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Ci sono imprenditori di tanti tipi. Tra questi anche quelli scolastici. Forse non viene spontaneo collegare aule, professori, scrutini con un’attività manageriale e, in effetti, visto il ritorno sul capitale investito, qualche dubbio è legittimo. Ma sono migliaia le persone che hanno deciso di provarci. Come mai? Cristina Malvini, fondatrice con la socia Maria Cristina Olivo, de “Il pianeta dei bambini”, una catena di asili nido e centri per l’infanzia a Milano e hinterland, lo fa per esportare «una filosofia». Rosario Mazzeo, dirigente dell’Istituto L’Aurora V. Bachelet di Cernusco sul Naviglio (Mi), che comprende scuole primarie e secondarie, lo fa per «grandi ideali». Quindi fin da subito risulta che in questo caso, più che in altri, sono messi in ballo i cosiddetti “valori”. E fin qui è chiaro. Ma cosa succede quando un imprenditore, oltre agli ideali vuole anche affermare il suo diritto a guadagnare dal proprio investimento?
Intanto cominciamo col dire che in Italia esistono tre tipi di scuola. La prima è la scuola pubblica statale che è gestita e finanziata dallo Stato. Poi c’è la scuola privata, che è finanziata e gestita da privati e non segue necessariamente a livello di piano formativo e di calendario scolastico le indicazioni della scuola dello Stato. E, infine, c’è quella pubblica paritaria che è gestita e finanziata da privati ma che segue in tutto e per tutto il calendario, le norme, i programmi scolastici di quella statale. Ed è questo il modello di scuola privata più diffuso in Italia ed è quello dal quale ci si può aspettare un maggior successo imprenditoriale. E come si fa a creare dal nulla una scuola? «L’ente autorizzante», spiega Malvini, «è il Comune. L’ente sorvegliante, che in partnership con il Comune dà l’ok, è la Asl. Il Comune delega alla Asl la valutazione e controllare i progetti anche attraverso sopralluoghi nell’edificio che ospiterà la scuola dopo che questa è già aperta e già frequentata. Questo perché la struttura può autocertificare quasi tutto: il corretto rapporto numerico educatrice-bambini, il piano dell’offerta formativa, il possesso della carta dei servizi così come tutto quanto è legato al progetto edilizio.
La prima emergenza, quindi, è quella di munirsi di una schiera di consulenti abili. Per esempio, ci vuole un progettista che pensi agli spazi della struttura che rispondano alle normative che prevedono che il rapporto spazio-bimbi all’asilo nido è di un bambino ogni dieci metri quadrati, per cui parliamo di almeno 200 metri quadrati per 20 bambini. Dal punto di vista economico la maggior parte della spesa viene impiegata nella ristrutturazione dei locali. Racconta Malvini, esperta di lunga data in questo settore (aprì il primo nido a Milano 29 anni fa): «È una spesa che spaventa chi vuole aprire un asilo nido. Infatti, si tratta per lo più – parlo soprattutto di una grande città come Milano – di ex laboratori piuttosto che capannoni, magari in zone industriali, da ristrutturare. Nella nostra esperienza abbiamo avuto anche ristrutturazioni da 500 mila euro; ci sono stati casi in cui abbiamo dovuto rifare l’impiantistica di 300/400 metri quadrati; come abbiamo avuto anche ristrutturazioni da 50/70 mila euro. E poi c’è l’arredamento, che in totale viene a costare dai 23 ai 30 mila euro». Va da sé: più bambini ci sono e meglio sta il bilancio, perciò il tema dello spazio e del numero dei piccoli “clienti” non è secondaria.
Poi ci sono gli insegnanti e le loro qualifiche. «Chi ha un diploma nel settore», spiega Malvini, «si può permettere di aprire un asilo con un minimo di 20-25 alunni perché è la stessa persona che fa anche la coordinatrice didattica: per questo ruolo sono necessari il diploma nel settore e cinque anni di esperienza”.

Una vera impresa
10 MQ per bambino è la superficie minima dei locali di un asilo. Significa 200 mq per 20 bambini 500 MILA euro arriva a costare la ristrutturazione dei locali
200 giorni minimi di lezioni garantite 23-30 MILA euro servono poi per l’arredamento

Bene. Adesso parliamo di soldi. «Con 20-25 alunni si hanno circa 30 mila ai 40 mila euro di utili all’anno dai quali va detratto l’eventuale costo della coordinatrice pedagogica, nel caso in cui non si abbia un diploma o si voglia fare solo l’imprenditore. Parliamo di un costo, sulla base del contratto nazionale di lavoro a tempo indeterminato, di circa 26 mila euro l’anno. Il nostro consiglio, quindi, agli imprenditori che non hanno un diploma è di aprire un asilo di minimo 35-40 alunni, per coprire il costo della coordinatrice». Infine, il calendario: «Sia un asilo nido pubblico che uno privato devono assicurare 40 settimane annuali di apertura. Naturalmente il servizio privato può stare aperto anche di più, a seconda delle esigenze dell’utenza. È chiaro che, soprattutto per i privati, più servizi si danno agli utenti e meglio è».
Fin qui la teoria. Passiamo alla pratica. Perché aprire un asilo non è come aprire un negozio o un bar. L’imprenditore scolastico non deve avere solo autorizzazioni e capitali, ma anche alcune qualità come quella di “saper comunicare”. Titolari e coordinatrici devono avere una modalità di comunicazione accogliente; devono saper ascoltare e comprendere ed è questo uno degli aspetti più delicati dell’imprenditoria scolastica. Le parole della Malvini a questo proposito sono tranchant: «Attribuisco il fallimento di certi asili nido non alla mancanza di bambini ma all’incapacità di dare alla comunicazione il suo senso. È indispensabile saper accogliere la famiglia e creare con lei una partnership. Questo è il segreto. Si può anche avere un’organizzazione spettacolare, un programma bellissimo ma se non sa trattare con le mamme e non fa passare il messaggio di un luogo che offre professionalità, la struttura avrà difficoltà a decollare e funzionare. I genitori hanno paura a lasciare i bimbi a persone di cui non si fidino al 100%. Ed è comprensibile». Un rapporto di fiducia di questo tipo ha ovviamente anche un ritorno economico positivo sulla struttura: se si fidano di me, i genitori continueranno a portare i loro bambini nella mia struttura e ne parleranno bene ad altri genitori. Da cosa nasce cosa e così da una struttura possono nascerne altre. Magari attraverso il franchising. In effetti dal successo della prima struttura alla creazione di altre in cui “esportare” una serie di servizi, il passo è stato quasi naturale. E la Malvini lo ha fatto: «Siamo dei veri e propri partner per i nostri affiliati. Insieme a loro facciamo tutto: la selezione del personale, la formazione delle coordinatrici, delle educatrici e persino quella delle cuoche. Poniamo estrema attenzione a tutto ciò che succede ai nostri bimbi e da questa osservazione può nascere anche la creazione di percorsi formativi. Lavoriamo anche sui singoli casi, per cui creiamo progetti per bambini problematici».
Tutto liscio quindi? Non sempre. Rosario Mazzeo, dirigente dell’Istituto L’Aurora V. Bachelet di Cernusco sul Naviglio in provincia di Milano, che comprende scuole primarie e secondarie, mette in luce i problemi legati ai finanziamenti alle scuole paritarie: «Sulla scuola paritaria ci sono continuamente polemiche sui finanziamenti che questa potrebbe e/o dovrebbe ricevere dallo Stato. Io faccio notare che a volte vengono compiute scelte discutibili su questi finanziamenti, come quella, per esempio, di sostenere economicamente nelle scuole paritarie i docenti di sostegno solo della scuola primaria e non quelli della secondaria. Ma dopo 25 anni di carriera in una scuola statale posso dire che riguardo al rispetto di norme, calendario, programmi, ma anche agibilità degli spazi e quant’altro, le scuole statali sono più indietro di quelle paritarie». Detto questo, sia per le primarie che per le secondarie vale quanto raccontato da Cristina Malvini per i nidi: innanzitutto, allinearsi a norme statali tanto su strutture e sicurezza quanto su programmi e qualifiche. I docenti devono essere tutti abilitati; si devono preparare curricula – ora non si parla più di programmi – come tutte le scuole statali; deve essere garantito lo stesso numero di giorni di lezione delle altre scuole, ovvero 200.
Bene. E i costi? «La cifra che un imprenditore deve spendere per iniziare un’attività del genere – continua Mazzeo – dipende dal numero di classi e dal numero degli studenti. Il nostro istituto avrà il prossimo anno complessivamente 535 alunni e abbiamo una sessantina di dipendenti: il nostro bilancio può essere paragonato a quello di una vera e propria azienda. La nostra retta è di 2.900 euro all’anno alle primarie e 3.200 euro alle secondarie. Dovremmo così arrivare a un bilancio di circa 500 mila euro all’anno, cifra dalla quale vanno tolti gli stipendi dei dipendenti. Ma al di là di cifre, enti autorizzanti, enti sorveglianti, curricula, perché imbarcarsi in un’opera così complessa, anche se affascinante, difficile anche se molto appagante? «L’imprenditore che voglia mettere in piedi una scuola pubblica paritaria dovrebbe avere innanzitutto un grande ideale educativo. I contenuti, le forme e i modi sono diversi dalle scuole statali, se no non conviene; il nostro ideale si pone in un altro modo. Esso è fondato sulla solidarietà e sul primato della persona».
Se si riesce a trasmettere questa passione all’esterno, il “gioco” di creare una scuola privata vincente anche nei conti, è fatto.