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Tagli alle risorse e agli stipendi. Scioperi contestati e proteste organizzate. Per la giustizia italiana l’inizio estate non è stato un periodo di rose e fiori. Piuttosto di lacrime e sangue. Complice la manovra correttiva del ministro Tremonti, i magistrati sono scesi sul piede di guerra contestando, soprattutto, il blocco degli stipendi, deciso a valere sulle buste paga di tutti i dipendenti pubblici.
Però non sarebbe del tutto corretto affermare che i magistrati italiani sono impermeabili a qualsiasi cambiamento e a qualsiasi taglio. Anzi, non è proprio vero: il Consiglio superiore della magistratura aveva, all’inizio dell’anno, avanzato una proposta di tagli draconiani che però è passata sotto silenzio sia sugli organi di stampa che tra gli organi istituzionali. Una proposta che riguardava non la “possibilità”, ma addirittura la “necessità” di ridurre le circoscrizioni giudiziarie. Che sono troppe, molte sono troppo piccole e, proprio per questo, non possono funzionare per via di un complicato gioco di incompatibilità tra i magistrati.
Ma prima di vedere nel dettaglio la proposta del Csm, che vale diverse decine di milioni di euro l’anno in risparmi (anche se una stima esatta non è mai stata fatta da nessuno), vediamo quanto costa la giustizia in Italia.
Secondo un rapporto del Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia) l’Italia spende ogni anno 4,08 miliardi di euro, molto di più di 3,35 della Francia e dei 2,98 della Spagna ma molto meno degli 8,7 della Germania e dei 6,7 della Gran Bretagna. Quindi, a prima vista, la spesa non è fuori controllo. Ma attenzione: queste cifre comprendono le spese per il patrocinio gratuito a chi non si può permettere un avvocato. A questa voce l’Italia destina appena 86,5 milioni di euro mentre, per esempio, la Gran Bretagna spende la metà del suo budget per pagare avvocati difensori dei meno abbienti. Quindi: non è fuori controllo, ma la cifra è molto elevata, dato che va a finire praticamente tutta nella pura amministrazione giudiziaria.Sarebbe troppo facile fare i confronti (impietosi) sulla durata dei processi, cioè sulla resa di questa spesa. Basti dire che da noi per avere un pronunciamento di primo grado bisogna aspettare 960 giorni (dati del ministro della Giustizia Angelino Alfano), 1509 per l’appello nei procedimenti civili e 426 giorni per il primo grado e 730 per il secondo nei procedimenti penali. Per rendersi conto di che cosa significhi dal punto di vista di chi fa impresa, basti dire che per recuperare un credito un’impresa in Italia deve aspettare in media 1210 giorni, in Francia 331 giorni, 394 in Germania e 515 in Spagna.
E arriviamo alla proposta del Csm. Secondo l’organo di autogoverno dei giudici, il cui vicepresidente è Nicola Mancino, uno dei motivi per i quali la giustizia è lenta consiste nel fatto che in Italia ci sono troppe sedi giurisdizionali. Secondo il governo, invece, il motivo è da ricercare soprattutto nello scarso impegno di giudici e magistrati e nelle poche ore che dedicano al lavoro, ma questo è un altro discorso. Il Csm, che da oltre un secolo in Italia attende la revisione delle circoscrizioni giudiziarie (e già questo sarebbe sufficiente a giustificarne la riforma), spiega che «alla distribuzione capillare nel territorio di uffici giudiziari si collega inevitabilmente una figura di giudice anacronistica. Un magistrato umano, saggio ed equilibrato, certamente ammirevole. Ma un giudice che non si avvantaggia della divisione del lavoro: quindi che riesce a sapere qualcosa di tutto ma che raramente sa tutto di una cosa. Dunque: non un professionista moderno, non un tecnico del diritto, che conosce a fondo la sua materia ed è in grado di reggere il confronto e la dialettica con gli agguerriti esponenti del Foro e delle Università».
Questo problema è legato al fatto che in decine di circoscrizioni lavorano pochissimi magistrati. Ecco i numeri: in Italia ci sono 88 tribunali con un organico inferiore a 20 unità. Troppi tribunali con troppo pochi magistrati per funzionare bene. Per questo il Csm propone di accorparli. E già questo rappresenta un unicum: un organo dello Stato che chiede tagli per sé e non per gli altri. L’effetto sarebbe quello di una maggiore efficienza e, particolare non da poco, notevoli risparmi per i conti pubblici. Quanto? Allora, il Libro Verde della spesa pubblica, pubblicato nel 2006, cita i dati del Ministero dell’Economia che «evidenziano l’esistenza nell’organizzazione giudiziaria di rilevanti economie di scala non sfruttate» proprio a causa della «dimensione troppo limitata degli uffici giudiziari» dove il giudice «si occupa delle questioni più disparate». È proprio in seguito ad una maggiore specializzazione che «la produttività del magistrato risulta crescente al crescere delle dimensioni del tribunale in cui opera».
Poi c’è il problema delle incompatibilità che provoca «evidenti difficoltà organizzative nei tribunali monosezionali con organici inferiori alle dieci unità, atteso che per un processo penale di competenza del giudice collegiale sono necessari non meno di cinque giudici». E in un piccolo tribunale significa che per ogni procedimento l’attività giudiziaria si interrompe per seguire un solo caso.
A questa situazione il Csm chiede di mettere mano, senza, però, trovare alcun ascolto nei palazzi della politica. Perché? I motivi sono evidenti: tanti tribunali (come anche tante Università, pur di scarsa qualità) significa più lavoro per avvocati, periti, traduttori, stenografi, magistrati e via dicendo. Per un politico, poi, poter contare su una sede di un tribunale nel suo collegio è segno di influenza a livello addirittura ministeriale, un po’ come succede con le province: nessuno le vuole davvero abolire (né accorpare) perché si eliminerebbero, a lungo andare, posti di lavoro pubblici e poltrone per i politici.
In questo senso è davvero esemplare una lettera che il sindaco di Olbia, Giovanni Maria Enrico (non è un refuso, ha proprio tre nomi) Giovannelli che all’inizio dell’anno, dopo la richiesta del Csm di rivedere le circoscrizioni giudiziarie, scrisse al ministro Angelino Alfano con queste parole: «Rivolgo a Lei, Signor Ministro, un accorato invito a valutare, con tutta l’attenzione che il caso richiede, qualsiasi provvedimento che possa penalizzare la legittima necessità di offrire, a ogni cittadino, risposte adeguate al bisogno di giustizia». Se, ragiona il sindaco, si facessero sopravvivere solo i tribunali grandi e se si accorpassero quelli più piccoli «di fatto andrebbe ad operare una recisione di quelle circoscrizioni che sono penalizzate nella loro efficienza esclusivamente da una costretta carenza di organico». La soluzione di Giovanni Maria Enrico Giovannelli è, quindi, quella di assumere più magistrati, non quella di renderli più produttivi. In Sicilia le città di Modica e Caltagirone, insieme ai rispettivi Ordini forensi, hanno deciso che la linea comune non sarà quella di accorpare i tribunali, ma verso «l’ampliamento dei rispettivi circondari» a Noto e a Rosolini sottraendo quei territori ad altre circoscrizioni. Insomma, ci si contendono i reati pur di non accorparsi e, in qualche caso, chiudere.
A queste, che vengono comunemente chiamate “istanze del territorio”, il ministro Alfano ha risposto in diverse occasioni. Come? L’intervento più chiaro è della fine di giugno quando disse: «Certo è mio dovere organizzare al meglio gli uffici, ma non ho intenzione di chiuderne, soprattutto in un momento così delicato. Nella mia valutazione, tra il risparmio e un eventuale danno, faccio prevalere il principio di difesa del territorio». Quindi di revisione non se ne parla nemmeno. Eppure, oltre al Csm, è stato anche il segretario dell’associazione nazionale dei magistrati, Giuseppe Cascini a chiedere l’accorpamento: «Quando discutiamo di procure la prima cosa da fare è eliminare quelle con solo uno o due sostituti». Le “istanze”, per ora, hanno vinto.