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Alla Camera, lo scorso giugno, il voto si è concluso con una maggioranza “bulgara”: 388 sì, una sola astensione e zero no. Nessun parlamentare ha voluto, infatti, battersi contro la riforma dell’azione giudiziaria collettiva, meglio nota come class action . Si tratta di un disegno di legge (ddl) bipartisan, il cui testo è stato concordato dai parlamentari del Movimento 5 Stelle e da quelli del Pd, che a Montecitorio non hanno incontrato opposizione neppure dai loro colleghi e avversari del centrodestra. Ora, la riforma della class action è da tempo al vaglio del Senato dove quasi sicuramente, nonostante il facile disco verde ricevuto a Montecitorio, incontrerà molti più ostacoli del previsto. Anzi, c’è chi scommette che la nuova legge cambierà notevolmente i propri connotati, grazie alla potente azione delle imprese e della maggiore associazione di categoria che le rappresenta, cioè la Confindustria presieduta da Giorgio Squinzi.

LA MANINA ANTI-IMPRESE. A Squinzi, la nuova legge sull’azione giudiziaria collettiva non piace proprio e non ne ha mai fatto un mistero. Riferendosi a essa, il numero uno degli industriali ha parlato di una “manina anti-imprese” che si è infilata nel testo del ddl e che è figlia di una cultura tutta italiana, ostile alle aziende e al ruolo che gli imprenditori svolgono nella società. «Baratterei volentieri le norme del Jobs Act con questa riforma che non ci piace», ha detto provocatoriamente Squinzi alle soglie dell’estate, lanciando un po’ di strali contro il mondo politico. In altre parole, il leader degli industriali sarebbe disponibile a rinunciare persino all’ultima legge sul lavoro, che ha mandato in soffitta l’articolo 18 e ha incontrato grande consenso tra gli imprenditori, pur di non vedere entrare in vigore le odiate norme sulla class action.

Ma perché la riforma turba così tanto i sonni del leader di Confindustria? Le ragioni sono tante e tutte legate al meccanismo di funzionamento della nuova azione giudiziaria collettiva, secondo il testo approvato alla Camera. La class action, per chi non lo sapesse, è un procedimento giudiziario grazie al quale un gruppo di cittadini che hanno subito lo stesso tipo di danno (per esempio degli utenti che hanno avuto addebiti ingiustificati sulla bolletta) possono unire le forze in tribunale e attivare un unico processo a carico dei responsabili, per ottenere così un mega-risarcimento tutti assieme.

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TESTO DA RIVEDERE. Negli Usa, procedimenti di questo tipo hanno una lunga tradizione alle spalle mentre in Italia sono stati introdotti soltanto nel 2010, senza incontrare però grande successo. Nell’arco di cinque anni, secondo le statistiche elaborate dall’Osservatorio permanente sull’applicazione delle regole di concorrenza, in tutta la Penisola sono state avviate soltanto 45 azioni di classe, di cui appena tre hanno portato a sentenze di risarcimento. Altre 27 sono ancora al vaglio dei giudici, mentre 16 sono state dichiarate fin da subito inammissibili (si veda la tabella in pagina). A giudicare dai numeri, insomma, la class action all’italiana è stata indubbiamente un flop. Proprio per questa ragione, alcuni parlamentari di diversi partititi hanno pensato di riformarla per darle nuova linfa.

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SQUINZI RITIENE

IL DISEGNO DI LEGGE

OSTILE ALLE AZIENDE

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Innanzitutto, secondo il testo in esame, le regole sull’azione collettiva verranno spostate dal codice del consumo al codice di procedura penale. In questo modo, si avrà un ampliamento dell’utilizzo della class action, che potrà essere promossa non soltanto dai consumatori e dagli utenti (com’è stato finora) ma anche dalle imprese, dagli enti della pubblica amministrazione, dalle associazioni e da qualunque gruppo di persone titolari di diritti omogenei.

Inoltre, scompaiono molti deterrenti che finora hanno scoraggiato l’avvio di diverse azioni di classe. Chi propone una class action che viene poi rigettata, per esempio, non rischierà più di essere citato per lite temeraria, né dovrà sostenere i costi per pubblicizzare la propria iniziativa, tramite un’inserzione a pagamento sui giornali nazionali. Le procedure diventeranno più snelle, insomma, con gran soddisfazione delle associazioni dei consumatori e degli utenti, che da tempo sollecitano tali modifiche.

CORSA AI TRIBUNALI. Ma non sono questi aspetti della legge che preoccupano Squinzi e il mondo delle imprese. A mettere in fibrillazione gli industriali, sono soprattutto alcuni contenuti della riforma che potrebbero vedere le imprese italiane bersagliate da una valanga di contenziosi, quasi tutti dall’esito incerto, con una conseguente crescita esponenziale dei costi per le cause legali. Con la nuova class action ci sarà innanzitutto l’obbligo di liquidare un compenso extra (o premiale, come si dice in gergo tecnico) all’avvocato o al rappresentante comune dei soggetti che hanno promosso l’iniziativa. Il che potrebbe spingere molti professionisti legali italiani ad andare a caccia di mandati e a ingaggiare una sorta di corsa al tribunale, allettati dagli incentivi economici previsti dalla legge.

Inoltre, la riforma della class action include altri due aspetti che non piacciono a Confindustria. Il primo si riferisce alla punibilità degli illeciti extra-contrattuali, cioè a quelli che non riguardano strettamente i contenuti e le caratteristiche di un prodotto messo in vendita o di un servizio prestato. È il caso, per esempio, dei danni che un’azienda ha causato alla salute o alla riservatezza personale dei cittadini. Si tratta, secondo gli industriali, di un insieme di casistiche molto ampie e vaghe, che rischiano appunto di generare una molteplicità di contenziosi.

Il secondo aspetto che allarma il mondo delle imprese coinvolge la modalità di adesione alla nuova azione di classe, che sarà possibile per i soggetti interessati anche dopo una eventuale condanna in primo grado del convenuto (cioè della parte chiamata in causa). Infine, non va dimenticato che alcuni aderenti alla class action potranno decidere di andare avanti a oltranza con il proprio contenzioso in tribunale, anche se la parte chiamata in causa (per esempio un’azienda) giunge a un accordo extragiudiziale con il rappresentante comune della class action. Secondo Confindustria, questo sistema provocherà molta incertezza sull’entità dei risarcimenti che le imprese saranno chiamate a erogare.

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IL MINISTRO BOSCHI

HA DICHIARATO DI VOLER

CAMBIARE LA RIFORMA

IN SENATO

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SPONDA A PALAZZO MADAMA. Ora l’organizzazione degli industriali spera che il Parlamento torni sui propri passi. In politica, Squinzi e la sua associazione hanno già trovato diverse sponde, prima fra tutte quella di Maria Elena Boschi, ministro per i Rapporti col Parlamento che ha già dichiarato di voler cambiare a palazzo Madama la riforma dell’azione di classe: «Il testo uscito dalla Camera non è una proposta del governo», ha detto, «e c’è la necessità di modificare la legge nel passaggio al Senato». Dello stesso parere è anche Giampaolo Galli, deputato del Partito Democratico, che è stato anche capo economista di Confindustria tra il 1995 e il 2003. «Sulla class action c’è stata troppa fretta», ha detto Galli subito dopo la prima approvazione, aggiungendo che non tutto ciò che arriva dagli Stati Uniti, come appunto l’azione di classe, è da considerarsi con favore sempre e comunque, senza avere una visione critica e senza considerare le differenze esistenti nei sistemi giudiziari dei vari Paesi.

Anche Galli, dunque, quasi di sicuro lavorerà per modificare la riforma nel corso dell’iter parlamentare, non senza attirarsi gli strali di molte sigle dei consumatori. Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef, e Rosario Trefiletti, segretario di Federconsumatori, hanno definito la revisione della class action come una «norma di civiltà» e sono pronti a dare battaglia per difenderne i principi. Al momento, però, la bilancia sembra pendere dall’altra parte ed è difficile che la class action 2.0 si trasformi in legge senza modifiche e secondo la prima versione licenziata a Montecitorio.

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