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In viale dell’Astronomia, a Roma, presso la sede nazionale di Confindustria, i preparativi sono appena iniziati. E diventeranno sempre più intensi, nei prossimi mesi, man mano che si avvicinerà la fatidica data del 23 maggio 2012, giorno in cui si riunirà l’assemblea privata dell’associazione, per decidere una volta per tutte il nome del successore a Emma Marcegaglia nella carica di presidente. Da lì in poi, nella storia della confederazione degli industriali italiani, inizierà un nuovo capitolo. Chiunque sarà il vincitore, tra i due favoriti Giorgio Squinzi e Alberto Bombassei o l’outsider Andrea Riello, una cosa è certa: l’uomo che siederà sulla poltrona più importante di viale dell’Astronomia non avrà di fronte a sé un compito facile. Oltre ad affrontare la crisi economica e la spinosa riforma del mercato del lavoro, il neo-presidente dovrà imbarcarsi in un’altra missione impegnativa: il rilancio del ruolo di Confindustria nella società italiana e soprattutto nel mondo dell’imprenditoria, dove l’associazione sembra aver perso da tempo un bel po’ del suo tradizionale appeal. A parte la Fiat di Sergio Marchionne, uscita dalla confederazione l’1 gennaio scorso, in Italia ci sono molte altre imprese (soprattutto piccole e medie) che, negli ultimi mesi, hanno deciso di voltare le spalle a Confindustria, rimproverandole la scarsa capacità di rappresentare in maniera adeguata le loro istanze e i loro interessi (si veda Insieme a te non ci sto più). A ben guardare, però, il fenomeno che colpisce i vertici di viale dell’Astronomia, rischia di non essere un caso isolato.

NUOVE IDENTITÀ

Oggi, infatti, tutte le associazioni di categoria rappresentative del mondo del lavoro, delle imprese e delle professioni sembrano alla ricerca di una nuova identità: perdono pezzi importanti ma, nello stesso tempo, si aggregano tra di loro, stringono alleanze, cercano di ritagliarsi un ruolo diverso nei rapporti con le istituzioni e, soprattutto, con i propri iscritti. «Si tratta di un fenomeno che ha origini lontane ed è legato ai profondi cambiamenti avvenuti nella società italiana negli ultimi 20 o 30 anni», spiega Stefano Zan, professore associato di scienza politica all’Università di Bologna. Secondo il docente, che da anni studia l’evoluzione delle organizzazioni rap-presentative degli interessi economici organizza- ti, oggi sono mutate profondamente le ragioni che spingo-no gli imprenditori ad aderire o meno a una determinata associazione di categoria, Confindustria compresa. Dal dopoguerra fino agli anni ‘80, in un mondo diviso in due blocchi, le ragioni dell’adesione degli imprenditori erano soprattutto ideologiche, legate al senso di appartenenza a una determinata classe sociale, che necessitava di parlare con una sola voce di fronte alla politica e alle istituzioni. Oggi, invece, in un sistema produttivo sempre più complesso e frammentato, le spinte individuali finiscono per prevalere. In altre parole, i singoli imprenditori si iscrivono a un’associazione se, e solo se, capiscono di ottenere un adeguato tornaconto, cioè una difesa dei loro interessi specifici, accompagnata da servizi e relazioni che possono risultare utili al business dell’azienda. In questo scenario, secondo Zan, è inevitabile che, all’interno delle associazioni di categoria, vi siano delle divergenze d’interessi che provocano una fuoriuscita di iscritti. Sergio Marchionne, per esempio, oggi non ha più bisogno di Confindustria perché ormai il gruppo Fiat è una multinazionale italo-americana che compete su scala globale, cerca manodopera in tutto il mondo e mette in discussione i principi della contrattazione collettiva di lavoro con i sindacati italiani, preferendo una contrattazione aziendale, svincolata dai dettami di viale dell’Astronomia.

NON SOLO CONFINDUSTRIA

Queste spinte centrifughe, però, non si sono verificate soltanto all’interno di Confindustria. Zan ricorda il caso di Federdistribuzione (rappresentativa della aziende della grande distribuzione organizzata) che, nel dicembre scorso, ha deciso di abbandonare Confcommercio. «I motivi di questa scelta», dice il professore, «sono facilmente intuibili». All’origine dell’abbandono c’è infatti una diversità di vedute sul futuro del commercio in Italia, oggi investito da un processo di liberalizzazione (a cominciare da quella degli orari), che i piccoli dettaglianti iscritti a Confcommercio osteggiano tenacemente e che, invece, la grande distribuzione appoggia senza tentennamenti. Ricomporre questa divergenza d’interessi, secondo Zan, era diventato difficile. Non ne è troppo convinto, invece, Francesco Rivolta, direttore generale di Confcommercio-Imprese per l’Italia, secondo il quale la scelta di Federdistribuzione «è maturata all’improvviso, e risulta incomprensibile», dopo anni di contratti collettivi nazionali e iniziative sul territorio. E aggiunge: «Anche in futuro non rinunceremo a rappresentare e a tutelare tutte le forme di commercio esistenti in Italia, compresa la grande distribuzione». Secondo Rivolta, bisogna inoltre evitare troppo facili generalizzazioni, pensando che la fuoriuscita di Marchionne da Confindustria sia il sintomo di una crisi di rappresentatività che interessa tutte le associazioni di categoria. Per il commercio, il turismo e i servizi, la situazione è ben diversa. «In questi settori», dice ancora il direttore generale di Confcommercio, «convivono in Europa imprese di diverse dimensioni, a cui il consumatore può sempre rivolgersi, a seconda dei bisogni che intende soddisfare». Tuttavia, anche Rivolta ammette la necessità, per le associazioni di categoria, di interrogarsi sul ruolo che intendono svolgere nella società italiana, soprattutto di fronte all’attuale crisi economica.

UMBRELLA ASSOCIATION

In questo contesto, secondo Zan, negli ultimi anni si sono viste molte novità significative che testimoniano il grande fermento oggi esistente nel mondo delle organizzazioni imprenditoriali. Il primo fenomeno è la spinta di alcune associazioni a confederarsi per parlare con una sola voce di fronte al governo. È una tendenza che ha portato alla nascita di alcune “umbrella association” (associazioni-ombrello), attive a un livello superiore rispetto alle sigle originarie che le hanno create. È il caso, ad esempio, di R.E TE. Imprese Italia, una nuova entità che riunisce organizzazioni un tempo fortemente rivali tra loro, come Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna e Casartigiani. Senza dimenticare l’Alleanza delle cooperative italiane che, pochi mesi fa, ha raggruppato le coop rosse (di Legacoop) con quelle di ispirazione cattolica (Confcooperative) o laica (rappresentate dall’Agci, un tempoera vicina al partito repubblicano). Da questo processo di aggregazione, Confindustria preferisce per il momento tenersi lontana, ben consapevole di essere in una posizione di forza: pur avendo un numero minore di iscritti (140 mila circa, contro i 700 mila delle maggiori sigle dei commercianti e degli artigiani), l’associazione di viale dell’Astronomia riesce ad attirare sempre su di sé l’attenzione dei mass media e ad avere grande influenza sulla politica economica del governo. Tuttavia, a detta di Zan, anche da parte di Confindustria si percepiscono dei segnali di cambiamento. Si sono visti qualche mese fa, quando è stato redatto il Manifesto delle Imprese, una piattaforma di proposte presentate dalle aziende al mondo politico, per traghettare il Paese fuori dalla crisi. In quell’occasione, la confederazione degli industriali si è unita alle altre associazioni di imprenditori (dei commercianti e degli artigiani) per parlare alla politica con una sola voce. Secondo Zan, però, questa unione potrebbe essere intesa come segno di debolezza, piuttosto che di forza: oggi le parti sociali potrebbero esser costrette ad aggregarsi tra loro perché da sole non riuscirebbero più a condizionare gli equilibri dell’economia italiana.

 

NESSUN RIDIMENSIONAMENTO

Per il politologo dell’ateneo bolognese, il ruolo delle associazioni di categoria in Italia non sembra destinato a ridimensionarsi. Forse cambierà, assumendo una nuova veste, ma probabilmente continuerà a lasciare un segno importante nella vita pubblica italiana. Zan lo ha capito anche durante la stesura di un saggio pubblicato nel mese scorso dalla rivista della Cgil Quaderni di Rassegna Sindacale (Qrs), intervistando decine di esponenti di associazioni di categoria, attivi a livello provinciale o settoriale nella Penisola. Quasi nessuno degli interpellati ha lamentato un consistente calo di iscritti alla propria organizzazione, dichiarando che la fuoriuscita di alcune imprese (che hanno chiuso i battenti per la crisi) è stata pienamente compensata dall’arrivo di aziende di nuova costituzione. Segno evidente che le associazioni rappresentano ancora per gli imprenditori il primo punto di contatto con il mondo produttivo.«Spesso le nostre strutture svolgono un ruolo di supplenza rispetto alle carenze delle istituzioni pubbliche», dice Giuseppe Bortolussi, segretario generale della Cgia, la confederazione degli artigiani di Mestre, con più di 2.500 iscritti. L’associazione guidata da Bortolussi fornisce infatti assistenza in campo fiscale, societario e burocratico. Tra le organizzazioni di categoria si è dunque creato un fenomeno di “welfare associativo”: un insieme di servizi di assistenza su base solidaristica, gestiti dalle stesse organizzazioni imprenditoriali a vantaggio dei propri iscritti. «Di recente», racconta Bortolossi, «è venuto a farci visita uno studioso di un’università statunitense che è rimasto stupito: ha scoperto che la nostra organizzazione non chiede nemmeno un euro alle casse dello Stato». In America, patria del liberismo, a detta di Bortolussi una realtà simile alla Cgia usufruirebbe probabilmente di un sostegno pubblico per le funzioni di interesse collettivo che svolge. È proprio questo, forse, il nuovo ruolo che le associazioni di categoria sono chiamate a svolgere nell’era della globalizzazione: creare una rete protettiva per i propri iscritti, non dimenticando i principi della responsabilità sociale del business. «Una classe imprenditoriale moderna e lungimirante», dice un dirigente di un’associazione provinciale di Confindustria, che preferisce non essere citato per nome, «deve interrogarsi su come i propri interessi si conciliano con il tessuto socio-economico circostante». Se gli imprenditori italiani manterranno intatto questo spirito, secondo il dirigente di Confindustria, nel nostro Paese ci sarà sempre spazio per le associazioni di categoria, compresa la sua.