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C’è chi chiude gli occhi quattro ore a notte e chi ne dorme otto, più il pisolino dopo pranzo. Chi dei due, l’insonne o il dormiglione, sarà più efficiente al lavoro? Sorpresa: entrambi. A patto che sappiano convivere serenamente con le loro differenti abitudini. Quando si parla di sonno, infatti, tutto diventa molto soggettivo. Alessandro Magno vinceva le sue battaglie ma dormiva pochissimo, tre o quattro ore e non di più, mentre Winston Churchill era capace di interrompere le riunioni più importanti per fare una pennichella rigenerante. Due grandi uomini, due abitudini opposte. Eppure per molti il sonno è davvero un problema. Sono 12 milioni gli italiani che soffrono di disturbi notturni, di cui 5 milioni, il 42%, di insonnia lieve, gli altri sette di insonnia cronica, apnea o altri seri disturbi respiratori. Per loro, il letto è un vero incubo. E le cose non vanno meglio il giorno dopo: l’insonne è spesso irritato, teso o addirittura depresso, ha difficoltà di memoria e concentrazione. Senza contare i costi sociali – chi dorme male si ammala più spesso e pesa sul bilancio della sanità – e i costi aziendali. Chi soffre d’insonnia, infatti, è mediamente dieci volte più assenteista al lavoro di chi riposa bene e, quando è in ufficio, è meno efficiente.

Riposo in azienda

Sarà per questo che le aziende han cominciato a chiedere aiuto ai consulenti del sonno per insegnare ai propri dipendenti come riposare meglio e rendere di più. I primi, come spesso accade, sono stati gli americani: Google e Procter&Gamble, per esempio, hanno arruolato il dottor Guy Meadows, guru del buon riposo e ricercatore presso alcune prestigiose “sleep clinic”, per tenere lezioni su come migliorare la qualità del sonno, combattere i casi più gravi, imparare a riposare bene e lavorare meglio. Anche Rebecca Robbins, autrice di Sleep for success – come dire: chi dorme molto piglia più pesci – è un’altra famosa Sleep Consultant sempre più richiesta dalle aziende Usa. In Italia, invece, i corsi di formazione per manager insonni devono ancora arrivare e chissà che il consulente della buonanotte non diventi presto una nuova figura professionale, ma il problema esiste da sempre.

Dicevamo dei 12 milioni di italiani che riposano male, ma in generale, secondo alcuni studi, la maggior parte di chi lavora ritiene di non riposare abbastanza a causa dei troppi pensieri che dall’ufficio ci si porta a casa e, spesso, in camera da letto.
«Chiariamo subito una cosa, dormire bene o male non è solo questione di ore ma una percezione soggettiva del proprio sonno», spiega lo psicologo e psicoterapeuta milanese Germano Manco, 40 anni di esperienza anche nel campo della psicologia del lavoro e delle organizzazioni. «Per questo c’è chi dorme quattro ore e sta benissimo e chi invece lo vive come un disturbo da curare. Farei anche una distinzione fra insonnia occasionale, come può capitare a tutti in certi periodi della vita e di cui non bisogna preoccuparsi, e insonnia cronica, più seria». I motivi? «Tanti: stress, lutti e separazioni», continua Manco, «oppure, in ufficio, la perdita di status o addirittura del posto, così come, sul versante opposto, l’attesa angosciosa per una possibile promozione sono tutte possibili cause di insonnia. È come se il nostro inconscio temesse, addormentandosi, di perdere il controllo della situazione: così resta vigile come una sentinella».

Per fortuna oggi la scienza e la psicologia hanno fatto passi da giganti e l’insonnia si combatte in maniera più efficace di una volta. «Per anni si è fatto ricorso ai barbiturici», continua lo psicologo, «ma avevano effetti collaterali molto fastidiosi, come per esempio una sensazione di debolezza. Oggi invece si usano gli ansiolitici che riescono a controllare meglio il sonno. Ma oltre alle pillole c’è di più: per curare i disturbi del sonno ci sono psicologi specializzati oppure si può ricorrere ad altre tecniche di rilassamento, tra le quali il training autogeno. Anche se, il più delle volte», rassicura Manco, «è sufficiente qualche buona e sana regola da seguire ogni giorno e il problema sparisce».

I numeri del sonno

Basta davvero così poco? Abbiamo chiesto a imprenditori e manager cosa ne pensano e la maggior parte ce lo conferma: l’importante è essere felici per quel che si dorme, poco o molto. «Prima ero un dormiglione, poi ho attraversato un periodo difficile e ho scoperto che mi bastavano cinque ore di sonno. Vado a letto tardi la sera per riuscire a fare più cose», conferma Massimo Canovi, Vice President Southern Europe di MoneyGram, «e mi sveglio presto al mattino, ma sono felice». Dello stesso parere Marco Realfonzo, amministratore delegato di Triboo Digitale. «Dormire otto ore a notte è un miraggio per me. Vendiamo e spediamo in tutto il mondo dialogando con controparti che si trovano in diversi fusi orari, i nostri negozi sono sempre aperti e così essere always on diventa una condizione esistenziale, un’impresa staccare la spina quando il sole tramonta, ma non mi preoccupo e lo considero un happy problem». Insomma, la via per il successo e la produttività bene o male passa anche per il letto. E allora, buonanotte a tutti. PARERI A CONFRONTO