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Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama tende la mano al premier cinese Wen Jabao. I due leader si scontrano sulla politica monetaria del gigante asiatico che svalutando lo yuan rende i suoi esportatori ancora più temibili per i concorrenti occidentali. Washington risponde minacciando nuovi dazi e abbassando artificialmente il valore del dollaro

Ormai il termine guerra viene usato in maniera esplicita e da fonti ufficiali. Dominique Strauss-Khan, direttore del Fondo monetario internazionale, lo ha fatto al termine di uno dei tanti summit fra potenti della terra che si susseguono senza ottenere (finora) risultati particolarmente entusiasmanti. «Non so se quella cui stiamo assistendo possa essere definita una guerra o una battaglia», ha detto. «Ma molti Paesi hanno incominciato a usare la loro moneta come un’arma». E chi sarebbero, di preciso, i protagonisti di questo conflitto planetario, chi sarebbe stato il primo ad aprire le ostilità? Risponde George Soros, uno dei più famosi speculatori degli ultimi decenni, l’uomo che negli anni ‘90 attaccò - con guadagni miliardari - sterlina inglese, franco francese e, ovviamente, lira italiana. E indica un accusato principale: «La Grande Crisi ha messo il fragile equilibrio del capitalismo globale nella mani di un Paese con un capitalismo sui generis», ha detto il finanziere americano di origini ungheresi. «Questo Paese è la Cina che sta usando la propria moneta come strumento di politica. C’è il rischio che scoppi una vera guerra commerciale che rappresenterebbe un fatto davvero grave per l’economia mondiale. Solo la Cina può avviare un processo di cooperazione internazionale per mettere fine alle tensioni attraverso la rivalutazione della sua moneta».

Quindi è Pechino ad avere in mano le chiavi per risolvere il problema, per cacciare gli spettri della guerra dagli orizzonti di Occidente e Oriente. E qual è la sua risposta? Eccola, per bocca del premier cinese Wen Jiabao. Quando è andato in visita a Bruxelles il 7 ottobre scorso, è stato accolto dalle solite pretese avanzate dai leader occidentali: Pechino deve agire sul tasso di cambio dello yuan (la moneta cinese) per permettere all’Europa di rilanciare più rapidamente la propria economia, con vantaggi per tutti. «Non fate queste richieste», ha replicato con calma ma anche con fermezza Jiabao. «Una rivalutazione veloce dello yuan provocherebbe la chiusura di molte fabbriche, gli operai dovrebbero tornare nei campi e ci sarebbero disordini sociali. Non è un bene per nessuno che la Cina soffra». Il giorno successivo, durante una conferenza stampa, il presidente della Banca centrale di Pechino, Zhou Xiao-chuan, ha precisato qual è la posizione del Paese. La politica seguita finora, ha detto in sostanza, si è rivelata vincente, perché ha consentito alla Cina di crescere. Però non si può escludere che questa politica possa cambiare a medio-lungo termine. Un sorriso ha illuminato i volti degli ascoltatori occidentali. E uno di loro ha osato chiedere che cosa significasse, in termini di anni, «medio-lungo termine». Anche Zhou ha sorriso e seraficamente ha risposto: «La Cina ha una storia di 4 mila anni».

Ma allora che cosa è successo? Quale tegola sta per cadere sulla testa di miliardi di persone senza che neppure se ne accorgano? Che cosa significa davvero questa burrasca sul fronte delle valute? Perché molti arrivano a parlare di guerra? L’origine di tutto - e poteva essere diverso? - va cercata nella Grande Crisi scoppiata nell’estate del 2008. È partita dalla finanza facile e infetta (ricordate i famosi subprime?), si è trasferita ben presto all’economia reale, provocando la chiusura di fabbriche e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. In America un’infinità di persone non è più stata in grado di pagare il mutuo, né di sostenere il tenore di vita cui era abituato. Dunque calo dei consumi, perdita di molti punti percentuali di Pil (Prodotto interno lordo). Una situazione che si è avvitata, e presto si è diffusa in altre parte del mondo, a partire dall’Europa. Le ricette che sono state adottate in questi due anni dai vari governi per tentare di uscire dalla morsa della crisi sono note e hanno tutte, più o meno, un denominatore comune: aumento del debito pubblico. Gli stati sono intervenuti per salvare il salvabile ed evitare una serie di fallimenti a catena con effetti devastanti sui bilanci dei molti governi occidentali che ora, in qualche modo, devono adottare ricette dolorosissime per rientrare. Per fare solo un esempio, il Regno Unito ha da poco annunciato che taglierà qualcosa come 400 mila posti pubblici per ridurre le spese. Insomma: medicine amare, con una forte potenzialità di tensioni sociali.

Ma questa ricetta, da sola, non basta. Tutti i Paesi stanno cercando di dar fiato ai propri apparati produttivi e - vista le debolezza della domanda interna - puntano a conquistare quote crescenti dei mercati internazionali. Insomma l’export è diventata la parola magica usata da tutti i governanti per uscire dalla crisi. E il nodo è proprio qui: non c’è Paese che non voglia cercare di vendere di più agli altri. Questo, per carità, è sempre esistito da quando è nata la società industriale. Ma adesso c’è un problema in più: in giro per i mercati mondiali ci sono dei concorrenti formidabili che hanno quella stessa idea in testa. Uno soprattutto sta facendo la parte del leone e si chiama proprio Cina.

Un dato indica che cosa rappresenta Pechino sulla scena economica internazionale: ha accumulato riserve valutarie per circa oltre 2 mila miliardi di euro. Una ricchezza che non ha molti precedenti storici e che deriva appunto dalle esportazioni. È una realtà alla quale ormai siamo abituati in Occidente: non esiste settore che non debba vedersela con il temibile made in China. E non sono soltanto i produttori dei segmenti a scarso contenuto tecnologico, come il tessile o il calzaturiero, a essere messi nell’angolo dai competitor orientali; i cinesi, grazie agli immensi investimenti in ricerca, si sono appropriati anche dei settori più avanzati, di quelli di punta, dell’hi tech. Oggi producono tutto, a livelli qualitativi più che accettabili (in alcuni casi eccellenti) e a prezzi imbattibili. Producono ed esportano.

Una mano decisiva in questa loro inarrestabile affermazione sui mercati del mondo, arriva dalla moneta. Lo yuan, che non è convertibile, è considerato da tutti sottovalutato. Gli Occidentali accusano apertamente il governo di tenerlo a questi livelli con una sorta di corso forzoso proprio per agevolare i propri produttori a scapito della concorrenza degli altri Paesi. È ovvio: se uno yuan vale il 20% in meno di quanto dovrebbe, è chiaro qualsiasi prodotto cinese ha uno sconto implicito sui mercati mondiali appunto del 20%. E batte la concorrenza. È qualcosa che noi italiani conosciamo molto bene: fino a una decina di anni fa, prima che aderissimo all’euro, ciclicamente lasciavamo svalutare la lira per avvantaggiare i nostri produttori sui mercati esteri. Adesso che facciamo parte (per la prima volta nella nostra storia) di una moneta forte, questo giochetto non ci è più consentito. E una buona parte del sistema produttivo, quello meno sofisticato, non ce l’ha fatta e ha dovuto arrendersi.

La politica valutaria cinese, elevata all’ennesima potenza, riprende un po’ la vecchia pratica italiana: valuta debole, export forte. Solo che qui i grandi attivi della bilancia dei pagamenti sono tutti incanalati in una strategia di potenza geopolitica (la Cina è il primo finanziatore del debito pubblico americano) e in investimenti per miglio-rare, rendere ancora più competitivo il Paese.

Ha scritto James K. Galbraith, figlio del grande John K. Galbraith, uno dei massimi studiosi della Depressione del 1929: «Per sviluppare la sua economia, la Cina ha puntato sulle esportazioni, quindi mantenere basso lo yuan è un fattore essenziale: un tasso di cambio più alto provocherebbe la chiusura di molte fabbriche, con un’esplosione della disoccupazione. E questo sarebbe difficile da gestire, perché ai normali problemi generati dalla mancanza di lavoro, la Cina deve aggiungere quelli legati alla legittimità del potere politico che si basa anche sui successi economici». Quindi il mini-yuan è essenziale alla grande Cina, ai suoi disegni, al futuro che si è disegnata.

Il problema è che gli altri Paesi incominciano a non accettarlo più e a tentare di porre rimedio a questa situazione di vantaggio sleale (o presunto tale) che la Cina si è creata. In particolare gli Stati Uniti si sono mossi chiedendo con determinazione a Pechino di far rivalutare lo yuan. Ma i risultati ottenuti finora dall’amministrazione di Barack Obama si sono rivelati davvero modesti: nell’ultimo anno si è apprezzato di uno scarso 2%. Ci vorrebbe altro per riequilibrare le bilance dei pagamenti dei due Paesi. Così gli Usa hanno deciso di far ricorso a un’altra arma: il 27 settembre scorso la Camera dei Rappresentanti di Washington, con un’ampia maggioranza bipartisan, ha votato a favore di una legge presentata dal deputato Sander Levin che pone le premesse per delle sanzioni commerciali nei confronti della Cina legate alle politiche monetarie di quel Paese. In altre parole, se Pechino non accetterà finalmente di rivalutare in maniera sensibile la sua moneta, l’America potrà applicare delle misure restrittive alle importazioni cinesi. Insomma dei dazi, o qualcosa di molto simile. Una misura più che giustificata, secondo Paul Krugman: «Per quanto riguarda la politica monetaria cinese», ha scritto il premio Nobel per l’Economia, «la diplomazia non otterrà niente finché non sarà accompagnata da qualche minaccia di ritorsione. L’isteria su una possibile guerra commerciale è ingiustificata e comunque ci sono cose peggiori dei conflitti commerciali. In un periodo come questo, con una disoccupazione di massa aggravata dalla politica predatoria della Cina in campo valutario, la possibilità di qualche nuovo dazio dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni statunitensi».

Però le preoccupazioni ci sono, tant’è che finora le ritorsioni non hanno avuto seguito pratico: nemmeno per il gigante americano è facile litigare con un Paese che è il principale sottoscrittore del proprio debito pubblico. Così Obama ha scelto di percorrere un’altra strada, di confrontarsi con la Cina sul suo stesso terreno valutario. Ha puntato decisamente sull’indebolimento del dollaro. Uno dei mezzi ai quali sta ricorrendo per raggiungere l’obiettivo va sotto il nome tecnico di quantitative easing (letteralmente alleggerimento quantitativo) che sostanzialmente consiste nella sottoscrizione da parte della Federal Reserve (la Banca centrale) di titoli emessi dal Tesoro. In poche parole, l’istituto di emissione è stato autorizzato a stampare dollari per comprare bond di Stato. In questo modo immetterà liquidità nel sistema per una cifra stimata attorno ai 600 miliardi di dollari. C’è da far tremare i polsi. Questa manovra avrà certamente la capacità di indebolire la moneta americana dando così ossigeno alle esportazioni statunitensi, ma contiene un potenziale inflazionistico spaventoso. La guerra delle monete rischia così di trascinare l’intero pianeta verso problemi davvero seri. Ha scritto Marcello De Cecco, uno dei più intelligenti economisti italiani: «Quel che colpisce nella politica monetaria americana è la patente indisponibilità a imparare dai fallimenti del passato. Il presidente della Fed, Ben Bernanke, per aperte ragioni di opportunità politica, sta ridando fuoco ai mercati (…) Ma è stata proprio questa politica, condotta nel ventennio del suo predecessore Alan Greenspan e proseguita nel quinquennio di Bernanke, ad aver portato al disastro prima la finanza e poi l’intera economia mondiale. Perseverare diabolicum, prof. Bernanke. Non lo dimentichi. E non lo dimentichino nemmeno Obama e i suoi ministri economici. Il 2008 è alle porte».

USA CINA
2%
Rivalutazione dello yuan ottenuta in un anno dalla diplomazia Obama
20%
Sottovalutazione dello yuan a cui corrisponde uno sconto implicito sui mercati del 20%
27 Settembre
Si è passati alle maniere forti con una legge che alza le carriere commerciali
870 Miliardi
Debito pubblico statunitense posseduto dalla Banca centrale di Pechino, il suo valore diminuisce con il deprezzamento del dollaro