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Con 312 voti favorevoli, 141 contrari e 5 astenuti, la Camera ha approvato l’abolizione del finanziamento pubblico, indiretto e diretto, ai partiti. Ma l’effetto non sarà immediato: la legge entrerà a regime solo tra tre anni, ossia nel 2017. Fino ad allora, i partiti continueranno a percepire i rimborsi elettorali, anche se in quantità progressivamente inferiori di anno in anno: adesso percepiscono il 25% in meno dei rimborsi elettorali (il cui totale è stimato sui 60 milioni l’anno); nel 2015 il taglio sarà del 50%, per poi salire al 75% nel 2016.

Dopodichè, i partiti potranno contare solo su alcune agevolazioni fiscali e sulla contribuzione volontaria. Quest’ultima può avvenire in due le modalità: i privati e le società possono versare delle erogazioni private fino a un massimo di 100 mila euro all’anno, tramite bonifico o assegno (vietati, per ovvie ragioni, i contanti). I benefattori potranno poi detrarre la somma dalla dichiarazione dei redditi (26%). In alternativa alle erogazioni, c’è il due per mille dell’Irpef. Anche in questo caso è previsto un tetto: 7,75 milioni per il 2014, innalzato poi a 45,1 milioni nel 2017.

La norma prevede anche l’istituzione di un registro dei partiti: per rientrare in questo (e accedere così ai finanziamenti), ciascun partito dovrà dotarsi di un proprio statuto. Tra le altre novità, anche l’applicazione dell’Imu alle sedi dei partiti e l’estensione della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà anche per i dipendenti dei partiti, indipendentemente dal numero dei lavoratori.