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Fino a poche settimane fa il nome di Federico Ghizzoni era sconosciuto praticamente a tutti. Al largo pubblico, sicuramente, ma anche a quello più ristretto che segue con qualche attenzione le vicende dell’economia italiana, gli avvenimenti che si succedono nelle stanze che contano. Nessuno avrebbe scommesso un euro sul fatto che questo dimesso signore un giorno di settembre avrebbe occupato i titoli di prima pagina di tutti i quotidiani nazionali essendo stato chiamato a sedersi sulla poltrona di amministratore delegato di Unicredit, banca in vetta nelle classifiche del settore, testa a testa con IntesaSanpaolo.
L’arrivo di Ghizzoni è stato uno dei cambiamenti di maggior rilievo nel sistema di potere finanziario italiano dopo l’estate. Un cambiamento che non si è ancora completato, nel senso che non è chiaro del tutto quale direzione prenderà la banca milanese di piazza Cordusio con il nuovo corso e che ruolo svolgerà nella partita di ridefinizione dei ruoli nel piccolo (se misurato con metri internazionali) ma complicato mondo dei potenti dell’economia italiana.
Che ci siano grandi manovre in atto è fuori dubbio, è un fatto di cronaca. E il caso Unicredit è solo l’episodio più recente, che dice molto sull’aria che tira. Alessandro Profumo ha guidato quella banca per 15 anni. L’ha trasformata da quello che era, un istituto vecchiotto con un certo peso nel sistema italiano solo per la marginalità e il provincialismo di quest’ultimo, in una protagonista che non sfigura di fianco ai big europei. Lo ha fatto applicando con durezza una ricetta meritocratica, una formula di gestione tutta tesa alla creazione di valore, alla massimizzazione dei risultati economici. È stato, insomma, il più efficace e determinato interprete della maniera anglosassone di affrontare il business. Ha fatto crescere straordinariamente le dimensioni del suo istituto con una serie di fusioni, non solo in Italia. L’operazione di maggior peso è stata realizzata in Germania, con l’acquisizione della Hypovereinskbank, con la quale Unicredit ha assunto un respiro internazionale prima sconosciuto al mondo creditizio italiano. E questo suo modo di agire, per molto tempo ha pagato. Per anni i grafici di capitalizzazione, utili, dividendi della banca sono stati trionfali. Con soddisfazione di tutti, compresi, è ovvio, gli azionisti. Cioè le fondazioni bancarie come Cassa Verona, Cassa Torino, Carimonte, Manodori; ma anche i tedeschi di Muniche Re e di Allianz; il fondo americano Blackrock; il fondo sovrano di Abu Dhabi; i libici della Lybian Investment Authority e della Banca centrale che, insieme, sono arrivate a una quota del 7,6% della banca di Piazza Cordusio.
E proprio i libici sono stati il casus belli, quello che alla fine ha costretto Profumo a gettare la spugna. Gli azionisti da tempo manifestavano insofferenza verso un manager che, forte dei suoi risultati, di fatto non accettava padroni. Ma con la crisi, la recessione, i risultati hanno incominciato a essere magri e incerti. E le fondazioni (i loro pacchetti, insieme, ne fanno tuttora il socio principale) hanno chiesto di contare di più. Volevano (e vogliono) che Unicredit finanzi le aziende in difficoltà nei loro territori, nei bacini elettorali delle loro forze politiche di riferimento (soprattutto la Lega). Quando hanno assistito all’ascesa dei libici hanno temuto di trovarsi di fronte a una scalata, organizzata con l’avallo (o forse qualcosa di più) di Profumo stesso, interessato a spezzettare il potere dell’azionariato in modo da conservare intatto il suo. E l’epilogo è stato quello noto: fuori Profumo. La scelta del successore non è stata immediata; ancora più lenta la nomina della squadra che affiancherà Ghizzoni nei prossimi anni. La vicenda, per come si è sviluppata, ha fatto venire in mente le liturgie seguite per la formazione dei governi nella prima Repubblica. Una sorta di sistema Cencelli, il famoso manuale che i politici usavano per distribuirsi il potere, sembra arrivato anche nei palazzi della finanza. «Ora ci prendiamo le banche», ha proclamato il leader della Lega, Umberto Bossi. Non si sa se ci riuscirà o meno, certo è che la politica sta cercando, e con grande decisione, di rioccupare un posto di rilievo nelle stanze dei bottoni dell’economia. E questa è la partita più importante cui assisterà chi è interessato a seguire le prossime trasformazioni del potere finanziario italiano.
Non è la sola. Ce ne sono molte altre le quali tutte, un po’ più o un po’ meno, si intersecano con questa. Una, in particolare, riguarda Salvatore Ligresti. Il suo gruppo si articola su un paio di finanziarie di famiglia (dove sono presenti i tre figli), che controllano la holding Premafin (quotata in borsa) alla quale a sua volta fa capo la Fonsai, terza compagnia assicurativa italiana alle spalle di Generali e Allianz (la ex Ras, passata da anni in mani tedesche). Ligresti è anche presente con pacchetti significativi in molte società del cosiddetto salotto buono come Mediobanca, Rcs Mediagroup, la Pirelli, lo stesso Unicredit. Ha un problema che si sta facendo ogni giorno più acuto: i debiti, complessivamente stimati attorno ai 2,5 miliardi. È indebitato a tutti i livelli: in alto, nelle casseforti di famiglia, e via via scendendo nella Premafin e nella Fonsai. Suo creditore (fra i principali) è Unicredit che, ancora nella gestione Profumo, gli ha concesso un rifinanziamento di varie posizioni. Questo permetterà all’ingegnere di tirare il fiato, ma non lo farà uscire dai guai: l’aiuto di Unicredit durerà un anno e poi tutto sarà di nuovo da rinegoziare.
Per ridurre l’esposizione Ligresti ha aperto la stagione delle vendite, alcune anche molto discusse perché ha ceduto asset di proprietà familiari alle società controllate e quotate in borsa. Una pratica che va sotto il nome giuridico di rapporto con parti correlate e non è il massimo della trasparenza e della correttezza nei confronti degli azionisti di minoranza (la Consob sta finalmente decidendo di regolarla). Comunque non è bastata: ha dovuto mettere sul mercato alcuni pezzi pregiati come la Torre Velasca, il grattacielo milanese, e la Gestfin, una banca di Lugano che era nel portafogli della Fonsai. Ma neppure questo, in prospettiva, sarà sufficiente.E allora? E allora ecco scattare l’operazione “Salvate il soldato Ligresti”, come ha titolato efficacemente un’inchiesta del Fatto Quotidiano dedicata al caso.

Nella contesa
Unicredit – A Profumo subentra Federico Ghizzoni che deve riscrivere il piano industriale del gruppo
Fonsai - Salvatore Ligresti ha accumulato debiti su debiti e solo l’aiuto di Unicredit e Bolloré gli ha consentito di tirare il fiato per un anno
Mediobanca - Se Bolloré porta alla fusione Fonsai e la francese Groupama quest’ultima diventerà la prima azionista di Piazzetta Cuccia. Ha già il 5% delle azioni a cui si aggiungerebbe il 4% di Ligresti

Non è la prima volta che al sistema finanziario italiano tocca questa incombenza. Colpito duramente da Tangentopoli, a metà degli anni ‘90 il costruttore venne salvato dall’intervento di Mediobanca e riprese a operare e a crescere. Ma oggi, come detto, è ritornato in una situazione finanziaria difficile. E non si sa con certezza chi gli darà una mano. Sulla scena è già arrivato il finanziere bretone Vincent Bolloré, uomo d’affari da tempo presente in Italia. È azionista di Mediobanca (aveva il 5% e proprio nelle settimane scorse ha arrotondato salendo al 6) e di Generali, cioè quanto di meglio offra il salotto buono. Ora ha comprato quote proprio in Premafin e Fonsai. Che cosa significa tutto questo? Bolloré è amichevolmente a fianco di Ligresti? Sente nell’aria che ci sarà battaglia sul gruppo dell’ingegnere e si sta posizionando per approfittarne? È l’avanguardia di una ben più possente armata francese, il gruppo assicurativo Groupama, che vuole conquistare Fonsai?
Non occorrerà aspettare molto per saperlo. Nell’attesa bisognerà indirizzare le antenne verso Trieste, diventata la residenza ufficiale del potere reale italiano, da quando vi si è trasferito, come presidente delle Generali, Cesare Geronzi. Il principale azionista delle Generali, da sempre la grande cassaforte del business italiano, è Mediobanca, con circa il 14%. È chiaro che un cambiamento di assetto nell’istituto di Piazzetta Cuccia avrebbe immediati riflessi sul controllo del leone di Trieste. Dunque se realmente (in maniera amichevole, con un accordo, con una scalata) la Fonsai passasse nelle mani della francese Groupama succederebbe questo: l’equilibrio attuale che regna su Mediobanca sarebbe turbato, e radicalmente. Groupama, infatti, è già socia al 5% dell’istituto milanese; un altro 4% è custodito da Fonsai stessa. Quindi se la compagnia transalpina inglobasse quella di Ligresti, si troverebbe in portafoglio un 9% complessivo di Mediobanca. Ne diventerebbe il primo azionista.
La cosa creerebbe qualche problema anche a livello legale, perché l’antitrust avrebbe forse qualcosa da dire su una compagnia (Groupama) che attraverso una partecipazione bancaria diventa socia di rilievo di una compagnia concorrente (Generali). Ma più che questo (l’Italia non è il Paese che più rigorosamente mette al bando i conflitti di interesse) conta la posizione che prenderà sulla vicenda Geronzi: questo signore, come sa chiunque abbia seguito anche distrattamente le vicende della finanza italiana degli ultimi decenni, oggi è veramente ai vertici del potere reale nazionale. E non gradirà (come non ha mai gradito) la presenza di un azionista come i francesi con la pretesa e la forza di indicargli che cosa deve fare e da che parte deve andare. Quindi è probabile che la bandiera dell’italianità verrà issata anche in questa vicenda del “soldato Ligresti”. Eppure il vero fortino da difendere sta nel Nord Est.
Italianità o non-italianità, sembra invece un tema un po’ démodé in un’altra delle grandi partite che hanno attirato l’interesse degli osservatori finanziari e che adesso sembra passata un po’ in secondo piano: quella di Telecom. La società guidata da Franco Bernabé è un condominio fra gli spagnoli di Telefonica e un drappello di italiani composto da Banca Intesa, Mediobanca e Generali. Per mesi quasi tutta la stampa nazionale ha scritto - senza essere smentita - che Geronzi non era soddisfatto di Bernabé e voleva sostituirlo con un manager a lui più gradito. Questa lotta avrebbe potuto riaprire anche il capitolo dell’assetto azionario; forse gli spagnoli, non proprio soddisfatti dell’attuale situazione, avrebbero potuto approfittarne o per uscirne (facendo cassa) o, all’opposto, conquistare il controllo pieno di Telecom Italia, potendola così integrare con Telefonica per realizzare quelle economie di scala rimaste per ora sulla carta. Ma finora non è successo nulla. Geronzi, da Trieste, sembra soddisfatto della situazione in Telecom. Così come lo sono gli altri soci: Mediobanca e Intesa. Quest’ultima vivrà momenti importanti nei prossimi mesi, sarà sempre più protagonista di grandi partite, si caratterizzerà come unica banca di sistema (termine diventato assai di moda) del paese. L’istituto guidato da Giovanni Bazoli e Corrado Passera, aveva sempre avuto un certo dualismo con Unicredit versione Profumo. Ora che quell’ingombrante manager (soprannominato mister arrogance) non c’è più, in un certo senso la competizione per il primato sarà meno incalzante. E così i due punti di riferimento per tutte le partite già aperte o che si apriranno saranno Bazoli e Geronzi, rispettivamente di 78 e 75 anni. L’Italia, si sa, non è un paese per giovani; la finanza italiana, meno che mai.

Non ho l’età
L’Italia dei giochi di potere ha i capelli bianchi
78 anni Salvatore Ligresti, fondatore di Premafin e Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo
75 anni Cesare Geronzi, presidente di Generali
62 anni Franco Bernabé, ad di Telecom