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Ci sarà un motivo se quest’anno l’Unicef ha dichiarato i bambini olandesi i più felici del mondo. Dipenderà dal fatto che l’assistenza per loro e le loro madri è accurata e comincia ben prima del parto: il Kraamzorg, per esempio, è un servizio compreso nell’assicurazione sanitaria (obbligatoria nei Paesi Bassi, dove generalmente i parti avvengono in ospedale solo quando sopravvengono complicazioni) che prevede l’invio di una puericultrice nella casa della partoriente, che viene coadiuvata prima, durante e dopo la nascita – fino a un massimo di dieci giorni – nella preparazione al parto e nella cura del neonato. O forse dipende dalla precisa scelta del governo di incoraggiare i congedi parentali di ambo i genitori, con formule che prevedono un massimo di 26 settimane a testa (16 delle quali a stipendio pieno per le donne) non cedibili al partner, favorendo al contempo le formule part time. O, ancora, sarà merito dei servizi offerti alla popolazione più giovane, la quale, nell’età compresa tra i tre e in cinque anni, frequenta nel 70% dei casi asili nido e scuole materne, quando la media europea è del 28%. Ma attenzione: non è (solo) una questione di quantità di investimenti pubblici. Lo Stato olandese spende soltanto l’1,3% del Pil in servizi per la famiglia e l’infanzia, addirittura meno di quanto fa l’Italia, che spende l’1,4% del Prodotto interno lordo.

VANTAGGI ESTESI
Eppure, la differenza si vede e si sente. E non parliamo solo di felicità dei bambini che, per carità, è sacrosanta (per inciso, nella classifica stilata dall’Unicef il Belpaese si piazza al 22esimo posto, dopo Polonia, Portogallo e Repubblica Ceca), ma anche e soprattutto di ripercussioni positive sull’economia e sulla società in generale, visto che affidare la prole – e, vedremo, non solo la prole – a strutture qualificate permette alle donne di dedicarsi all’attività lavorativa, oltre che alle cure familiari. In Olanda, infatti, lavora circa il 70% delle donne, che hanno mediamente 1,8 figli a testa, contro il 47% scarso registrato nella Penisola, dove in media le madri mettono al mondo 1,4 figli. Sono due aspetti, la bassa natalità e il basso tasso di occupazione femminile, che per il sociologo Enrico Finzi, presidente di Astra Ricerche, costituiscono una zavorra per lo sviluppo dell’economia tricolore.

Enrico Finzi © Valerio Pardi

Enrico Finzi

«Dovrebbe essere interesse di tutti avere un quoziente di natalità più elevato», spiega a Business People . «Quello attuale è troppo basso per garantire la piena efficienza del sistema lavorativo, e dovrebbero vederla così soprattutto quelli che ambiscono a limitare il fenomeno dell’immigrazione nel nostro Paese. Inoltre, se allo stesso tempo le donne lavorassero di più, otterremmo una maggiore produzione aggregata, maggiore produttività, e minore assistenzialismo, con conseguente riduzione della spesa pubblica. Oltre al raggiungimento di un nuovo equilibrio sociale, dato che è assai dubbio che una donna obbligatoriamente casalinga sia felice».

A CHE PUNTO SIAMO
In Italia politici ed esponenti di governo non fanno che mettersi in bocca la parola “famiglia”, ma nella realtà dei fatti i passi da compiere per avvicinarci alla media europea (nel Vecchio continente il tasso di fertilità è di 1,6 figli per donna, con una spesa media del 2,3% del Pil in servizi per la famiglia e l’infanzia) sono parecchi, e diventano innumerevoli quando si tratta di raggiungere le best practice di Paesi più avanzati del nostro, come la Finlandia, la Francia, la Germania e la già citata Olanda. Anche se, bisogna specificarlo, esistono pure in Italia distretti all’interno dei quali si è raggiunto un livello accettabile dell’offerta di servizi, e per Finzi sono le regioni tradizionalmente rosse (Toscana, Emilia Romagna e Umbria) con l’aggiunta di Lombardia e Triveneto, dove spicca il Trentino Alto Adige. Se i tassi di copertura degli asili nido sono generalmente al di sotto delle reali dimensioni della domanda, con l’indice di presa in carico dai zero ai due anni pari all’11,8% a livello nazionale, in Emilia Romagna si attesta sul 25% e in Umbria sul 22,3% (mentre in Calabria e in Campania ci si aggira intorno al 2,3% all’1,9%). Lo conferma l’edizione 2012 della tradizionale ricerca condotta dal Sole 24 Ore : le città italiane con la migliore qualità della vita (anche per i bambini) sono Bolzano, Siena, Trento, Rimini e Trieste.

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Le differenze con gli altri Paesi europei, però, non riguardano solo la quantità e il livello dei servizi, ma anche le liquidità. Se in Italia una famiglia con almeno tre figli a carico riceve un aiuto complessivo di 124 euro al mese, in Finlandia, la seconda nazione nella speciale classifica Unicef, tutti i giovani al di sotto dei 17 anni possono ricevere sussidi che vanno da 104,19 euro al mese in caso di figlio unico ai 168,27 euro per il quarto figlio. Oltre la soglia del quarto figlio le famiglie ricevono 189,63 euro per ogni nuovo nato. E per famiglia non si intende la coppia di coniugi eterosessuali: i genitori single ricevono infatti, in aggiunta a quanto già detto, ulteriori 48,55 euro per bambino. Non è un caso che il governo finlandese devolva il 3,3% del Pil alle politiche per le famiglie. E le risorse negli ultimi anni sono anche diminuite a causa della crisi: nel 1995 il welfare state valeva il 4% del Pil nazionale.

IL FUTURO COMINCIA DAL PASSATO
Avere a cuore il futuro dei bambini non vuol dire però pensare solo ai bambini. «Una ricerca che abbiamo condotto due anni fa», dice Finzi, «ha messo in luce che il massimo del sostegno alle famiglie viene prodotto attraverso la creazione di buoni servizi erogati agli anziani: se aiutiamo le famiglie (che poi vuol dire le donne) a gestire l’incremento dell’età della popolazione che perde autonomia personale, le aiutiamo a occuparsi dei bambini». La situazione, secondo Finzi, si è acuita con l’aumento della speranza di vita in Italia e con la tendenza a fare figli in età più avanzata. «Oggi mediamente il primo figlio lo si ha a 32 anni, il che significa che si avrà a che fare con un adolescente a 45-46 anni, quando aumenta la probabilità di avere genitori con problemi di salute. Nasce così la problematica coincidenza di allevare la prole e diventare gradualmente genitori dei propri genitori». Riuscire a creare un equilibrio tra la popolazione che nasce e quella che invecchia, instaurando un circolo virtuoso che permetta alle due parti di sostenersi reciprocamente, non è impresa facile. E se in Italia la questione è stata affrontata attraverso il sistema pensionistico, che tutt’ora rappresenta la voce di spesa in assoluto più rilevante nel welfare tricolore, in altri Paesi, come per esempio la Germania, si sono attuate politiche atte ad armonizzare la famiglia e favorire la cura reciproca dei suoi membri. Più di un milione e mezzo di tedeschi che hanno bisogno di cure domestiche (circa i due terzi del totale) sono infatti assistiti da propri familiari in collaborazione con i servizi sociali. Un’iniziativa varata nel 2012 permette ai lavoratori di ridurre per due anni le proprie ore lavorative fino a un massimo di 15 per rimanere a casa e prendersi cura dei familiari non autosufficienti. Anche se il monte ore è ridotto del 50%, i dipendenti continuano a percepire il 75% del proprio stipendio. Il gap tra le remunerazioni viene colmato nel periodo successivo a quello regolato dal part time, quando tornando a lavorare a tempo pieno la retribuzione rimane fissa al 75% fino al pareggio.

TABELLA - Il numero di figli a confronto con il tasso di occupazione femminile e le risorse investite dallo Stato nell'Unione europea
Elisabetta Addis

Elisabetta Addis

ALLA RICERCA DI UN PARADIGMA
Così, se in altri Paesi europei c’è uno stato sociale che favorisce la vita familiare, «in Italia la situazione è ben diversa», dice Elisabetta Addis, docente di Politica ed Economia del welfare all’università Luiss Guido Carli di Roma. «Anche perché la famiglia in Italia è il welfare. Infatti, quando si è creata l’architettura dello stato sociale, si è deciso di finanziarlo con i contributi sul salario maschile, anziché con la tassazione generale, e di dare alle famiglie denaro contante anziché servizi. Questo ha generato un equilibrio perverso: si è tassato l’uso di lavoro da parte delle imprese, e quando si tassa un bene se ne limita il consumo, per cui in Italia ci sono bassi tassi di occupazione, anche maschili. E si è creata poca occupazione femminile nei servizi pubblici. Questo è un problema sia per le donne, che non hanno reddito, che per l’economia, che non usa le loro competenze per crescere». Se anziché di welfare in generale parliamo di politiche specifiche di congedo parentale e di conciliazione dei tempi, che richiedono un investimento aggiuntivo di denaro pubblico, secondo Addis si è comunque fatto poco. In parte anche perché quando se ne è cominciato a parlare seriamente, eravamo già entrati nel ventennio che ci siamo lasciati alle spalle, e quindi tra rispetto dei vincoli comunitari e tagli alla spesa pubblica non c’era la possibilità di investire in politiche per la famiglia. «Il governo Monti ha dato vita all’Osservatorio per famiglia, d’accordo, ma non essendoci i soldi non sono mai partite nuove iniziative». Il risultato? I tassi di fertilità sono da anni inferiori al valore di rimpiazzamento: le donne istruite non fanno figli, indipendentemente dal fatto che lavorino o no. E sono sparite pure le famiglie trigenerazionali. Anche perché quel modello aveva un senso quando i nonni servivano ad allevare i bambini. Pur di non avere i nonni tra i piedi, si sceglie di non metterne al mondo. Oppure è la nonna a non essere più disposta a badare ai nipotini».
All’appello manca il ruolo dell’uomo. Se in Francia è da poco stata approvata una riforma presentata dalla ministra delle Opportunità Najat Vallaud-Belkacem che prevede l’estensione del congedo parentale del padre (sei mesi non trasferibili al partner con assegno statale mensile da 600 euro e un pacchetto di incentivi per le imprese), in Italia il massimo che si è riuscito a ottenere è un giorno di permesso obbligatorio per i neo papà. Un atto simbolico voluto dall’ex ministro Elsa Fornero. E Addis tiene a sottolineare che probabilmente, anche in Italia, le cose cambieranno mano a mano che le donne verranno inserite nella vita pubblica. «Si tratta di un passaggio dal paradigma militare a una forma di flessibilità contrattata, tipica del modo di pensare femminile», spiega la professoressa. Rispetto alla reale parificazione tra uomo e donna, una parificazione che garantisca migliori e più equilibrate cure parentali all’interno della famiglia, è necessario un cambiamento culturale, ma serve che siano gli italiani a chiederlo. «Naturalmente il processo è più semplice là dove c’è un’occupazione di tipo ancora fordista, come in Germania, per esempio. I tedeschi hanno un’etica del lavoro diversa dalla nostra, disprezzano meno il lavoro, e anche alla cura domestica viene dato un valore differente. Crescere un bambino è vissuto come un dovere etico per entrambi i genitori, ed è per questo che fa comodo avere 15 giorni di ferie in più. Non dimentichiamoci poi che tutto ciò è possibile in una grande fabbrica dove molte mansioni sono sostituibili. In Italia si lavora prevalentemente in piccole e medie imprese con meno di dieci addetti, e ciascuno deve arrabattarsi come può quando manca un collega. Per questo considero i congedi parentali positivi, e sarei favorevole a estenderli. Ma non posso trascurare il fatto che con milioni di giovani disoccupati e le pmi in una situazione estremamente delicata, all’atto pratico il congedo oggi avrebbe senso solo per gli impiegati pubblici».