Solomeo

Solomeo, borgo medievale in provincia di Perugia, restaurato dall’imprenditore del cashmere Brunello Cucinelli, che ne ha fatto anche la sede della sua azienda

E’ un mix di filosofia ottocentesca paternalista e protettiva verso i propri impiegati? O una moderna strategia per far affezionare i subalterni al luogo di lavoro? Oppure, semplicemente, il desiderio di lavorare in un luogo a misura d’uomo? Comunque la si veda è un fatto che in tutto il mondo ricominciano a spuntare “villaggi industriali/operai”: l’azienda diventa non solo un luogo di lavoro, ma il centro di una comunità con tanto di abitazioni e servizi. La tendenza ha preso diverse declinazioni: dal borgo medievale restaurato nel quale impresa e operai vivono in simbiosi al vero e proprio comune fino all’oasi “green”. Affascinante, vero? Ma a che cosa servono questi villaggi industriali?
Brunello Cucinelli, imprenditore di cashmere con punti vendita diffusi tra Hong Kong e Londra passando per Las Vegas, ha fatto di quest’idea una vera e propria filosofia di vita. Nella sua azienda, nata nel 1985 nel borgo di Solomeo (Pg), l’imprenditore può vantare un assenteismo inferiore, se si può dire così, allo zero, «nel senso che se uno è ammalato e il dottore gli fa un certificato medico per una settimana, lui, se sta bene, al terzo giorno torna al lavoro». Secondo Cucinelli il merito è anche delle ottime condizioni di lavoro. «I motivi per cui ho deciso di fondare una piccolissima fabbrica in un paese» racconta «sono quattro: primo, era il paese della mia allora fidanzata e poi moglie, quindi mi sentivo a casa, e soprattutto era in linea con la mia cultura, perché anch’io venivo da un piccolo paese lì vicino. Secondo, far lavorare le persone in un luogo bello, per alleggerire un po’ un lavoro duro e ripetitivo, e questo appassiona soprattutto i giovani, tanto è vero che l’età media è di 37 anni. Terzo, l’amore per l’architettura e il restauro in modo da lasciare a chi viene dopo di noi un’umanità più bella. Quarto, un motivo economico: credevo che dando in banca una garanzia di un piccolo paese, di tante case, non sarebbe stata la stessa cosa che dar la garanzia di un piccolo opificio industriale. Questo perché pensavo che il valore di questi immobili potesse un giorno crescere, come in effetti si sta verificando». Motivi economici, quindi, morali e ambientali: Cucinelli ha infatti restaurato gran parte del borgo di Solomeo nelle cui vecchie case del centro storico ora lavorano i suoi dipendenti e con la sua impresa continua a finanziare il restauro di chiese e teatri. Un’analoga esperienza è quella intrapresa da Ermenegildo Zegna. Un’azienda di impronta fortemente familiare nata nel 1910 dall’appena 18enne Ermenegildo Zegna che fondò il primo lanificio a Trivero, nelle Alpi biellesi. La bellezza di Trivero venne potenziata proprio dalla presenza dell’impresa e oggi tutto il mondo identifica in quell’ex villaggio uno dei centri mondiali del made in Italy. Per i propri dipendenti, gli Zegna crearono abitazioni (già dal ‘63) oltre che una sala convegni, una biblioteca, una palestra, un cinema-teatro, una piscina pubblica, un centro medico e una scuola materna; inoltre, piantarono migliaia di alberi e dettero il proprio nome (“Panoramica Zegna”) a una strada di 14 chilometri che collega Trivero alla stazione turistica di Bielmonte, a 1.500 d’altitudine. Nel 1993 venne fondata l’Oasi Zegna, che offre la possibilità di dedicarsi a numerosi sport e attività di tempo libero, oltre a essere cellula dell’Ecomuseo del Biellese, che raccoglie il patrimonio storico e culturale del territorio. E nel 2000 è stata creata la Fondazione Zegna proprio per affermare quella che viene chiamata la “cultura della bellezza”. Di nuovo: un luogo bello e attrezzato per far sì che ai dipendenti non manchi nulla e che ha permesso a un opificio di quattro telai messo in piedi da un diciottenne di diventare una potenza industriale presente in tutto il mondo.
Che la formula funzioni lo aveva capito anche il “cumenda” Giovanni Borghi di Ignis (poi Whirlpool) che nella sede di Comerio, vicino a Varese, offre fin dagli anni ‘60 mense aziendali, abitazioni, convitti per giovani lavoratori, asili e case di riposo, impianti sportivi. Rendendo grande, anzi, mondiale, l’impresa di Borghi riuscì perfino a vendere i frigoriferi a chi li aveva inventati, gli americani. Un altro caso è quello di Metanopoli, quartiere di San Donato Milanese, a sud di Milano. È la “città del metano”, voluta da Enrico Mattei per i lavoratori dell’Eni, che, a partire dagli anni ‘50, iniziarono a lavorare nei due nuovissimi palazzi di vetro costruiti alle porte del capoluogo lombardo, in una zona dove allora c’erano solo risaie e campi di granturco. Concepita proprio come un villaggio aziendale, Metanopoli ha mantenuto il suo aspetto originale, con case basse circondate da giardini e viali alberati.
Fin qui il Bel Paese. E altrove, nel mondo? In Cina, per fare un esempio, è tradizione che l’operaio sviluppi la propria vita attorno al luogo di lavoro. Walter Deppeler, senior corporate vice president di Acer, ci parla di Acer Aspire Park, ideato dall’azienda taiwanese nell’87 come centro residenziale per i propri impiegati e dal ’90 divenuto ambiente stimolante per la ricerca tecnologica e la formazione dei talenti. «Grazie a un investimento di 7 miliardi di dollari sono state create strutture su 172 ettari che comprendono laboratori, uffici, aree residenziali, negozi e strutture per il tempo libero come piscine, palestre e bar. Inaugurato nel 2002, è stato il primo campus polifunzionale creato da un’azienda privata a Taiwan». Nel rispondere alla domanda su cosa ci guadagni Acer ad aver messo in piedi una realtà del genere, Deppeler mostra tutta la lungimiranza dell’azienda taiwanese: «Gli investimenti nella creazione di Aspire Park sono stati attivati soprattutto per coltivare le future generazioni di ricercatori e innovatori taiwanesi, in collaborazione con altre aziende e istituzioni, tra cui K-Best Technology, l’unità semiconduttori di Canon e l’Università Nazionale Chiao Tung. In particolare, grazie ad Aspire Park, Acer ha costruito un nuovo team di 60 talenti per il proprio settore ricerca e sviluppo». Infine, una conclusione che farebbe felice il “nostro” Cucinelli: «Studiare e lavorare in un ambiente rilassante, immerso nel verde, ma insieme stimolante, ha sollecitato la creatività e il desiderio di accrescere le proprie competenze dei giovani talenti».
Casi italiani sul modello di Acer? Un esempio è Crespi d’Adda, un paese nel bergamasco, nato dall’iniziativa della la famiglia Crespi, attiva nel settore tessile. Con tanto di castello in stile medievale dal quale si diramavano le lunghe file di villette a schiera abitate dai dipendenti con un ordine geometrico, ora il paese è patrimonio dell’umanità dell’Unesco. A Terni esistono ancora oggi quartieri operai nati intorno alla Società degli Alti Forni Fonderie e Acciaierie di Terni. Attorno alle saline di Cagliari è nata la cosiddetta Città del sale, ispirata alla città-giardino all’inglese. O, infine, le toscane Larderello (Pi) – da Larderel, l’imprenditore che volle sfruttare i locali soffioni boraciferi traendone energia geotermica – e Rosignano Solvay (Li), che deve il suo nome all’industria belga Solvay che nel 1914 creò nella zona uno stabilimento destinato alla produzione di soda caustica, bicarbonato e carbonato di sodio. Il fatto è che è impossibile contabilizzare in un bilancio d’esercizio un’esperienza del genere in tutti i suoi fattori. Come si fa a sapere quanto vale la soddisfazione dei dipendenti? E come si può mettere tra i ricavi la salvaguardia dell’ambiente o il salvataggio di un borgo medievale? Non si può. Così questi esperimenti finiscono fatalmente per essere degli straordinari casi unici. Frutto dell’entusiasmo di imprenditori umanisti. Per i quali oltre al bilancio c’è di più.

La lezione di Adriano Olivetti
L’11 aprile del 1901 nasce a Ivrea l’industriale Adriano Olivetti, uno dei massimi sostenitori della teoria del “villaggio industriale”. Diventa presidente dell’azienda fondata dal padre Camillo (di “macchine per scrivere”) nel ‘38. Già dal ‘37 avvia la costruzione di un quartiere residenziale per i dipendenti, oltre a servizi sociali come la mensa e la biblioteca, avvalendosi di architetti e designer come Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi e Cosenza. Editore (fonda la casa editrice Nei) e scrittore (il saggio L’ordine politico delle comunità), scende anche in politica fondando il Movimento Comunità. Muore improvvisamente il 27 febbraio del 1960 durante un viaggio in treno da Milano a Losanna. Per informazioni: www.fondazioneadrianolivetti.it