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Dopo il personal trainer per modellare il fisico e il personal shopper per rifarsi il look, la novità ai tempi di Internet e dei social network si chiama personal digital vip. È un professionista capace di curare l’immagine digitale di politici, vip e top manager. Perché oggi non basta più aprire un profilo su Facebook: ce l’hanno tutti, bisogna distinguersi ed emergere. Non è così semplice però: una buona reputazione online è difficile da creare e ancor più da difendere. E allora meglio lasciar fare ai professionisti dell’immagine online. Gli esperti di “digital pr” sono le figure più richieste dalle aziende e tutte le agenzie di public relations si stanno attrezzando, anche perché è questo il comparto che cresce di più, secondo una recente ricerca Assorel. Ma al personal digital vip nessuno ci aveva ancora pensato. La prima è stata Sara Caminati, 25 anni, romana d’origine e milanese d’adozione, nel mondo della comunicazione web dal 2003. Sara si è inventata una nuova figura professionale che sta dietro a politici e scrittori, personaggi dello spettacolo ma anche aziende e singoli top manager. Insomma, un professionista che lavora per chi vuole farsi (o rifarsi) un’immagine. Lavora nell’ombra per un compenso che va dai 200 ai 1500 euro al mese. Poco o molto, dipende da quanto vale la reputazione del vip. In ogni caso, questo è il budget necessario per assicurarsi la creazione di un blog o di un profilo su tutti i principali social network, compresa la scrittura dei contenuti, l’aggiornamento delle pagine, la realizzazione e pubblicazione di video su YouTube e tutte quelle operazioni di buzz marketing che servono per tener viva una community attorno ad un personaggio o a una azienda. Giorno e notte, 24 ore su 24, festivi compresi. «La differenza rispetto ad una agenzia vecchio stampo», spiega a Business People la Caminati, «è che il personal digital vip non si ferma alla fase di stesura di una strategia di comunicazione. Certo, parte da questa, ma poi si sporca le mani con il lavoro di tutti i giorni, anche fuori dai normali orari d’ufficio. Perché il web non dorme mai». E assieme a Sara, par di capire, dormono poco anche le altre “assistenti” della sua Innovation marketing, l’agenzia che ha aperto con appena cinque clienti qualche anno fa e ora ne conta più di 80, soprattutto politici e aziende.

I manager più popolari di Facebook

«Con la crisi, molti manager sono stati costretti a rifarsi un’immagine anche attraverso la comunicazione via web e a basso costo». E non è solo Facebook: il personal digital vip si occupa di tutto, dai video su YouTube ai cinguettii di Twitter, dal profilo professionale su LinkedIn alle foto di Flickr. Lo scopo è dare sempre e ovunque una immagine coerente con gli obiettivi del manager.
«Creare un’immagine e migliorarla è un obiettivo raggiungibile, ma far cambiare opinione alla gente è ancora più difficile in rete che non nella realtà», ammette Sara. Una volta creati i vari profili social, c’è il manager che preferisce occuparsi personalmente dei suoi contenuti e degli aggiornamenti e chi invece li delega al personal digital vip, che si muove col massimo riserbo ma anche con tutti gli strumenti e i trucchetti che servono per tenere viva una discussione e creare quel brusio necessario a movimentare un forum o un blog personale. Perché se un manager ha pochi followers su Twitter o pochi commenti su Facebook, significa che sta sbagliando qualcosa. E succede spesso. «Quando si parla di digital engagement, i top manager dimostrano di non essere pienamente social», dice Leslie Gaines-Ross, chief reputation strategist di Weber Shandwick ed esperta di on line reputation, commentando i risultati di una ricerca secondo al quale il 64% dei Ceo delle 50 più grandi multinazionali non ha presenza attiva sui social media e non promuove online attività di engagement degli stakeholders. «A parte Wikipedia la visibilità online degli amministratori delegati è piuttosto ridotta», continua Gaines-Ross, «perché meno del 10% usa regolarmente Twitter, Facebook, LinkedIn o ha un suo blog. I motivi? Parecchi: si pensa sia meglio spendere il proprio tempo con i clienti o con lo staff, le reputazioni dei top manager in questo periodo sono generalmente in ribasso, il Roi di queste attività non è ancora stato provato e i legali consigliano prudenza e cautela sul web.
Infine, non piace tutto quello che può far sembrare un Ceo una celebrity». Invece dicono gli esperti di comunicazione, i top manager dovrebbero condividere i valori e le opportunità della rete con i clienti e con gli importanti stakeholder on line, e dato che gli utenti internet nel mondo sono ormai quasi due miliardi, è bene che un Ceo sia presente proprio lì dove la gente guarda, legge, chiacchiera e ascolta.

Come un Ceo diventa “social”
Sei regole per innalzare la social reputation di un amministratore delegato
 
1. Identificare le best practice online e i top manager che comunicano meglio. Poi delimitare il proprio campo d’azione.
2. Iniziare dalle basi: video e foto. Poi raccogliere messaggi e informazioni già esistenti per l’online.
3. Fare prima una prova, per capire a cosa si sta andando incontro prima di andare online. Si può cominciare da un test interno all’azienda, tenendo però ben presente che le comunicazioni interne si diffondono all’esterno.
4. Stabilire in anticipo quanto tempo si può dedicare all’attività digital. Può essere una volta alla settimana, una volta al mese o anche meno.
5. Confezionare un racconto che attiri l’attenzione del pubblico, che riguardi l’azienda e la renda più umana e vicina agli occhi degli altri.
6. Accettare il fatto che diventare social deve essere parte integrante di un programma di gestione della reputazione aziendale. La social reputation personale va gestita con la stessa cura riservata a quella corporate.