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Non inizia sotto la migliore stella la nuova amministrazione dell’Eni: il neo ad Claudio Descalzi è indagato dalla Procura di Milano per l’ipotesi di reato di corruzione internazionale.

Nel mirino, una concessione petrolifera in Nigeria e una tangente dal valore di 1 miliardo di euro. Con lui, indagati anche il nuovo capo della divisione Esplorazioni Roberto Casula e il faccendiere Luigi Bisignani.

L’ipotesi è che per rilevare dalla società nigeriana Malabu la concessione di Opl-245, Eni abbia corrotto pubblici ufficiali africani, tra cui l’ex ministro Ete, servendosi degli intermediari Emeka Obi (nigeriano), Agaev (russo) e i già citati Di Capua e Bisignani.

La tangente sarebbe stata pari al 19% del prezzo del giacimento. Fino a questo luglio l’Eni aveva smentito l’utilizzo di intermediari per la concessione nigeriana, ma a riaprire il caso, corroborando l’ipotesi di reato, è la notizia del sequestro preventivo, per 190 milioni di dollari, effettuato dalla Corte di Londra: requisiti al nigeriano Obi due depositi anglo-svizzeri del valore, rispettivamente, di 110 milioni e 80 milioni di dollari. La cifra rappresenterebbe un quinto del valore della presunta tangente.

All'epoca dei fatti contestati, Descalzi rivestiva a il ruolo di capo della divisione Oil.

LA REPLICA

«Eni sottolinea di aver stipulato gli accordi per l'acquisizione del blocco unicamente con il Governo Nigeriano e la società Shell», la risposta dell'azienda in un comunicato, «l’intero pagamento per il rilascio a Eni e Shell della relativa licenza è stato eseguito unicamente al governo nigeriano. Eni prende atto che, da documenti notificati ieri alla società nell’ambito di un procedimento estero che dispone il sequestro di un conto bancario di una società terza su richiesta della Procura di Milano, risultano indagati presso la Procura di Milano l’amministratore delegato e il direttore operazioni e tecnologie».