società “gretta”, “chiusa”, “ricca” perciò “egoista” e addirittura “assassina” incapace di “integrazione”. Un’ipocrisia che a novembre del 2015 si è moltiplicata per 130: il numero dei morti del Bataclan, sempre a Parigi. Dopo Charlie Hebdo tutti siamo diventati per la libertà di espressione, ma non a favore di tutte le espressioni della libertà. E la prima espressione che non merita libertà è stata quella del Family Day 2016, quando tutta la stampa (anche quella cattolica) si è schierata contro gli oscurantismi di chi sostiene che un figlio si chiama figlio perché ha un padre e una madre, e chi lo compra ne è al massimo il proprietario. Un’evidenza sostenuta nel 2007 anche dalla Chiesa, tanto che al cardinale Bagnasco arrivò una busta con tre proiettili. E a papaBenedettoXVI, nel 2008, fu impedito di entrare a La Sapienza.

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DOPO CHARLIE HEBDO

CI SI È SCHIERATI TUTTI

PER LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE,

MA NON PER TUTTE

LE ESPRESSIONI DI LIBERTÀ

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Perseguitati fiscali
È stato il decennio del trionfo della persecuzione fiscale, durante il quale lo Stato italiano avrebbe potuto, e dovuto, abbassare le tasse, introdurre il quoziente familiare, liberalizzare, privatizzare, sostenere la società civile, ma ha preferito vessare cittadini e imprese ai quali è stato chiesto (imposto) di sostenere politiche redistributive (gli 80 euro) ammantate dall’ideologia della “giustizia sociale”, mentre comprava consenso.
Giustizia sociale e diritti sono, in effetti, la faccia buona della dittatura: nessuno, tranne lo Stato, può garantire i diritti e all’aumento del numero dei diritti si accompagna sempre una crescita della spesa pubblica necessaria a garantirli. Tanto è vero che insieme alla parola “diritti”, questo decennio ha visto l’esplosione di un’altra espressione prima sconosciuta: “bene comune”. Acqua, cultura, ambiente, lavoro, sanità: ogni persona ha scoperto che gran parte delle proprie normali attività sono, in realtà, un “bene comune”, cioè un po’ meno sue e un po’ più di tutti. Da qui nasce la sottomissione degli italiani all’intrusione dello Stato nella vita privata: un’invasione che non ha visto alcun partito opporsi, tantomeno il centrodestra alle prese con il divorzio da Gianfranco Fini del 2010. Da questo punto di vista la Cina ha fatto passi in avanti: nel 2007 è stato stabilito che la proprietà privata non è un furto. Il Fisco ha ottenuto il diritto di accedere ai conti correnti. Le banche si sono adeguate a questa violazione dell’intimità. Il tutto nel silenzio complice della stampa sovvenzionata dallo Stato e tra gli applausi degli ayatollah del moralismo che hanno usato il tipico argomento di tutti gli Stati dittatoriali: “Se non hai nulla da nascondere non ti devi preoccupare e se ti preoccupi vuol dire che hai qualcosa da nascondere”. Anche i tagliagole dell’Isis, credo, ragionano così.

Passo dopo passo 

2006
Il 31 luglio viene approvato l’indulto: escono dal carcere 29 mila detenuti

2007
Il 1 giugno si dimette il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, per le pressioni sulla Gdf nel caso Unipol-Bnl

2008
A Benedetto XVI viene impedito l’accesso all’Università La Sapienza di Roma

2009
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, vince il Premio Nobel per la Pace

2010
A dicembre si accendono i primi scontri di quella che l’anno successivo diventerà la Primavera araba

2011
Il 12 novembre si dimette il premier Silvio Berlusconi. Si scopriranno in seguito indebite pressioni estere sulla situazione politica italiana

2012
Il 21 giugno, sul Corriere della Sera , viene teorizzata la necessità di «vincoli esterni» per l’Italia

2013
A novembre Carlo Cottarelli diventa commissario straordinario per la Revisione della spesa pubblica. Si dimetterà dopo un anno

2014
In Uk, Francia e Germania si affermano i partiti antieuropei. In Italia la Lega e il M5S intraprendono la battaglia anti-euro

2015
Dopo quasi otto mesi di scontri, viene firmato il fragile cessate il fuoco tra le truppe filorusse e quelle governative dell’Ucraina

In questi dieci anni si è consumata l’ascesa e la caduta di personaggi che una persona minimamente seria non accetterebbe nemmeno come vicini di casa: Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza, ospiti fissi dell’ex star Michele Santoro che insieme a Marco Travaglio, editorialista de il Fatto Quotidiano , nato nel 2009, hanno riportato la lancetta dell’orologio giudiziario all’inizio degli anni '90, rinverdendo la pratica del giustizialismo più violento anche a costo di diventare la buchetta delle lettere dei procuratori italiani. Compresi i più screditati e inattendibili come Antonio Ingroia (l’inchiesta sui rapporti Stato-mafia non è giunta a nulla) e Luigi De Magistris (il principale indagato dell’inchiesta Why Not, Antonio Saladino, è stato assolto «perché il reato non sussiste»).

Più tasse per tutti
Ma il nemico pubblico numero uno resta l’evasione la cui lotta serve, si dice, per “pagare meno, pagare tutti”. Nessuno guarda i numeri, che dicono che nel 2006 l’Agenzia delle Entrate ha recuperato 4,4 miliardi di evasione e che nel 2014 è arrivata addirittura a 14,2 miliardi. Nello stesso periodo le tasse sono aumentate raggiungendo il 44% del reddito, e tra il 2006 e il 2015 le tasse in busta paga, cioè il cuneo fiscale, sono passate dal 46,1% al 48,2% mentre la media Ocse è scesa da 36% al 35,9%.
Non è un caso che nel 2014 Carlo Cottarelli, il supercommissario (l’ennesimo) incaricato di tagliare la spesa pubblica, viene lasciato andare da Matteo Renzi senza nemmeno un ciao. Il recupero dell’evasione fiscale fa aumentare la spesa pubblica che Cottarelli voleva tagliare: invece di tagliare la spesa, hanno tagliato lui. Eppure gli italiani, tutti, non hanno mosso un forcone quando lo Stato ha comunicato che avrebbe rovistato nel loro conto corrente. Imbambolati dalla propaganda, abbiamo rinunciato all’unico vero diritto che vige in uno Stato liberale, quello di contrastare il potere invadente (detto per inciso: inItalia la Costituzione è stata usata per limitare il potere dei cittadini, piuttosto che frenare l’invadenza dello Stato).
In questo decennio, non ce ne siamo accorti, siamo diventati tutti convinti che lo Stato è buono. A dimostrarlo è stata la crisi prima finanziaria, e poi economica che ha investito il pianeta nel 2008-2009, e che l’Italia, praticamente unico Paese europeo, non si è ancora lasciata alle spalle. Quella crisi ha mostrato che il mercato, se lasciato libero, provoca disastri, perciò meglio che delle cose serie si occupi il pubblico, non il privato, al quale viene garantito un piccolo recinto dove gli è permesso continuare a giocare come i bambini con i Lego. La verità è che quella crisi è stata provocata dallo Stato, dal presidente della Fed fino al 2006, Alan Greenspan, e dal presidente George W. Bush che, in cerca di consenso, inondò il mercato di liquidità. Il mercato ha cercato di trovargli un’allocazione permettendo, anche a chi non poteva, di comprare una casa, salvo poi non riuscire più a pagare le rate del mutuo. È stato un politico, George W. Bush a inserire nel meccanismo degli scambi economici il fattore “consenso”, stampando dollari per poi fare marcia indietro e lasciar fallire la Lehman Brothers, nel 2008, perché “il mercato è il mercato”, dando il via a una serie infinita di crack bancari, al blocco della finanza e alla crisi globale. Forse di questo decennio potevamo fare a meno, ma è giusto che sia accaduto. Almeno per non arrivare nel 2026 con lo stesso stupore per la perdita di libertà che ci sorprende oggi.