Come ogni buon musulmano ha il dovere di recarsi alla sacra Pietra de La Mecca almeno una volta nella vita, e il buon cristiano di varcare le sante porte della basilica di San Pietro per un segno della croce, anche questa forma di devozione richiede che tutto inizi, o che almeno raggiunga il suo culmine, consumando il rito di un pellegrinaggio. Destinazione? La regione è quella della Vuelta Abajo, la provincia Pinar del Rio, per la precisione, tra i pueblos contadini di San Luis e San Juan y Martinez, dove il mix unico di venti oceanici, sole e potassio regalano alla terra densa e rossa di questo pezzetto d’isola tutti gli elementi naturali per far crescere il miglior tabacco del mondo. Parliamo di Cuba e il pellegrinaggio di ogni devoto fumatore non può che compiersi qui, tra le finche (fattorie), le casas de tabaco (le casette di legno e canna in cui le foglie vengono appese e lasciate a fermentare ed essiccare) e torcedor (gli “arrotolatori”, che sono quasi sempre delle “lei”), che danno vita ai puros, i sigari più sigari che ci siano. C’è chi resta stregato immediatamente e per sempre sbarcando in quest’angolo di Caribe. Per caso accarezza una foglia della maestosa pianta del tabacco, per caso si ferma a osservare i gesti armonici e precisi delle mani che confezionano con sapienza secolare ogni singolo sigaro spedito poi in tutto il mondo, e per caso “prova a fumarne uno” rimanendo contagiato da questa ardente passione. E c’è chi invece la passione la coltiva con metodo per anni, avvicinandosi al sigaro con modestia e rispetto, leggendo, frequentando cerchie di già scafati fumatori, cominciando ad acquistare le sue prime vitolas (il nome “tecnico” dei sigari cubani), imparandone da zero gradazioni e sfumature e lasciandosi guidare dal gusto e dall’estro.

L’ISOLE DEI FUMOSI
Il più celebre? Clint Eastwood: l’attore e regista americano, in video come nella vita, è spesso in compagnia di un sigaro, sia Avana che Toscani (questi ultimi si possono ben dire “co-protagonisti” dei suoi western diretti da Sergio Leone). Come lui, tante le celebrities sono state conquistate dai puros: da Arnold Schwarzenegger, contagiato dall’ex suocero Sargent Shriver e che fa scorta rigorosamente a Londra (l’embargo Usa-Cuba vieta infatti l’import negli States dei cubani), a John Travolta (un onnivoro: passa dai Davidoff ai Dunhill ai Montecristo), da Jack Nicholson, che si è innamorato dei sigari nel 1973, durante un viaggio a Cuba (i suoi preferiti? I Montecristo) all’ex presidente Bill Clinton, che li trascinò pure nello scandaloso affaire con Monica Lewinsky. Ma anche Michael Douglas, che non manca di accendersi un Montecristo No. 2 ogni volta che calca il campo da golf e Mel Gibson, fedelissimo ai suoi Cohiba Robusto. I volti noti italiani? Il repertorio dei nostri beccati con la foglia (di tabacco) in bocca conta tanti politici (Pierluigi Bersani, Fausto Bertinotti, Umberto Bossi, Rocco Buttiglione,Antonio Di Pietro e Pierferdinando Casini, che dopo il pranzo domenicale si gode un Cohiba Esplendido), allenatori (da Marcello Lippi, immancabilmente in panchina con il Toscano tra i denti, gli Avana li tiene per il dopo partita) e giornalisti. Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio , sul diritto al fumo ha scritto addirittura un editoriale, in cui osserva: «Il fumo taglia il tempo secondo il tuo gradimento. Il fumo si combina divinamente con il pensiero, quando ci sia, e con l’oblio del vagheggiamento indifferente, quando non si pensi a nulla. Stimola, però anche narcotizza. Ti accompagna come un guardiano del tuo benessere, ti obbliga a gesti eleganti e misurati, in continuo contatto con il fuoco e la cenere, due cose tra le più pulite nel mondo materiale. È ecologico, sono foglie morte e vitali, arrotolate o sbriciolate, che per natura nicotinica combattono la tentazione troppo umana di ricorrere a droghe raffinate, pesanti, chimiche, mortifere».

UN LUSSO ALLA PORTATA DI TUTTI

«Complessivamente, il mercato italiano dei sigari Premium», quindi parliamo solo di prodotti fatti totalmente a mano, «muove un giro d’affari intorno ai 20 milioni di euro», prova a dare una misura alla passione Andrea Vincenzi, esperto fumatore e presidente di Diadema spa, distributore esclusivo per l’Italia di Habanos s.a., la società che gestisce a livello mondiale la commercializzazione dei sigari cubani, 25 marche che vanno dai leggendari Cohiba ai Montecristo, da Romeo y Julieta a Partagas a H. Upmann e via elencando etichette-mito che fanno venire l’acquolina in bocca a qualsiasi fumatore di puros. «Habanos ha una quota intorno al 60% del mercato Premium (perché ci sono poi sigari prodotti a Santo Domingo, altro territorio che produce ottime qualità, dove la cultura del sigaro è stata portata dai fuoriusciti cubani, ma anche in Honduras, Nicaragua, commercializzati da altri distributori, ndr.), ma è difficile quantificare esattamente il numero degli appassionati di sigaro in Italia. Considerando il totale del mercato, si stima che nel nostro segmento rientrino circa 200 mila fumatori».

Non pochi, e soprattutto “buonissimi”, perché chi sceglie il sigaro è un fumatore di qualità. Un profilo più vicino a quello del colto collezionista che al semplice consumatore, anche se è importante non scadere nell’estremo opposto, di chi vede nel sigaro il simbolo di un mondo elitario, di annoiati epicurei tutti presi da un hobby futile. O, peggio, lo accomuna alla massa indistinta dei fumatori di sigarette & co, mettendo nello stesso posacenere ceneri con ben diversi quarti di nobiltà. «Indubbiamente in linea generale stiamo parlando di un bene considerato “di lusso”», osserva Vincenzi, «ma c’è da dire che la scelta è talmente ampia che accedere a questo mondo è oggi davvero alla portata di tutti. Sono disponibili sigari, e parlo sempre di prodotti realizzati totalmente a mano, a partire da 1,50 euro, fino ad arrivare ai 36 del Cohiba Behike». Nonostante questa evidenza da listino, resta il fatto che per l’opinione pubblica chi sceglie un buon vino è un raffinato intenditore, chi invece si gode un buon sigaro (a parità di prezzo) è un vanesio sprecone. Per questo chi ha già fatto il salto di qualità insiste nell’affermare che il sigaro è la sublimazione colta di una passione. È un oggetto raffinato e delicato, frutto della terra speciale che dà vita al tabacco e della sapienza artigianale di chi lo fabbrica, è un oggetto “vivo”, sensibilissimo alla temperatura e all’umidità, che come il vino matura e si modifica col passare del tempo. E con questa sensibilità va affrontato, compreso e gustato.

CONFESSIONE DI UN APPASSIONATO. IL FUMO PER GAD LERNER
«La mia passione un po’ lussuosa – sono davvero cari! – è il Toscano del presidente. Non amo gli altri tipi, i famosi cubani. La mia è una passione anche estetica, mi piace tenere il sigaro in mano, morderlo, fumarlo fino all’ultimo quando il mozzicone diventa minuscolo. Non solo. Rivendico anche una netta preferenza per il fumo del mattino. Mentre riesco agevolmente a rinunciarci alla sera, dopo cena, poco dopo il risveglio lo trovo un piacere speciale. In particolare, per me il sigaro ha un legame (mi viene da dire insano) con il lavoro. Se devo scrivere, mi riesce difficile immaginarmi senza il Toscano, quello è per me il momento della creatività e, allo stesso tempo, della concentrazione. Per questo ho cercato sempre ambienti di lavoro che sopportassero questo mio “vizio” e ho avuto il privilegio di trovare collaboratori rassegnati a sopportare l’odore di sigaro nella mia stanza. A questo proposito, ricordo la prima stagione a La7, nel 2001, quando ancora non vigeva il divieto imposto al fumo in Tv. Inaugurammo allora il duetto con Giuliano Ferrara,Diario di guerra , che poi divenne Otto e mezzo e per i primi mesi andavamo in onda entrambi sigaro alla mano. Devo dire che la trasmissione riusciva molto meglio, il clima tra di noi era di contrapposizione molto civile, di curiosità l’uno nei confronti dell’altro. È dopo che ci hanno proibito di fumare in trasmissione che abbiamo cominciato a “suonarcele di santa ragione!».

NON UNO, 300 TIPI

Cultura ne serve di certo, e anche pazienza se si vuole prendere il sigaro dal verso giusto. Non fosse altro che per sfogliare senza farsi prendere da sconforto i “vitolari”, i cataloghi che passano in rassegna le circa 300 tipologie diverse di sigaro esistenti, declinate poi in annate, edizioni speciali… Con il rischio di arrendersi prima ancora di aver attivato il primo “puff” (si chiama così la boccata di fumo con cui a ritmo lento il fumatore consuma il suo “gioiello”).

Esiste un percorso di avvicinamento a questo mondo, un esemplare entry-level in grado di tracciare un cammino per chi vuole scoprire in modo corretto questo mondo, e assaporarne tutte le sfumature? «Non c’è “un” prodotto ben preciso, e sarebbe anche sbagliato porre la questione su questi binari», spiega Stefano Minoia, direttore commerciale di Diadema e responsabile per l’Italia di Academia Habanos, l’ente che dal 2011 organizza corsi di formazione sul corretto approccio ai puros sigaro e ai loro segreti (e qualità) per addetti del settore e appassionati. «Quello che posso dire è che esistono piuttosto degli accorgimenti che è preferibile seguire per chi si avvicina al sigaro. È bene iniziare con sigari non molto forti, da individuare nel portafoglio delle marche che notoriamente producono Habanos leggeri o medio-leggeri, come ad esempio un Hoyo de Monterrey o H. Upmann. Successivamente è consigliabile scegliere dei formati semplici da fumare e con un tempo di fumata intorno ai 30 minuti, come una Mareva 42 di cepo, (ovvero di diametro, ndr.), e 129 mm di lunghezza. Da evitare, almeno in un primo momento, i sigari dal formato stretto e lungo, che proprio per le loro dimensioni hanno una meccanica di fumata più complessa che necessita di una certa esperienza».

IL TOP MADE IN ITALY
Non è circondato dall’aura esotica del Caribe, ma il caro vecchio Toscano, 100% made in Italy e con un’anzianità di servizio pari – classe 1818 – a quella dei più gloriosi habanos, sta vivendo in questi anni una seconda giovinezza, e si sta affermando come un prodotto sempre più ricercato dell’export italiano di qualità. Ad aver dato il là a questa nouvelle vague è la Manifatture Sigaro Toscano spa, nata nel 2006 quando il Gruppo Industriale Maccaferri acquisì dalla British American Tobacco il ramo d’azienda che produce e commercializza il Toscano. Una filiera interamente svolta in Italia, con 200 tabacchicoltori (tabacco Kentucky) tra Toscana, Campania, Lazio, Umbria e Veneto, 1.800 addetti, un centro di ricevimento, perizia e sviluppo del tabacco a Foiano della Chiana e due manifatture a Lucca e Cava dei Tirreni. Il risultato? 180 milioni di sigari prodotti nel 2012, l’ultimo fatturato chiuso a 90 milioni (85 nel 2011 e 62 nel 2006) e un export che tira come non mai (12 milioni di sigari venduti nel 2012, contro i 4,5 del 2006) nonché una distribuzione in 40 Paesi. Una bella rivincita per un prodotto che, cresciuto all’ombra degli Avana e messo all’angolo da una propaganda anglofila che li considerava roba da popolino, è stato sulla bocca e nelle grazie di fumatori colti e celebri: i “testimonial” del Toscano hanno dato nome a delle gamme speciali: i Garibaldi, i Soldati, i Modigliani e, ultimo della famiglia, il Mascagni, tenuto a battesimo lo scorso settembre in onore del maestro e compositore. Il top? Si chiama Il Moro, un long filler da 23 cm fatto completamente a mano e con ripieno che mixa i migliori Kentucky italiano e nordamericano.

ESPERIENZA E CULTURA

Esperienza e buon gusto, bisogna necessariamente aggiungere, seguendo il consiglio di Salvatore Parisi, una delle più alte autorità in fatto di sigari in Italia e nel mondo. Psicologo, direttore della Scuola Romana Rorschach per quanto riguarda la professione, l’elenco dei titoli si allunga se si apre il suo curriculum di fumatore: fondatore del Parlamento internazionale dei fumatori, fondatore e Primo guardiano del Cavalleresco Ordine delle Nove Porte, un esclusivissimo club – tutto maschile – che coltiva con raffinatezza i piaceri della vita e ideatore dell’ancora più esclusivo sodalizio de La Cumbre (in spagnolo significa “la vetta della vetta”), una quindicina di selezionati super-appassionati dei puros sparsi in tutto il mondo, che una volta all’anno si riuniscono per una due giorni di fumate conviviali portando ciascuno il meglio della propria collezione.

Un appassionato con oltre trent’anni di esperienza di sigari alle spalle (primo approccio: un H. Upmann Aromaticos) e un libro in cui ha racchiuso questa sua religione, Il sigaro Avana secondo Salvatore Parisi (ed. Acta). Il suo consiglio a chi sta mettendo il piede sul gradino più basso di questa scalata? Semplice, e per niente elitario: «Fumare di tutto, qualsiasi modulo e qualsiasi marca. Solo così ci si può costruire un proprio palato e dalla conoscenza scegliere quello che soggettivamente si preferisce. Il gusto è soggettivo, mentre il buongusto no. Quello è frutto dell’esperienza». Parola di uno che, narra la leggenda, ha una collezione di oltre 70 mila sigari, conservati in appositi locali e coccolati come fossero una libreria di volumi antichi. Gira e rigira, dietro alle nuvolette azzurrognole del fumo da sigaro spuntano sempre queste due parole, esperienza e cultura. Sicuramente l’ora che – in media – si deve dedicare alla fumata di un sigaro di taglia media induce alla meditazione e a ridare una prospettiva “slow” alla giornata. Siamo sicuri che in questo mondo intossicato dallo stress, un Avana di qualità gustato con moderazione “nuoccia gravemente alla salute”?

DEGUSTAZIONE IN CINQUE MOSSE

Quello del sigaro è un rito che non consente improvvisazioni. E l’atto del “fumare” ne costituisce solo una parte. «Si comincia a fumare con gli occhi, si continua con le dita. E solo poi lo si accende», dice l’adagio del buon fumatore.

IL TAGLIO A 2-3 mm dall’estremità della capa. Il taglio deve essere netto. I cubani doc tagliano direttamente con gli incisivi, senza l’uso di forbici o ghigliottine. Ma se non si è più che sicuri di sé, meglio non rischiare.

IL “GUSTO A CRUDO” Non è obbligatorio, è un passaggio che si effettua nelle degustazioni. Dopo aver tagliato la testa, si effettuano alcuni tiri a crudo, cioè a sigaro spento. A occhi chiusi, ci si concentra sulle sensazioni gustative, provando a riconoscere le note aromatiche (“un vezzo da stranieri”, dicono a Cuba. Per i cubani, il sigaro non sa né di sandalo, né di ribes, né di nocciola. Sa di tabacco, e basta).

L’ACCENSIONE Si parte scaldando il “piede”, ovvero la parte terminale già tagliata, avvicinando la fiamma a circa 1 cm dal sigaro, e lo si fa girare tra le dita in modo che tutta la sua sezione sia uniformemente esposta al fuoco. Dopo una quindicina di secondi, bisogna mettere il sigaro in bocca, avvicinare la fiamma e tirare la prima boccata. Piuttosto che continuare a fumare con un’accensione incompleta o non uniforme, procedere con opportune correzioni.

LA PROGRESSIONE Un sigaro si fuma per “terzi”: il primo è solitamente leggero e poco incisivo, è importante perché prepara ad assaporare il secondo terzo, che è quello che rivela il valore del sigaro. L’ultimo terzo è solitamente più forte, ma sigla la fumata e la imprime nei ricordi.

IL TEMPO La fumata è un piacere che richiede tempo. Dai 30 minuti dei sigari di piccola taglia, alle due ore e mezzo di un Montecristo A. L’esperienza del fumatore si vede anche da come sceglie il tipo giusto a seconda del tempo che può dedicarvi.