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Il disegno di legge “Misure volte a rafforzare il contrasto alla criminalità organizzata e ai patrimoni illeciti”, emanato dal Ministero della Giustizia, si compone di trentadue articoli. Ma l’attenzione dei media è tutta per il terzo con il quale si introduce un nuovo reato nel codice del diritto penale italiano: l’autoriciclaggio. Con questo termine si intende l’attività di reinvestimento di soldi ricevuti illegalmente o di capitali accumulati in nero.

Ebbene, se la proposta governativa verrà approvato in Parlamento senza modifiche, chi si macchierà di autoriciclaggio sarà punibile con una pena da 2 a 8 anni di carcere a cui si aggiunge una multa compresa tra i 5mila e 25 mila euro. Tuttavia, stando al testo, saranno perseguibili dalla legge solo coloro che hanno “commesso o concorso a commettere un delitto non colposo punito con la reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni”. Tutti i reati minori e di lieve gravità sono quindi esclusi. Non solo. La proposta governativa specifica che «l'autore del reato non è punibile quando il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla utilizzazione o al godimento personale». Ergo: se i soldi non vengono reinvestiti, le persone non sono punibili.

Da qui, le prime polemiche sollevate dal disegno di legge, giudicato troppo ammorbidito rispetto alle iniziali dichiarazioni di intenti. Quanto agli altri articoli, in materia di falso di bilancio viene reintrodotta la procedibilità d’ufficio. Inasprite le norme per combattere le associazioni mafiose: da un lato si è scelto di innalzare lepene, portando gli anni di carcere dai precedenti 7/12 anni agli attuali 10/15 per gli aderenti, e dai 9/14 anni ai 12/18 anni per i capi.

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Al contempo, si è potenziata la lotta ai patrimoni illeciti: settore vitale per la mafia. Da qui l’allargamento lapunibilità per la falsa intestazione dei beni e l’estensione della confisca dei beni a nuovi settori, quali per esempio il traffico illecito dei rifiuti. Infine, il decreto legge contempla la partecipazione dei detenuti alle udienze in teleconferenza, anche se solo «qualora sussistano gravi ragioni di ordine pubblico e di sicurezza, anche penitenziaria» e qualora il dibattimento «sia di particolare complessità e la partecipazione a distanza risulti necessaria ad evitare ritardi nel suo svolgimento».