Elezioni, Germania © Getty Images

La data è quella del 22 settembre quando l’Europa o, per meglio dire, l’intera area che ospita l’euro, conoscerà chi sarà il prossimo Cancelliere della Germania. Al momento la favorita è la donna che compare ai primi posti nella classifica stilata da Forbes su quelle più potenti al mondo, Angela Merkel. Il partito che guida, la Cdu (Unione cristiano-democratica) è in vantaggio. A seguire la Spd (ovvero i socialdemocratici) che, più forte all’inizio dell’anno quando la Merkel ha incassato una (seppur lieve) sconfitta nel primo test elettorale del 2013, sta mostrando un risultato peggiore del previsto. Tanto che, secondo i dati diffusi dalla televisione pubblica Zdf subito dopo la chiusura dei seggi lo scorso 7 giugno, sarebbe ferma al 21,5% mentre la Cdu dovrebbe oscillare tra il 38 e il 40%.
A livello nazionale, insomma, il Cancelliere resta molto popolare. Di incognite, però, non ne mancano. A cominciare dal risultato del partito anti europeista tedesco Afd (Alternative für Deutschland) di Bernard Lucke che vorrebbe fuori dall’euro subito Grecia, Cipro, Portogallo, Spagna, Italia e, forse, pure la Francia. Una manovra che, secondo i piani, dovrebbe condurre alla fine della zona euro entro il 2020. Il cuore della questione, del resto, sono le strategie da prendere in tema di politiche di austerità nei confronti dei Paesi periferici. Per il momento è stato messo un freno alla grande austerità in tema di politica fiscale. Lo dimostra la proroga sul deficit/ Pil concessa dalla Commissione europea ai Paesi che sono oltre il 3% (Francia e Olanda tra quelli più rilevanti, Slovenia e Spagna tra i periferici) e il taglio dei tassi della Bce al minimo storico dello 0,5%. Secondo gli addetti ai lavori, questa fase attendista è da attribuirsi anche al fatto che ormai, mancando poco tempo alle elezioni, non c’è troppo interesse da parte dei tedeschi a tenere alta l’asticella della tensione scaturita dall’atteggiamento troppo rigido in materia di aiuti verso il Sud Europa. L’ipotesi di una grande coalizione, comunque, si sta facendo sempre più strada, a meno che i Verdi non abbiano un forte exploit: in tal caso, se dovessero superare il 17%, la coalizione avverrebbe con loro anziché con l’Spd. Una cosa è certa: le prossime elezioni in Germania hanno tutta l’aria di essere un punto di snodo per il futuro della fragile e frammentata Europa.
Con ogni probabilità la Merkel incasserà il terzo mandato ma i possibili scenari sono due: una vittoria a larga maggioranza o una più morbida e dunque soggetta a mediazione. Nel primo caso tornerebbe forte l’austerity e ripartirebbe il balletto dello spread. Nel secondo, invece, il Cancelliere sarebbe costretto a fare delle concessioni.

L’IMPATTO SULL’EUROPA. A dispetto delle pulsioni antieuropesite e dei dubbi nella politica europea di Berlino, per la maggioranza dei tedeschi gli interessi europei hanno avuto finora la meglio sulla paura di un futuro troppo incerto. «Credo che l’evoluzione della congiuntura economica tedesca sarà decisiva nell’orientamento dell’elettorato. Difficilmente le concessioni della Merkel e gli interventi della Bce daranno i loro risultati prima di settembre ma non sarei troppo preoccupato dalla probabilità di un’avanzata anti-euro», commenta Alberto Krali, professore di lingua tedesca presso l’Università Cattolica di Milano alla facoltà di Scienze politiche e sociali e responsabile del corso di laurea magistrale double degree con l’università di Halle in Integrazione europea e sviluppo territoriale. E l’Italia? Continua: «Noi dipendiamo dall’esito delle politiche tedesche, ma in Europa tutti dipendono da qualcuno. Questo è il nostro grande limite politico: avere una moneta comune che, però, è sempre sotto. Ci vuole una soluzione politica in Europa, la dimensione economica dipende dalla frammentarietà di quella politica».
In Germania il valore aggiunto lordo di tutta l’attività economica è da ascriversi al settore produttivo. Sul fronte manifatturiero detiene la percentuale più alta in Europa e questo spiega perché nel 2012 un milione di giovani italiani si è trasferito lì. Rispetto al 2011, il 40% degli italiani se ne è andato e la tendenza è in crescita. «La Germania è un Paese con un’attività produttiva che richiede manodopera specializzata più alta degli altri. Il Baden-Württemberg ha appena annunciato di avere bisogno urgente di 21 mila ingegneri e ora stanno lavorando per equiparare i titoli accademici e facilitare l’accesso. Inoltre, le aziende italiane forti nell’export tendono a delocalizzare in Germania perché ci sono agevolazioni di natura fiscale e meno burocrazia.
Il paradosso a cui assistiamo è che l’Italia sta formando (e quindi finanziando) giovani che poi se ne andranno», spiega il professore. Il momento congiunturale è recessivo e sempre più complesso ma, dovremmo andare verso il meglio e la Merkel, dopo le elezioni, potrebbe cominciare una politica meno rigida nei nostri confronti. A dispetto degli scettici, come Mediobanca che, in un report, prevede che se le cose non dovessero migliorare in Italia, tra sei mesi dovremo chiedere anche noi, come la Grecia, aiuto al Fmi per pagare i nostri debiti.
Quello di cui c’è bisogno, dicono gli esperti, sono le riforme strutturali. Ed è questo che la Germania si aspetta dall’Italia. «Allo stato attuale certamente le elezioni non le vincono i solcialdemocratici. L’Italia deve darsi una mossa, ma le decisioni che si prenderanno si stanno giocando a un tavolo poco politico e legato a doppio filo a questioni macroeconomiche e finanziare», sostiene Massimo Cacciari, filosofo, accademico, politico e ex sindaco di Venezia. La Germania cerca stabilità ed è per questo che una parte preponderante del Paese continuerà a votare la Merkel. «La Cancelliera ha un grande potere sedativo nei confronti dei tedeschi, è la donna che sopisce i contrasti, ha una risposta mediata e non immediata, non fa proclami fuori luogo, è rassicurante. Così l’elettorato si sente protetto. Le elezioni si vincono se si ha un atteggiamento fermo nei confronti di Paesi spendaccioni. L’elettorato tedesco, a differenza di quello italiano, dà giudizi di tipo morale», precisa Krali.

IL DOPO ELEZIONI. Sono in molti a pensare che nel dopo elezioni la Merkel, se a vincere sarà lei in un governo di coalizione, dovrebbe abbassare la guardia. Sul tavolo i dossier che contano sono due: il governo unico europeo e l’unione bancaria. Ma andiamo con ordine.
«La Germania ha fatto una scelta europeista che è stata messa in discussione nel pieno della crisi. Così, tra il 2010 e il 2011 il Paese ha valutato che i costi di uscita sarebbero stati eccessivi e che, dalla debolezza degli altri Paesi, avrebbe potuto trarre profitto», commenta Carlo Altomonte, professore di Economia e integrazione europea all’Università Bocconi di Milano e spiega: «Area euro significa stabilità dei tassi di cambio. Quindi, vero è che la Germania ha un atteggiamento a volte egemonico, ma quello che conta è il fatto che la Germania è legata a doppio filo col resto d’Europa, anche solo perché il grosso delle esportazioni tedesche avvengono nell’area euro. A lei non converrebbe un disfacimento dell’Ue: i Paesi svaluterebbero le loro monete e per l’economia tedesca tutto questo sarebbe molto penalizzante». Il ragionamento nelle stanze dei bottoni in Germania, in altre parole, è il seguente: siccome questo matrimonio s’ha da fare, si fa alle mie condizioni. Così ha consentito la manovra del governatore della Bce, Mario Draghi quando ha stabilito gli acquisiti illimitati di bond fino a tre anni, vincolati però all’impegno dei governi di fare le riforme. Che il 6 settembre scorso ha dichiarato: «Faremo tutto il necessario per l’euro che è irreversibile. Timori fondati su reversibilità sono quello che sono, e cioè paure non fondate. E ciò rientra pienamente nel nostro mandato». A prescindere da come andranno le cose il 22 settembre, è comunque inutile negarlo: l’Europa è formata sui valori tedeschi e la sensazione dei più è che o tutto sarà basato su radici valoriali germaniche o non sarà. Del resto, però, i valori di cui si parla sono la sostenibilità dell’attività produttiva e quindi dei conti, la stabilità (ovvero l’inflazione) e una finanza che deve ricominciare a finanziare attività produttive. «Questi sono i valori che i tedeschi sostengono con maggiore coerenza. In realtà, dovrebbero essere valori universali ma la differenza è che loro li hanno applicati e gli altri no. Come dargli torto?», taglia corto Krali.

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