Gentleman © GettyImages

Sale da biliardo e da bridge, ma anche alta cucina, comode poltrone dove rilassarsi leggendo il giornale in santa pace e servizi esclusivi (dal barbiere all’ufficio postale), purché si sia disposti a dire addio, almeno per un po’, al cellulare e, ovviamente, a pagare la non irrilevante quota d’iscrizione. Roba d’altri tempi? Macchè, i club per gentlemen sembrano vivere una nuova giovinezza, tanto che ai nomi storici se ne aggiungono, anno dopo anno, di nuovi. Non solo nel mondo anglosassone, che li ha visti nascere e dove la tradizione è ancora forte, ma anche in Oriente. Qui David Tang, fondatore del marchio del fashion cinese Shanghai Tan, ha aperto i China Club, ritrovi tra i più amati dai professionisti occidentali in trasferta così come dai businessmen locali. Il primo ha visto la luce a Hong Kong nel 1991, il secondo a Pechino nel 1996, mentre il terzo è nato nel 2001 a Singapore, al 52esimo piano della Capital Tower. Entrare a far parte di questo circolo può costare dai 5.500 euro circa della versione corporate ai 3 mila dollari per gli overseas (circa 2.300 euro) cui va aggiunta la quota annuale.
Qui ceo, ministri e ambasciatori si ritrovano per gustare il meglio della cucina cantonese o rilassarsi. Niente lavoro quindi, né qui né nei ritrovi d’elite occidentali di lungo corso. Solo relax e conversazioni con vecchie e nuove conoscenze. Non che il tutto non possa avere ricadute positive sul fronte degli affari – si tratta di un luogo di accumulazione di quelle che gli economisti chiamano “risorse scarse”, ossia fiducia, reputazione, informazioni – ma documenti e laptop vanno lasciati all’ingresso: i portieri sanno essere molto convincenti. E se l’abbigliamento richiesto è formale, non lo sono i rapporti tra i soci, le gerarchie sono bandite.

LONDRA: LA CITTÀ D’ORIGINE
Tutto ha avuto inizio a Londra, non a caso questi ritrovi esclusivi in Italia venivano anche chiamati circoli all’inglese. Il più antico è il White’s, fondato nel 1693, che conta tra i suoi membri anche il principe Carlo e David Cameron, ma la loro diffusione avvenne nel corso del 18esimo secolo e raggiunse l’apice in quello successivo, quando se ne contavano oltre 400, per la maggior parte concentrati nel West End, tanto che l’area nei dintorni di Saint James street ancora oggi viene chiamata “clubland” (terra dei club). Questi luoghi rappresentavano per gli uomini delle classe elevate una seconda casa tutta al maschile, dove rilassarsi, incontrare gli amici, giocare (e scommettere…), cenare e, in alcuni casi, passare la notte. Non era raro che i giovani neolaureati vivessero al club per due o tre anni prima di affittare un appartamento. Tra i nomi storici ancora esistenti sono da segnalare il Brook’s, il Boodle’s, il Carlton, ma anche il Garrick e il Reform, primo ad ammettere le donne, nel 1980. Già, perché in origine le rappresentanti del sesso femminile non erano ricevute nemmeno come ospiti e, ancora oggi, molti club non le annoverano tra i soci. Questioni di donne

Gaffe per Scotland Yard
Uno degli aneddoti più noti sul mondo dei club inglesi, raccontato anche dal giornalista e scrittore Anthony Sampson, vede protagonisti Scotland Yard e il Beefsteak, uno dei circoli privati più famosi agli inizi del ‘900. Poiché il club si trovava di fronte a un locale di striptease, la polizia, vedendone uscire ogni sera anziani signori dall’aria soddisfatta, si convinse che si trattasse di un bordello e vi fece irruzione. Trovò solo quattro gentlemen seduti attorno a un tavolo. «Lei chi è?» chiese un poliziotto al primo dei quattro. «Sono il lord cancelliere», rispose questi. La domanda venne subito rivolta ad altri due, che affermarono di essere il governatore della Banca d’Inghilterra e l’arcivescovo di Canterbury. Al che il poliziotto, rivolgendosi al quarto, commentò sarcastico: «Immagino che lei sia il primo ministro…». «Infatti lo sono», gli rispose senza scomporsi Arthur Balfour, primo ministro britannico dal 1902 al 1906.

PRIVACY INNANZITUTTO
Del resto, in queste stanze il rispetto delle regole è sacro. Chi non le osserva rischia l’onta dell’espulsione. Per esempio, il Garrick vieta ai suoi membri di prestare o regalare la caratteristica cravatta rosa e verde ai non soci. Ma la regola che più conta e che accomuna tutti è il rispetto quasi ossessivo della riservatezza. E la privacy non riguarda solo i nomi degli iscritti, ma qualsiasi altro aspetto: dai servizi alla foggia delle sale, fino alle quote (anche se poi qualcosa si viene a sapere. In media si parla di 1.500-2.500 euro l’anno più una tassa associativa di 10-15 mila). Ma non basta potersi permettere la quota, bisogna essere presentati dai soci, in genere tre, e poi avere il nulla osta degli altri. Cosa non da poco visto che nella votazione, espressa con le classiche biglie bianche e nere, ogni voto contrario vale quanto cinque a favore. Non di rado nomi di spicco hanno visto fallire la loro candidatura. Ancora oggi si parla del rifiuto del Circolo della Caccia di Roma a Paul Getty senior – si racconta che abbia lasciato il circolo sibilando «E allora me lo compro» – o della più recente esclusione di Alessandro Benetton dal Clubino di Milano. «Fu presentato male», sostengono alcuni. Come se non bastasse spesso le liste di attesa sono di diversi anni e molti club pretendono requisiti precisi: il Reform, a Londra, esige dagli aspiranti membri la prova che avrebbero appoggiato il Reform Act del 1932, mentre il Circolo della Caccia reclama, salvo rare eccezioni, quattro quarti di nobiltà. Però poi di solito, accordi di reciprocità, consentono ai soci di un club, l’ingresso in molti altri nel mondo.

UN MONDO DI CIRCOLI
Anche negli Usa le maggiori città hanno il loro storico circolo esclusivo. Il più antico è lo State in Schuylkill (Philadelphia), ma è New York il palcoscenico più variegato.
Tra i più ambiti e antichi si contano il Knickerbocker, noto come “the Knick”, il Metropolitan, club dei presidenti Reagan, Nixon e Ford, lo Union, il NY Yacht Club. Ma va ricordato anche lo Yale Club of New York City, il più grande al mondo, con oltre 11 mila membri, e non mancano nomi di tendenza di recente fondazione: c’è il Norwood, riservato ai creativi, il Core, tra i più onerosi con i suoi 50 mila dollari d’iscrizione, più altri 15 mila ogni anno, mentre i vip amano la Soho House, già frequentata da Nicole Kidman e Robert De Niro.
In Europa, invece, Parigi conta, tra i più noti, il Jockey Club, il Cercle de l’Union Interalliée e il Saint James Club, Mosca il Monolith e anche l’Italia ha i suoi ritrovi d’elite, la maggior parte dei quali aderiscono all’Unione dei Circoli Italiani (Uci). Il più antico è il Circolo degli Uniti di Siena, affacciato su piazza del Campo. La Capitale, oltre al Circolo della Caccia, vanta anche il Nuovo circolo degli Scacchi (nei club i politici sono una rarità, ma qui Giulio Tremonti è di casa), mentre Milano conta la Società del Giardino, il Circolo dell’Unione – tra i soci storici Borromeo, Visconti di Modrone, Falck e Pirelli – e il già citato Clubino, cui vengono associati i nomi Cordero di Montezemolo, Barilla, Moratti e Tronchetti Provera. Da citare anche la Società del Whist−Accademia Filarmonica a Torino, il Circolo Artistico Tunnel a Genova, il Circolo Bellini a Palermo, il Circolo del remo e della vela a Napoli (un po’ sui generis, è sportivo, ma anche il più esclusivo in città) e il Domino a Bologna, di cui, Gian Pietro Vittori Venenti, membro del board, racconta: «È un punto d’incontro per persone che hanno in comune e vogliono preservare tradizioni e valori, dall’onestà al culto della famiglia, che oggi, purtroppo, troppo spesso non sono tenuti nella dovuta considerazione».

Tra realtà e fiction
Il mondo dei gentlemen’s club ha fatto molta presa sull’immaginario di scrittori e sceneggiatori, che hanno spesso citato nelle loro opere circoli spesso inventati. È il caso del Bagatelle Card Club frequentato dal colonnello Sebastian Moran nel racconto di Arthur Conan Doyle L’avventura della casa vuota o il Diogenes, preferito dal fratello di Sherlock Holmes. Anche Ian Fleming si lasciò affascinare da questo mondo, tanto da ambientare una delle avventure di James Bond, Moonraker : il grande slam della morte, nel Blades Club, di cui uno dei soci era niente meno che M, il capo di 007. Per non parlare del Bratt’s Club di Una manciata di polvere di Evelyn Waugh, del Tackeray Club che compare all’inizio del film Top Hat di Fred Astaire o, ancora, delle numerose scene di Una poltrona per due ambientate in un immaginario club di Philadelphia. Esiste, invece, il Reform Club della scommessa che dà il via al Giro del mondo in 80 giorni .