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Tra chi prepara le carte da portare in tribunale, c’è anche Arrigo Cipriani, “mitico” patron dell’Harry’s Bar di Venezia. Pure lui, titolare di uno dei locali più esclusivi e prestigiosi al mondo, ha deciso infatti di approfittare della legge sulle cause collettive e di promuoverne una. La materia del contendere sarà l’acqua alta nella Laguna e Cipriani vuole trascinare sul banco degli accusati alcuni enti pubblici della città, colpevoli a suo dire di non aver vigilato abbastanza contro il dissesto idrogeologico della Serenissima. Ma l’iniziativa di Cipriani non rimarrà certo un caso isolato. Il primo gennaio scorso, infatti, ha debuttato nel nostro ordinamento giuridico un nuovo istituto, importato dagli Stati Uniti, che si propone di fornire nuovi strumenti di difesa ai cittadini e ai consumatori. Si tratta della class action, l’azione giudiziaria collettiva che permette a un gruppo di persone, che hanno subito tutte un medesimo abuso, di unire le forze in tribunale facendosi difendere da un solo avvocato, fornito apposta da un’associazione di categoria o da un’organizzazione dei consumatori. Se un’azienda ha messo in commercio un prodotto difettoso o se una banca ha imposto delle voci di spesa troppo salate e vessatorie, i loro clienti possono dunque promuovere una class action e chiedere un indennizzo collettivo, il cui importo verrà stabilito dal giudice. E così, in tutta Italia, dalle Alpi alla Sicilia, una folta schiera di comitati, associazioni dei consumatori e di semplici gruppi di cittadini sono già passati all’azione.

Guerra alle banche
Nel settore finanziario, per ora, si registra il numero di contenziosi più elevato. L’associazione dei consumatori Codacons, per esempio, sta già raccogliendo le adesioni per una class action contro i due maggiori gruppi bancari italiani: Unicredit e Intesa Sanpaolo. La materia del contendere è rappresentata da alcune voci di spesa molto onerose che, a detta del Codacons, i due istituti hanno imposto ai loro clienti, in sostituzione della vecchia commissione di massimo scoperto, dichiarata fuori legge negli anni scorsi. Un’altra associazione dei consumatori, l’Adsubef, ha deciso invece di portare in tribunale la stessa Unicredit e persino la Banca d’Italia. Il contenzioso riguarderà il sistema di rimborso dei mutui immobiliari oggi utilizzato nel nostro Paese, che viene definito dagli addetti ai lavori “ammortamento alla francese” e che, secondo l’Adusbef, impone ai debitori il pagamento di una quota di interessi passivi troppo elevata. Ma le azioni giudiziarie collettive iniziano a moltiplicarsi anche al di fuori del campo strettamente finanziario, per questioni che alcuni esperti giudicano un po’ di “lana caprina”.
Il Codacons, per esempio, vuole citare in giudizio il ministero dell’Istruzione contro le “classi pollaio”, le aule scolastiche con più di 25 alunni in cui, a causa del sovraffollamento, la sicurezza pubblica e la qualità della didattica sono irrimediabilmente compromesse. Sempre il Codacons, sta avviando una class action ai danni del ministero della Salute, del ministero dell’Economia e del direttore generale della sanità, Fabrizio Oleari, per aver autorizzato la vendita dei vaccini contro l’Influenza H1N1, giudicati uno spreco di risorse pubbliche. C’è poi l’iniziativa dell’Aduc contro il colosso Microsoft per aver imposto, a pagamento, l’ installazione del sistema operativo Windows Vista su gran parte dei computer oggi in commercio. Senza dimenticare, poi, altre class action (per ora soltanto annunciate) come quella contro una miriade di aziende municipalizzate per le tariffe di depurazione delle acque, o quelle contro alcune case editrici di libri scolastici, ritenuti troppo costosi dai consumatori.

A chi rivolgersi per attaccare...
Ma le denunce spuntano ogni giorno come funghi e c’è il rischio che i tribunali italiani diventino in futuro ancor più affollati di quanto non siano già oggi. Aldilà della fondatezza dei contenziosi, comunque, i consumatori che fossero interessati a partecipare a un’azione giudiziaria collettiva possono trovare una guida utile su Internet, dove è disponibile un registro nazionale delle class action (consultabile all’indirizzo www.registroclassaction.it). Per ogni materia del contendere, vengono specificati i nomi delle associazioni che hanno promosso le iniziative e che, di solito, si appoggiano a una nutrita schiera di avvocati, attivi su tutto il territorio nazionale e specializzati nella tutela degli investimenti, del risparmio e nella difesa dei diritti dei cittadini contro le aziende o contro la pubblica amministrazione. Tra i professionisti più noti, c’è Antonio Tanza di Lecce, legale dell’Adusbef che ha già riportato parecchie vittorie in passato, attraverso alcune cause civili contro le banche, legate alle note vicende del risparmio tradito: dai bond argentini al crack Parmalat, dalle obbligazioni di Cirio a quelle di Giacomelli, trasformatesi tutte in carta straccia. Il Codacons, invece, oltre a far leva sull’operato del presidente Carlo Rienzi, avvocato civilista in Roma, si avvale dell’assistenza di un altro legale ed esponente di spicco dell’associazione, il vicepresidente Gianluca D’Ascenzio. Questi professionisti, molto esperti nelle questioni di loro competenza, troveranno però nei tribunali dei colleghi capaci di dar loro del filo da torcere. Già, perché nel frattempo il mondo delle imprese, popolato da organismi che non hanno mai nascosto la loro contrarietà all’introduzione della class action (temendo il moltiplicarsi di contenziosi ingiustificati), non è certo rimasto alla finestra.

... e da chi andare per difendersi
Le aziende, almeno quelle più grandi, sono infatti pronte a ingaggiare per difendersi i più blasonati “principi del foro”, cioè gli avvocati delle maggiori law firm specializzate in cause civili e societarie. Si tratta in primis dello studio Nctm, che opera sul territorio nazionale con oltre 300 professionisti, di cui 43 soci, in cinque sedi diverse (due all’estero, a Londra e Bruxelles, e tre in Italia a Milano, Roma e Verona). Molto attivi sulla class action saranno sicuramente anche gli avvocati dello studio Gianni, Origoni, Grippo & Partners, che ha più o meno lo stesso organico di Nctm: circa 300 professionisti, suddivisi però in otto uffici differenti, dentro e fuori i confini nazionali (a Roma, Milano, Bologna, Padova, Torino, Bruxelles, Londra e New York). Proprio in attesa dell’arrivo della class action, lo scorso anno questa law firm, assai nota, ha creato al proprio interno una divisione ad hoc, con un team di circa otto persone specializzate nelle cause giudiziarie collettive. Sta scaldando i motori per affrontare i primi contenziosi pure lo studio Bonelli Erede Pappalardo (Bep), una delle realtà legali più importanti in Italia con centinaia di avvocati (attivi tra Milano, Roma, Genova, Bruxelles e Londra). Senza dimenticare, poi, lo studio Carnelutti, che vanta una storia ultracentenaria e ha sede a Milano, mentre nella Capitale opera in affiliazione con un’altra law firm di prestigio: Carabba&Partners. Saranno sicuramente della partita, nell’accaparrarsi i clienti più importanti, anche i network legali di origine estera. Primo fra tutti Dla Piper, che opera in ben 29 nazioni con un organico di 3.500 professionisti. In Italia, dove è presente con due uffici (uno a Milano e uno a Roma) Dla Piper è guidato da Federico Sutti, avvocato milanese con alle spalle un’esperienza ultraventennale. Tra i gruppi di origine estera, infine, sarà sicuramente attivo anche Clifford Chance, che nel nostro pese annovera ben 87 avvocati, suddivisi tra le piazze di Roma e Milano. Di sicuro le law firm internazionali, in particolare quelle di tradizione anglosassone, potranno contare sull’esperienza in materia di class action maturata negli Stati Uniti.
Tuttavia, è bene ricordarlo, l’azione giudiziaria collettiva all’italiana (introdotta con l’articolo 140bis del Codice del Consumo) presenta molte peculiarità e differenze rispetto all’analogo istituto in vigore Oltreoceano. Innanzitutto, non sarà retroattiva, ma verrà applicata per fatti avvenuti dopo l’estate del 2009 (saranno dunque esclusi gli episodi del risparmio tradito come gli scandali di Cirio e Parmalat). Inoltre, l’adesione alla class action non sarà l’unica strada da battere per i soggetti danneggiati che vogliono trascinare in tribunale un’azienda o una pubblica amministrazione. I cittadini e i consumatori potranno infatti scegliere in alternativa di intentare una causa civile individualmente, e in maniera autonoma, senza appoggiarsi ad alcuna associazione di categoria. Il che, naturalmente, espone a due rischi diversi. Da una parte, le imprese potrebbero subire una moltiplicazione dei contenziosi. Dall’altra, non è escluso invece che la stessa class action finisca per avere le “ali tarpate” e non raccogliere un numero sufficiente di adesioni per dar vita a una battaglia vincente in tribunale. Molti consumatori, infatti, per ignoranza o diffidenza, potrebbero rivolgersi preferibilmente al proprio legale di fiducia. Come hanno fatto finora.