Enrico Giovannini

Nato a Roma nel 1957, Giovannini, laureato in Economia e commercio, è stato chief statistician e director of the statistic directorate all’Ocse

Dopo Giorgio Vittadini e Massimo Cacciari, Business People ha chiamato Enrico Giovannini, presidente dell’Istat dal 2009, a discutere sul tema della ricchezza.

Non dev’essere per niente facile il mestiere di Enrico Giovannini. Come presidente dell’Istat, Giovannini è forse il primo italiano a sapere di volta in volta che aria tira nel Paese. E ultimamente non è aria buona. È stato Giovannini ad annunciare che nel 2012 il Pil calerà dello 0,5% portando l’economia nazionale in recessione. Ed è stato sempre il suo istituto a scattare l’impietosa fotografia dell’evoluzione della propensione al risparmio delle famiglie tricolori nel corso degli anni. Nel 2011 il valore si è attestato al 12%, la percentuale più bassa addirittura dal 1995, con una diminuzione dello 0,7% rispetto al 2010, anche se il reddito disponibile delle famiglie in valori correnti è salito del 2,1%. Senza contare che i giovani senza lavoro sono aumentati, dal 2008 al 2011, di un milione di unità (e il saldo 2010-2011 parla di 233 mila occupati in meno), un’impennata del 15%. Ecco perché abbiamo avuto quasi lo scrupolo di chiedere a Enrico Giovannini che idea si è fatto del concetto di ricchezza nel difficile periodo che sta attraversando l’Italia. Ma la situazione, pare, è forse meno peggiore di quel che si immagina. Tutto sta a non considerare il Pil come unico parametro di benessere di un Paese.

Presidente, lei è da poco tornato da New York, dove ha partecipato a un convegno internazionale su benessere e felicità. Che cosa è emerso?
L’evento era promosso dal Buthan e organizzato dall’Onu. Si è discusso prima di tutto della necessità di cambiare il paradigma con cui tipicamente valutiamo le performance dei vari Paesi per orientare le politiche economiche. Dal presidente delle Nazioni unite fino ai capi di Stato e passando per i vari ministri, ormai è condivisa l’idea che si debbano superare i concetti classici di benessere, e che si debba piuttosto cercare di misurare, per esempio, la sostenibilità economica, sociale, ambientale di una nazione, andando al di là del Pil come indicatore semplice di successo di un Paese.

Una conseguenza della crisi economica?
È un tema di cui si discute già da parecchi anni. Personalmente ho avviato questa discussione quando ero chief statistician all’Ocse, quindi fin dal 2004, quando con una serie di forum mondiali si è costituita una comunità di esperti che comprendeva non solo statistici, ma anche economisti ed esponenti della società civile che hanno cominciato a dibattere sulla questione. Certo, poi la crisi ha accelerato il fenomeno.

Quello del benessere al di là della ricchezza è un modello puramente teorico, un’utopia? Chi lavora per generare profitti è disposto ad accettare questo paradigma?
È proprio il settore delle imprese che sta attraversando una fase di ripensamento, che in termini specifici si chiama attenzione alla Corporale social responsibility

Ma non c’è il rischio che sia solo marketing?
Il rischio che lo diventi c’è. Tutto dipende dagli utenti, dagli acquirenti. Devono essere loro a selezionare e a favorire, attraverso le scelte di consumo, le politiche di responsabilità sociale. Scegliendo prodotti realizzati da aziende che rispettano l’ambiente e le condizioni sociali dei lavoratori. È un percorso che il mondo produttivo ha certamente avviato, ma che ha ancora bisogno di un’accelerazione.

Attraverso cosa si può imprimere quest’accelerazione, in un periodo come quello che stiamo affrontando?
Guardando non solo alla dimensione produttiva, ma anche alle performance economiche dal punto di vista delle famiglie. Abbiamo più volte sottolineato che oltre al Pil, pure il reddito disponibile delle famiglie incide sul benessere dei singoli. Purtroppo c’è una grande divaricazione tra questi due indicatori, soprattutto per via della globalizzazione. Alcune parti del reddito, attraverso i profitti delle multinazionali o le rimesse degli immigrati, escono dal sistema: non sono gli italiani a beneficiarne, oppure quel reddito non viene speso nell’ambito dei conflitti nazionali. Senza contare che il settore pubblico drena alcune risorse o le restituisce al sistema sotto forma di servizi. Quindi, guardando al cosiddetto reddito disponibile per le famiglie, aggiustato per la quantità di servizi ricevuti dal pubblico o dal no profit, si potrebbe avere un’idea un po’ più precisa dell’impatto complessivo sul benessere materiale.

In questi termini, gli italiani vivono nel benessere?
In Italia si ha una speranza di vita tra le più alte al mondo, e questo è un elemento molto positivo. Il fatto che il livello di istruzione, la quota di laureati sulla popolazione, sia relativamente bassa è invece un elemento di preoccupazione. Ancora, il fatto che da dieci anni il reddito pro capite in termini reali sia diminuito è un elemento di forte preoccupazione. D’altra parte l’Italia è un Paese con un rapporto ricchezza reddito molto elevato, e quindi nel passato è riuscito a risparmiare una parte del reddito che ha aiutato gli italiani – almeno alcuni – a vivere la crisi in maniera meno drammatica di altri popoli. C’è poi il discorso delle condizioni ambientali, estremamente variegate a seconda del territorio preso in considerazione. No, rispondere a questa domanda oggi non è facile, perché non abbiamo una definizione condivisa di benessere. È anche per questo che con il Cnel stiamo lavorando all’elaborazione di nuovi strumenti per la misurazione di un benessere equo e sostenibile, per capire attraverso i nuovi parametri se complessivamente il Paese sta migliorando o peggiorando. L’idea di avere un unico indicatore è comunque fuori dalla nostra portata. Dovremo basarci su una molteplicità di indicatori.

E cosa ci dice l’evoluzione del famoso “paniere” dell’Istat?
Lei intende l’indice dei prezzi al consumo? Non ha nulla a che vedere col benessere in senso stretto, registra solo i cambiamenti nelle abitudini di spesa.

Non è in nessun modo collegato alla misura del benessere in Italia?
Lo è nella misura in cui non tanto la composizione ma il livello dei consumi, e quindi delle possibilità di spesa, è cresciuto negli ultimi decenni. Se fino a qualche decennio fa si guardava la Tv in bianco e nero e ora la si guarda su uno schermo al plasma con cento canali a disposizione, di per sé non significa che i prodotti siano migliori in senso assoluto, ma che il consumatore ha più scelta e quindi può essere più soddisfatto. D’altra parte, se passa gran parte del suo tempo libero a guardare la Tv da solo anziché avere relazioni personali, non vuol dire che la qualità della sua vita sia migliorata. Il cambiamento delle abitudini di consumo, da prodotti di bassa qualità a prodotti di alta qualità, ha segnato l’evoluzione grazie all’aumento del reddito, ma questo non implica necessariamente una maggiore felicità.

Ci sono altri Paesi che hanno già stabilito indici per misurare il nuovo benessere?
L’Australia e la Nuova Zelanda, oltre alla misurazione del benessere e della sostenibilità, hanno anche sviluppato sistemi di valutazione delle politiche basate su questi valori. Quindi prima di approvare una legge, per esempio, viene condotta una verifica sugli effetti che la nuova normativa può avere sul benessere sostenibile. Anche in Europa ci sono Paesi più avanti di altri: l’Inghilterra in particolare si sta incamminando lungo questa direzione. Speriamo lo faccia anche l’Italia. Ma è un percorso tortuoso, perché cambiare i sistemi politici non è affatto facile.

Lei si sente ottimista?
Lo sono nella misura in cui le persone prendono consapevolezza dei problemi e li affrontano senza farsi prendere dalla depressione. L’Europa, che ha molti problemi, deve innanzitutto creare un nuovo modello di sviluppo, una prospettiva comune di benessere condiviso, distribuito in modo meno diseguale rispetto a quanto fatto finora. Altrimenti i migliori le nuove prospettive vanno a cercarsele altrove.