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Nell’era digitale, per essere previdenti, disporre in un testamento dei propri beni “concreti” non basta più. Bisogna pensare anche al destino della nostra vita virtuale. Non solo per ac­certarsi che venga fatta la nostra volontà, ma anche perché gli eredi possano muoversi agilmente nel caos digitale, senza correre il rischio incappare in co­stose controversie internazionali. Perciò, se non vi siete mai chiesti che fine fanno blog, e-mail, foto, con­tatti e quant’altro custodite su Pc, chiavette o cloud, è giunto il momento di farlo. E di trovare le principali risposte nel decalogo stilato dai notai italiani proprio per districarsi nella complessità della materia. Anche perché il quadro giuridico è incerto – non solo in Ita­lia, negli Usa solo cinque Stati hanno normative in materia – perciò meglio provvedere per tempo e rispar­miarsi qualsiasi problema. A costo zero.

L’INDISPENSABILE DISTINZIONE TRA RISORSE E CHIAVI DI ACCESSO
«Il primo passo importante è distinguere bene due livelli», spiega Ugo Bechini, notaio membro della commissione Informatica del Consiglio nazionale del notariato. «Da un lato c’è la questione dell’accesso alle risorse digitali, dall’altro quella della proprietà delle risorse stesse». La successione di quest’ultime resta, in­fatti, regolata dalla normativa “tradizionale”. Non bi­sogna quindi pensare, per esempio, che lasciare i codici di accesso al proprio conto online significhi lasciare in eredità a quella persona il suo contenuto in caso di morte. Così come risorse conservate sulla propria piattaforma cloud o sul computer, ma appartenenti a terzi, quali datore di lavoro o clienti, vanno loro resti­tuite. È il caso degli scatti realizzati da un fotografo per la società per cui lavora, o la bozza di un romanzo già opzionato da un editore, o ancora le pratiche digitali di un avvocato e via dicendo. «In questo senso, un’evo­luzione importante cui abbiamo assistito negli ultimi anni, soprattutto con l’avvento della cosiddetta nuvo­la, è che mentre una volta online si trovava fonda­mentalmente la posta elettronica, spesso a contenuto personale, oggi il cloud ospita risorse che hanno valore economico di per sé», osserva il giurista.

MEGLIO LASCIARE UN MANDATO POST MORTEM
Il nodo “da risolvere” resta dunque quello dell’accesso ai vari elementi che compongono la nostra vita digitale. E non è un problema da poco come potrebbe sembrare. «Buona parte dei servizi online – dalla casella e-mail ai social network fino al cloud – sono offerti da provider a stelle e strisce», precisa Bechini «che, in genere, seguo­no la politica di consegnare le password agli eredi solo se ordinato da un giudice americano. È spiegato chia­ramente anche nelle condizioni generali della versione italiana di Google. Inutile dire che si tratta di un proce­dimento complicato e costoso, anche perché gli onorari degli avvocati statunitensi sono molto più alti di quelli cui siamo abituati qui. È quindi teoricamente possibile, ma decisamente da evitare». Anche i dati conservati su Pc o chiavette usb, ma protetti da password, possono essere recuperati rivolgendosi a servizi specializzati, ma anche questi sono di solito molto costosi. Cosa fare allo­ra? «Consigliamo di ricorrere a quello che viene definito mandato post mortem», spiega l’esperto. «Si tratta sem­plicemente di affidare a una persona di fiducia le proprie credenziali di accesso e le istruzioni su come procedere in caso di decesso. Si può fare anche in forma orale, ma noi consigliamo di mettere tutto per iscritto, principalmente per salvaguardare il destinatario del mandato da possibili recriminazioni a posteriori da parte degli eredi».

NON SCEGLIETE IL PARTNER
Attenzione però, stando al decalogo “non sembra una buona idea” scegliere il partner come mandatario. «Hanno notato in molti questo consiglio apparentemente un po’ malizioso, in realtà si tratta di prevenire le possibili conseguenze di una rottura» precisa il notaio. «Sappiamo per esperienza che quando una coppia è in crisi capita, purtroppo, che le persone agiscano in modo prima assolutamente inimmaginabile. In più, in caso di un’eventuale causa di divorzio, le credenziali di accesso alla posta, ai profili personali sui social network e quant’altro potrebbero anche essere utilizzate per la raccolta di informazioni rilevanti». Licenza d'uso: il caso di e-book, video e Mp3

DA EVITARE IL TESTAMENTO E I SERVIZI ONLINE
A questo punto verrebbe logico pensare di inserire le indicazioni del caso direttamente nel testamento. E invece no. Anche questa non è una buona idea. «Per legge chiunque si presenti con l’estratto dell’atto di morte può chiedere al notaio la pubblicazione del testamento», chiarisce Bechini. Questo vuol dire la persona “più rapida” otterrebbe le chiavi di accesso (e quindi la possibilità di utilizzarle) anche senza essere il destinatario del mandato e, soprattutto, prima di lui. Sconsigliati, infine, anche gli ormai numerosi siti Web – come Legacy Locker, If I die, Death Switch, PassMyWill – che promettono di recapitare le password alle persone indicate in caso di morte. Al di là della possibilità di chiusura improvvisa, sorte già toccata allo svedese MyWebWill, la questione in gioco, anche questa volta, è la sicurezza. «Affidare a un operatore online tutte le proprie password, anche ammessa l’affidabilità di questo soggetto, espone comunque al rischio che il sito venga “hackerato”. Nemmeno la Nasa è in grado di difendersi al 100%», fa notare il notaio. Perciò meglio pensarci bene. «Purtroppo an­che nell’era digitale ci sono dei casi in cui un semplice foglio di carta in un cassetto risulta più affidabile del miglior servizio online».

Il decalogo dell'eredità digitale

 

Diversi siti Web offrono la possibilità di recapitare, in caso di decesso, una e-mail contenente le password e indicazioni su come utilizzarle ad alcuni indirizzi preferiti. L’applicazione If I die permette invece di registrare un video o scrivere un messaggio da pubblicare, sempre solo dopo la morte, sul proprio profilo Facebook.