Deus Ex Human Revolution

L’esperienza di Rob “Eyeborg” Spence dimostra che a volte la realtà non è così distante dalla fantasia. Spence, infatti, è un video-documentarista che da giovane ha perduto l’occhio sinistro per uno sfortunato incidente che ha coinvolto un fucile e un mucchio di letame. La sua passione per la tecnologia lo ha portato a coinvolgere un gruppo di ingegneri per farsi impiantare, nella protesi oculare, una mini-videocamera (simile a quella di un qualsiasi videofonino) in grado di trasmettere via wireless a uno schermo digitale. La sua esperienza non è sfuggiota agli sviluppatori di Deus Ex Human Revolution, terzo capitolo di una saga videoludica cyber-punk incentrata su cyborg e potenziamenti biomeccanici, uscito per PlayStation 3, Xbox 360 e PC lo scorso 26 agosto. La storia del videogame si svolge in un futuro non molto lontano (corre l’anno 2027) ma dipinge un mondo che, a giudicare dagli attuali progressi nel campo delle protesi biomeccaniche, potrebbe non essere così improbabile. Per dimostrarlo, Spence, sponsorizzato dal publisher del videogioco Square Enix, ha girato il Mondo filmando un documentario (visualizzabile sul sito www.eyborglog.com) in cui incontra persone che, dopo aver subito menomazioni a causa di incidenti, hanno avuto la possibilità di farsi impiantare gambe, braccia, mani e persino occhi biomeccanici, tecnologicamente avanzatissimi, che permettono loro di sopperire – a volte quasi completamente - alla mancanza degli arti naturali. Digital Bros, che distribuisce il videogioco Deus Ex Human Revolution in Italia, ha tenuto una conferenza di presentazione presso il negozio FNAC di Milano lo scorso 7 settembre, mostrando al pubblico sia il mondo dei cyborg “reali” sia quello dei cyborg virtuali descritti nel videogame presentato da Francois Lapikas, lead gameplay designer presso gli studios Eidos Montreal: in entrambi i casi il concetto di cyborg sfocia in una complessa diatriba morale: se le protesi biomeccaniche potessero rendere gli uomini e le donne più forti, più veloci e in generale più performanti, fino a che punto sarebbe eticamente corretto utilizzarle? Per saperlo non c’è che da aspettare un paio di decenni.