© Getty Images

Ventotto imputati condannati con pene che, complessivamente, raggiungono i 189 anni di carcere. Si chiude così il processo scaturito dall’inchiesta della Procura di Taranto per disastro ambientale che, nel 2012, ha portato al sequestro di parte degli impianti del gruppo Riva e, l’anno scorso, al commissariamento dell’azienda da parte del governo. Le 28 persone condannate sono ex dirigenti dell’Ilva, accusati di essere responsabili delle morti causate dall’amianto e da altri cancerogeni provenienti dallo stabilimento siderurgico. Le pene più elevate sono state inflitte agli ex manager della vecchia Italsider pubblica, alla quale subentrò il gruppo Riva.

I decessi degli operai sono avvenuti tra il 2004 e il 2010, anche se l'esposizione sarebbe avvenuta a partire dal 1975, quando i Riva non erano ancora proprietari dell'azienda. Alla loro gestione, riporta l’agenzia Reuters , vengono però attribuite almeno due morti. Tra i condannati figura anche Fabio Riva, figlio dello scomparso patron Emilio Riva; i giudici lo hanno condannato a sei anni di reclusione per disastro colposo e omissione dolosa di cautele sul lavoro. La pena più alta, nove anni e mezzo, è andata all’ex manager di Italsider Sergio Noce.