Il conto alla rovescia è iniziato. Al termine di questo mese, archiviato il successo di Expo Milano 2015, inizierà l’opera di smantellamento dei padiglioni. Per molti di essi il destino è già scritto: le “dune” degli Emirati Arabi (che ospiteranno Expo 2020) rinasceranno nella città di Masdar, ad Abu Dhabi; il padiglione del Bahrain diventerà un giardino botanico; la struttura architettonica della Repubblica Ceca sarà il simbolo della cittadina di Vizovice; ci sono già accordi per le torri della Svizzera per diventare serre verticali di alcune amministrazioni comunali; Coca-Cola donerà il suo campo di basket a Milano; mentre il Principato di Monaco diverrà la sede della Croce Rossa in Burkina Faso.

Non sarà smantellato Palazzo Italia, anche se il suo interno cambierà dal 1° novembre diventando un polo per la ricerca e per l'innovazione. Resta incerto il futuro dell’Albero della Vita, simbolo di Expo, ma ancor più nebuloso è il domani per l’area di Rho-Pero. L’errore, a differenza di esempi virtuosi come Londra (Olimpiadi 2012) e Lisbona (Expo ’94), è stato quello di aver pianificato l’Esposizione senza aver pensato una destinazione futura per i terreni. C’è la possibilità che Media Center e, forse, Padiglione Zero vengano utilizzati per la XXI Triennale internazionale di Milano (2 aprile/12 settembre 2016), ma ufficialmente gli spazi dovranno essere ripuliti dai padiglioni e riconsegnati ad Arexpo entro il 30 giugno 2016; quest’ultima – dopo un bando andato deserto – si è affidata a un advisor per individuare un possibile sviluppo dell’area. Il progetto legato alla realizzazione di un polo dell’innovazione e dell’amministrazione sembra al momento il più realizzabile, ma è anche quello che fa più paura: anche Siviglia, dopo il suo Expo del 1992, puntò alla creazione di un polo tecnologico e delle università. Non ebbe successo e ora l’area è in rovina. La vera sfida di Expo inizia ora.