© GettyImages

Da una parte i francesi del colosso caseario Lactalis, che hanno rastrellato un bel pacchetto di azioni. E dall’altra il governo italiano, che vuole evitare a ogni costo l’ennesimo arrembaggio straniero su un “gioiellino” dell’industria tricolore. Con questi schieramenti in campo, è iniziata la partita per decidere le sorti di Parmalat, il gruppo alimentare di Collecchio che il risanatore Enrico Bondi, l’uomo delle missioni impossibili, ha traghettato ormai fuori dal guado, dopo un clamoroso crack da 14 miliardi di euro. E’ uno strano destino, quello dell’azienda emiliana, che è capace di lasciare un segno indelebile nelle cronache di Piazza Affari, sia nel bene che nel male.
Nel 2003, infatti, la bancarotta dell’ex patron Calisto Tanzi trascinò nei guai ben 35mila risparmiatori in tutta la Penisola e rappresentò uno dei più grandi scandali finanziari italiani dal dopoguerra in avanti, paragonabile al crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi o a quello del Gruppo Ferruzzi di Raul Gardini. Ora, passata la tempesta, Parmalat sembra essersi rimessa in carreggiata. Ma è tornata lo stesso a riempire le pagine dei giornali, anche se per una vicenda indubbiamente meno drammatica. Tutto è partito dalla battaglia intrapresa da 3 fondi d’investimento stranieri, azionisti della società con una quota complessiva del 15%. Si tratta degli scandinavi Zenit e Skagen, affiancati dal canadese Mackenzie che, per un po’ di tempo hanno accarezzato l’idea di mandare a casa il risanatore Bondi, colpevole (a dir loro) di tenere pressoché immobile il “tesoretto” che Parmalat ha nella cassa, (circa 1,4 miliardi di euro) senza utilizzarlo per distribuire dividendi o per fare acquisizioni all’estero. Poi, sono entrati in partita i francesi di Lactalis che, cogliendo la palla al balzo, hanno comprato dai 3 fondi la quota del 15% e hanno rastrellato un altro 14% sul mercato. Totale: un bel pacchetto del 29% circa, capace di fare da apripista a una scalata alla quale si sono dichiarati ostili i più bei nomi dell’imprenditoria italiana spalleggiati dal governo che ha varato una norma antiscalata, confezionata ad hoc. Si tratta di un decreto del consiglio dei ministri, che ha permesso di spostare al 30 giugno la convocazione delle assemblee delle società quotate, compresa quella di Parmalat che era prevista inizialmente per il 14 aprile. Gli eventuali oppositori di Lactalis hanno avuto dunque più tempo per organizzarsi in chiave anti-francese.
La partita per il controllo del gruppo di Collecchio, insomma, ha visto scendere in campo molti contendenti. Se il terreno di gioco fosse stato una grande borsa come quella di Londra o di Wall Street, probabilmente la vicenda della società emiliana non sarebbe finita sotto i riflettori come a Piazza Affari. Ma il listino italiano, si sa, è considerato dagli osservatori internazionali troppo piccolo e periferico. E, soprattutto, la comunità finanziaria milanese non è certo abituata a vedere gli investitori stranieri, a cominciare dai fondi, che partecipano attivamente alla governance delle società quotate e tentano di mandare a casa i vecchi amministratori, fronteggiandoli in uno scontro all’ultimo voto nell’assemblea. E allora, sorge spontaneo un interrogativo: la battaglia per il controllo dell’azienda di Collecchio potrebbe essere l’inizio di un nuovo corso per il listino milanese? In effetti l’idea che a Piazza Affari il ruolo dei fondi diventi sempre più significativo è senza dubbio affascinante, almeno per quegli investitori che vorrebbero vedere un po’ di titoli viaggiare con il turbo, sull’onda della speculazione. Ma non pochi osservatori sono scettici.

I ‘veri’ numeri di Parmalat 2010
+ 8,5% Fatturato netto 385 milioni di euro di Ebidta
215 milioni di euro di utile netto 62,5 milioni di euro di dividendi pari a 0,036 euro per azione

“Credo che la vicenda di Parmalat abbia buone probabilità di rimanere un caso abbastanza raro”, dice per esempio Luciano Balbo, manager di lungo corso nel mondo della finanza e del private equity, che oggi si occupa di investimenti etici con la sua società Oltre Venture. Secondo Balbo, infatti, gran parte delle aziende della borsa Milano sono attualmente controllate da “noccioli duri” di azionisti, difficilmente scalfibili. Dello stesso parere è anche Mario Cannizzaro, fondatore della società di consulenza finanziaria Regent Promotions e manager con una lunga esperienza alle spalle nei settori bancario e finanziario. “A Piazza Affari, le aziende con un azionariato diffuso e realmente contendibili scarseggiano”, dice infatti Cannizzaro. Il listino italiano, insomma, conserva ancora intatta una caratteristica che lo accompagna da decenni e che lo rende poco interessante agli occhi degli investitori istituzionali: la forte presenza di pochi grandi gruppi, attivi soprattutto nel settore bancario o in quello energetico, attorniati da un nutrito esercito di piccole e medie imprese, le cui redini rimangono però saldamente nelle mani degli attuali proprietari. Non a caso, Parmalat è di fatto, a assieme a Prysmian (l’ex divisione cavi di Pirelli), l’unica public company esistente nel nostro paese, cioè una società con il capitale spezzettato tra tanti piccolissimi azionisti. Senza dimenticare, poi, un altro aspetto tutt’altro che trascurabile: “purtroppo l’Italia viene vista dalla comunità finanziaria estera come una nazione piena di ostacoli burocratici”, dice ancora Cannizzaro, “poco appetibile per gli investimenti”.
Per smuovere le acque, insomma, ci vuole ben altro che una battaglia nell’assemblea di Parmalat. Eppure, negli ultimi anni, alcuni fondi, italiani e stranieri hanno dato qualche piccolo segnale di attivismo anche a Piazza Affari. Memorabili, per esempio, furono le battaglie di Davide Serra, a capo dell’hedge fund Algebris, che nel 2008 avrebbe voluto mandare a casa, senza successo, un pezzo da novanta del capitalismo italiano ed europeo come l’expresidente di Generali Antoine Bernheim. A parte questa vicenda, però, le altre operazioni dei fondi sono state molto più di piccolo cabotaggio. Non si sono verificate infatti delle battaglie all’ultimo voto nell’assemblea, ma piuttosto delle acquisizioni amichevoli, o quasi. E’ il caso ad esempio, di quelle effettuate dalla Investinustrial di Andrea Bonomi, che ha da poco acquisito (in tandem con Palladio Finanziaria, società d’investimento che ha le proprie radici nel mondo industriale veneto) la maggioranza del leader delle scommesse sportive Snai. Prima ancora, Investindustrial ha messo le mani su altre due aziende quotate in borsa di medie dimensioni. La prima è Permasteelisa, piccola multinazionale attiva nella progettazione e costruzione di facciate per edifici. L’altra è Ducati, marchio storico dell’industria motociclistica italiana, la cui acquisizione ha avuto però come esisto il delisting, cioè la fuoriuscita dal listino milanese, dopo un’offerta pubblica di acquisto sull’intero capitale.
Sono insomma le medie imprese di Piazza Affari a rappresentare il principale obiettivo degli investitori istituzionali. Nelle ultime settimane, per esempio, si sono verificate molte manovre anche attorno alla catena della grande distribuzione Coin, che l’azionista di maggioranza Pai Partners, un gruppo di private equity con sede a Parigi, vorrebbe presto cedere. Fino a pochi mesi fa, l’unico pretendente in lizza sembrava essere un’altra società di private equity, la britannica Bc Partners. Ma le trattative sono andate avanti con un lungo tira e molla sul prezzo di vendita e con altri potenziali contendenti pronti a entrare in gioco, come Goldman Sachs, il fondo statunitense americano Carlyle, guidato in Italia da Marco de Benedetti e il lussemburghese Cvc Capital Partners. Nel settembre scorso, gli analisti di Intermonte hanno ipotizzato possibili movimenti anche nell’azionariato anche di Seat Pagine Gialle, la cui quota di controllo è detenuta da un gruppo di investitori istituzionali: oltre alla stessa Cvc, ci sono infatti la londinese Permira e l’italiana Investitori Associati. Si tratta di azionisti presenti dal 2003 e non è escluso che si interroghino presto su cosa fare con la propria partecipazione visto che, di solito i fondi di private equity mantengono i propri investimenti per un periodo non superiore a 5 o 6 anni. Trovare un compratore non sarà però facile, giacché il gruppo Seat viene considerato ormai una preda tutt’altro che appetibile.