G20 Toronto - ©GettyImages

Una foto di gruppo per i potenti che hanno partecipato al G20 di Toronto. Sono i capi di stato del G7 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Canada), più i leader di 12 economie emergenti (Russia, Cina, India, Brasile, Sudafrica, Arabia Saudita, Argentina, Messico, Corea del Sud, Indonesia, Turchia e Australia) e il rappresentate dell’Unione Europea. Complessivamente rappresentano l’85% del Pil prodotto sulla Terra e circa due terzi degli abitanti

Jacques Attali è un economista francese molto noto per le sue teorie innovative, talvolta al limite della bizzarria, e per le sue prese di posizione polemiche. La più recente è comparsa sul settimanale L’Express subito dopo la conclusione del vertice del G20 di giugno a Toronto. «Ancora una volta, nonostante tutte le dichiarazioni ipocrite – ha scritto Attali – il vertice del G20 non è servito a niente. Si pensava che sarebbero stati affrontati due problemi importanti: le regole del sistema finanziario e la riduzione del debito pubblico. Invece non si è deciso nulla». Secondo l’economista non c’è da stupirsi se i capi di stato e di governo dei 20 Paesi sono tornati a casa a mani vuote: «Il G20 non ha poteri, non può imporre nessuna regola mondiale, non è neanche d’accordo sul modo di prendere decisioni (...). Sono i più forti ad avere la meglio. In questo caso i più forti sono gli Stati Uniti e la Cina, che si sono trovati d’accordo nel non accettare imposizioni».

Un giudizio troppo severo
Forse Attali esagera un po’ con questa condanna senza possibilità di appello verso il summit; certamente usa toni troppo drammatici, come è sua abitudine. Tuttavia non si può dire che, nella sostanza, lavori di fantasia. I G20 finora non hanno inciso sulla storia mondiale. Fra loro non si ricorda un qualcosa di simile, tanto per dire, a una Yalta o a un Congresso di Vienna. Il che dispiace e preoccupa molti, soprattutto in vista del prossimo G20, quello che si svolgerà a Seoul in Corea a novembre, per il quale le aspettative sono alte: dovrebbe prendere decisioni importanti sul rientro dei debiti pubblici che gli Stati hanno accumulato per rilanciare le economie colpite dalla crisi; e dovrebbe varare delle nuove norme per dare stabilità al sistema bancario. La cosiddetta Basilea 3 che tanto impensierisce gli istituti di credito europei.
Lo scetticismo di Attali verso questi spettacolari raduni di politici che contano non è isolato. E le ragioni vanno cercate nella breve, e non gloriosa, storia di questa istituzione. Il G20 è nato dopo la crisi del 2008. Voluto fortemente dagli Stati Uniti, si è tenuto per la prima volta a Washington nell’ottobre di quell’anno. A farne parte sono stati chiamati i sette paesi più industrializzati, 12 economie cosiddette emergenti, più il rappresentante dell’Unione europea. Una sorta di dieta planetaria che rappresenta l’85% del pil della Terra e circa i due terzi degli abitanti.
Un gruppo politicamente significativo, in grado - volendo - di fare e disfare tutto ciò che è nell’interesse dell’umanità (o che viene ritenuto tale). Quando questi signori e il loro esercito di sherpa si sono radunati nella capitale americana sotto gli occhi dei media, avevano i volti un po’ smarriti, tesi, con i segni evidenti della paura creata dalla tempesta che stava flagellando i mercati. E al loro stato d’animo non erano d’aiuto le barricate tirate su da no global e contestatori di vario tipo arrivati a Washington per l’occasione. Quel primo vertice dell’autunno 2008 è servito, in un certo modo, come un seminario di studi. Sono stati messi sul tappeto i problemi creati dalla crisi finanziaria, e se ne è vista l’enormità. Sono stati bloccati i tentativi di chi (come taluni europei) volevano approfittare dell’emergenza per reintrodurre una qualche forma di protezionismo, per rivedere le aperture al commercio internazionale che hanno prevalso negli ultimi 20 anni. È stato anche constatato che i governi non avevano molti mezzi per evitare una grande depressione. Anzi, ne avevano uno solo: la spesa pubblica per evitare la chiusura di centinaia di fabbriche, con conseguente aumento inarrestabile della disoccupazione.
Nel vertice successivo, quello di Londra dell’aprile 2009, i grandi interventi pubblici a sostegno dell’economia sono stati affinati. Si è parlato di iniezioni di liquidità per cifre che sono quasi difficili da scrivere: 5 mila miliardi di dollari. A settembre, nella terza riunione a Pittsburgh, è stato deciso di trasformare il G20 in un appuntamento fisso, da tenere una volta all’anno, di fare di questo vertice una sorta di osservatorio permanente sulla situazione economica e finanziaria del pianeta. E a Pittsburgh, a neanche un anno di distanza dal primo vertice e dopo che gli Stati avevano dato corso a politiche di deficit spending a tappe forzate, per la prima volta si è sancito che un simile comportamento da cicale non poteva andare avanti all’infinito. Perché il problema dei debiti pubblici impazziti rischiava di diventare una bomba peggiore della bolla finanziaria alla radice della crisi. Così le cronache da Pittsburg hanno iniziato a riportare la formuletta che va sotto il nome di exit strategy e che da allora ci accompagna come un ritornello.
Ritornello che ha fatto capolino nell’ultimo vertice di Toronto di giugno, quello finito sotto gli strali di Attali, durante il quale non sono state prese decisioni di particolare incisività. Si è di nuovo insistito sull’esigenza di ridurre, e in tempi rapidi, i debiti pubblici. Questa volta il richiamo è stato fatto con più enfasi, è stato quasi un appello accorato al senso di responsabilità di tutti: l’effetto Grecia si è sentito. Solo poche settimane prima del vertice, il default di Atene sembrava un’ipotesi non tanto stravagante. È stato evitato grazie a un contrastato intervento internazionale. Ma ha rappresentato un brutto precedente, un segnale: i mercati non rinunceranno facilmente a una preda e ci riproveranno. Con la stessa Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna. E se avranno successo, non si fermeranno: punteranno al bersaglio grosso, all’euro.

Tutta aria fritta
Anche questo tema, il rapporto fra la sfera politica e quella finanziaria, doveva essere un argomento centrale per il vertice di Toronto, come lo sarà per quello coreano. Ma i risultati concreti non sono stati eccezionali. Il comunicato ufficiale, emesso alla fine del vertice, nel suo linguaggio algido, nasconde in realtà il nulla di fatto, la mancanza di un accordo di grande respiro, il tentativo un po’ cerchiobottista di mostrare che in fondo c’è un’armonia sostanziale, anche se tutti sanno che quell’armonia non esiste: «Siamo d’accordo sulla necessità che il sistema finanziario contribuisca in modo equo e sostanziale ai danni creati. Ma riconosciamo che ci sono una serie di approcci politici diversi al raggiungimento di questo scopo. Alcuni Paesi seguono la via della leva fiscale, mentre altri Paesi preferiscono percorrere differenti strade». Insomma, un esempio di burocratese, di parole messe una dietro l’altra senza costrutto, senza contenuti reali se non questo: ogni Paese fa e farà quello che meglio crede. Il comico Beppe Grillo, diventato ormai anche un personaggio politico con il suo blog, segue dall’inizio questi vertici internazionali dandone giudizi caustici: «Il G20», ha detto, «si potrebbe fare anche con una teleconferenza, evitando di spendere tanti soldi per mandare in giro tutte quelle delegazioni. Intanto il risultato sarebbe lo stesso: nullo».

Il grande capo ha deciso
Al di là delle battute, anche se lo scetticismo è assai diffuso, molti credono che il prossimo G20 di Seoul sarà più concreto dei precedenti, non produrrà solo dichiarazioni generiche. Del drappello di ottimisti (con cautela) fa parte il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che è anche presidente del Financial Stability Board (Fsb), uno dei gruppi che svolgono l’azione preparatoria in vista di questi summit.
Su che cosa si basa la speranza (sua e di altri) che da Seoul emerga qualcosa di concreto? Su quanto è successo recentemente. Gli Stati Uniti si sono già mossi: l’amministrazione Obama ha varato delle misure che in qualche modo rendono più efficaci i controlli sul sistema finanziario e bancario in particolare. Le banche americane, per esempio, non possono più usare i depositi dei clienti per investirli in operazioni di private equity o per creare hedge fund. In più sono state introdotte nuove regole per cui i banchieri, se sbaglieranno, pagheranno; non saranno salvati con i soldi pubblici, qualunque siano le loro dimensioni. Il “too big to fail” è scomparso dal dizionario finanziario americano. Molti dicono che questo pacchetto di misure si rivelerà insufficiente, che il mercato ancora una volta escogiterà dei meccanismi per liberarsi da qualsiasi briglia. È possibile, si vedrà. Comunque il segnale che la politica vuole riprendere il controllo sui mercati, dall’America è arrivato forte e chiaro. Difficile che venga totalmente ignorato. Gli altri membri del G20 non potranno accettare l’idea che gli Usa siano gli unici, in concreto, ad aver agito per dare più solidità e trasparenza al sistema finanziario e alle banche, accusate di essere state le prime responsabili di tutto quanto è successo dal settembre 2008. Draghi ha dichiarato che Seoul sarà l’occasione per far approvare quella serie di norme per aumentare la capitalizzazione degli istituti di credito, che va sotto il nome di Basilea 3. Il governatore, diplomatico e prudente come il suo ruolo gli impone e come è nel suo carattere, ha usato parole misurate: «È ancora presto per decidere quali saranno i tempi degli accordi di transizione prima dell’adozione complessiva». Però in una missiva scritta ai soci del G20 ha aggiunto che «la qualità e l’ammontare di capitale deve essere significativamente maggiore per aumentare la resistenza delle banche».Quindi il tema della solidità del sistema creditizio sarà al centro del dibattito a Seoul. Difficile prevedere quali norme saranno approvate. Basilea 3, che impone alle banche dei nuovi criteri nell’accantonamento di quote di capitale in proporzione al rischio derivante dai crediti concessi, è una misura complessa. E costosa. Una ricerca della società Oliver Wyman ha stimato che la sua introduzione per l’Italia avrà un costo tra i 20 e i 25 miliardi. Molto meno di quanto dovranno sborsare Germania (fra i 30 e i 50) e Francia e Inghilterra (attorno ai 100). Cifre consistenti, che preoccupano più di un economista. Secondo alcuni l’introduzione di Basilea 3 potrebbe addirittura esercitare un effetto recessivo, giocare quasi come una stretta creditizia su un’economia che già stenta a imboccare la strada della ripresa. È un rischio che però si deve correre. Un sistema bancario patrimonialmente solido è indispensabile se non si vuole che le crisi tipo quella iniziata nel 2008 si trasformino in un appuntamento fisso. Come i G20.

Due anni di G20
Novembre ‘08
A Washington emerge la gravità della crisi, si difendono le liberalizzazioni commerciali e si punta sulla spesa pubblica per evitare la depressione
Aprile ‘09
A Londra si decide di sostenere il sistema con enormi iniezioni di liquidità. L’appuntamento diventa fisso
Settembre ‘09
A Pittsburgh si inizia a parlare di exit strategy
Giugno ‘10
A Toronto si gioca il salvataggio della Grecia