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Stefano Gabbana e Domenico Dolce

Torna di moda l’accusa di evasione fiscale a carico di Domenico Dolce e Stefano Gabbana. La Corte di Cassazione ha annullato ieri l’ordinanza con la quale nella scorsa primavera il gup di Milano, Simone Luerti, aveva prosciolto i due stilisti dalle accuse di truffa ai danni dello Stato e infedele dichiarazione dei redditi, per una presunta evasione fiscale su un imponibile di circa un miliardo di euro. Gli atti adesso verranno rinviati ad un nuovo gup che tornerà ad esprimersi sulla vicenda.
A ricorrere contro il proscioglimento dello scorso aprile ci aveva pensato il pm Laura Pedio, convinta, nonostante la decisione del gup di Milano, della colpevolezza di Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Secondo l’accusa i due stilisti sarebbero stati responsabili di dichiarazione dei redditi infedele per un imponibile di 416 milioni di euro ciascuno (a cui si aggiungevano circa 200 milioni di euro di imponibile riferibile alla società) e concorso in truffa ai danni dello Stato in relazione alla presunta esterovestizione della capogruppo D&G. I fatti risalirebbero al periodo compreso tra il 2004 e il 2005, quando la maison di moda cedette tutti i marchi del gruppo a una società in Lussemburgo, la Gado sarl (acronimo di Gabbana e Dolce), controllata dalla Dolce & Gabbana Luxembourg, per 360 milioni di euro. Secondo l’accusa attraverso questa operazione non solo i proventi, derivanti dallo sfruttamento del brand, sarebbero stati indebitamente tassati fuori dall’Italia – e sottoposti a un regime fiscale decisamente più favorevole (in Lussemburgo il prelievo fiscale sui profitti si attesta intorno al 3%) –, ma la cessione stessa del marchio sarebbe stata effettuata a un prezzo nettamente inferiore al valore di mercato (che superava allora i 700 milioni di euro) generando, così, un risparmio di imposte.