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Lo scorso 5 settembre il presidente federale Giancarlo Abete, il presidente Aic Damiano Tommasi e il numero uno della Lega serie A, Maurizio Beretta, hanno sottoscritto il nuovo accordo collettivo dei calciatori valido fino al prossimo giugno 2012. Un contratto siglato dopo enormi polemiche e l’annullamento della prima giornata di calendario. Una scelta, questa, guidata dalla volontà dei presidenti dei club, che, in questi ultimi anni, hanno iniziato a rapportarsi con i propri tesserati più come liberi professionisti che come dipendenti. I tempi stanno cambiando e gli addetti ai lavori si interrogano sullo sviluppo del settore e su come l’atleta-calciatore debba nel futuro relazionarsi con l’azienda di cui è tesserato. Business People ha intervistato l’avvocato giuslavorista Francesco Rotondi socio fondatore dello studio legale LabLaw che, con il procuratore Claudio Vigorelli, segue alcuni calciatori (in particolare dell’Inter), per disegnare lo scenario futuro del pianeta calcio. Francesco Rotondi, tra l’altro, è stato uno dei protagonisti legali della straordinaria operazione da 20 milioni di euro (la più alta della storia) con la quale è stato chiuso il trasferimento di Samuel Eto’o dall’Inter F.C. al club russo Futbol’nyj Klub Anži.

Come giudica il “braccio di ferro” tra Lega calcio e AIC per il rinnovo del CCNL dei calciatori? C’era bisogno di arrivare a uno sciopero?
Credo che si potesse evitare di arrivare a tanto facendo dei ragionamenti meno politico-sociali e più legati al reale contenuto della norma in contraddizione. I diritti non devono essere misurati o ridotti a seconda di quello che si guadagna. Un diritto è un diritto a prescindere. Esiste una legislazione, una fattispecie giuridica. Come tutti gli altri lavoratori il calciatore deve godere dei diritti e deve offrire le prestazioni alle quali si vincola e si obbliga. Un altro giudizio va sicuramente riservato alle altre parti di questa vicenda, ovvero l’Associazione dei calciatori e la Lega calcio. Lo sciopero di per sé non è una vittoria o una sconfitta individuale, ma di tutto il sistema; è chiaro che sarebbe stato meglio evitarlo se non altro per un discorso legato agli interessi in gioco. I calciatori hanno avuto una reazione forte da parte della Lega calcio, così come i presidenti delle società di calcio hanno tenuto un atteggiamento meno conciliante rispetto agli anni precedenti. A fronte, forse, di una situazione generale del nostro calcio un po’ più complessa rispetto agli altri Stati.

Ci sono degli aspetti che potrebbero portare in un futuro, neppure tanto prossimo, a un nuovo sciopero dei calciatori?
Certamente sì, perché non è stato sottoscritto un accordo nuovo, ma è stata sottoscritta una clausola cosiddetta “bridge” (ponte), che ci conduce all’anno prossimo per la sottoscrizione di un nuovo contratto collettivo. Quindi la possibilità che ci si trovi ancora innanzi a una vicenda di questo genere esiste, ma credo che adesso si abbiano tutti gli strumenti per poterlo evitare, ma soprattutto vi è la possibilità di sottoscrivere un contratto di egual interesse da entrambe le parti.

Che idea si è fatto della politica portata avanti dal presidente Aurelio De Laurentiis con il suo Napoli, dove tutti i tesserati cedono il 100% dei diritti di immagine al club? È un’anomalia o il futuro del prossimo scenario calcistico?
Non so se è un’anomalia, ma certamente non è l’unico caso. È una modalità che cerca di ovviare a un tema assolutamente delicato del nostro calcio: l’idea che i club non abbiano una capacità economica tale da potersi confrontare con i più agguerriti competitor europei. È evidente che tali imposizioni, ma questo lo dice il mercato, tengono fino a quando non si ha dall’altra parte un interlocutore che potrebbe essere in quel momento quasi più forte del club dal punto di vista delle trattative. Ricordiamoci sempre che i contratti vengono sottoscritti da tutte e due le parti, quindi ci deve essere da una parte un club che cerca di ottenere questo risultato e dall’altra un giocatore più disposto a cedere quello che può essere un introito importante della sua carriera.

Si parla di calciatori-dipendenti e mai, invece, di calciatori-liberi professionisti. Perché non si può ancora arrivare a un rapporto di lavoro tra presidenti e atleti regolato attraverso la formula della consulenza, in controtendenza rispetto alla formula attuale?
È un tema interessante e molto delicato. Il rapporto di lavoro dello sportivo difficilmente può sfuggire al concetto di rapporto subordinato in quanto tale, perché il sinallagma viene effettivamente rispettato: vi è un prestatore di lavoro – il calciatore – che mette a disposizione del datore di lavoro – in questo caso il club – le sue energie psicofisiche, che vengono utilizzate e organizzate dal datore di lavoro. Il problema è quello di pensare di poter assimilare integralmente questo rapporto ad un rapporto di lavoro ordinario e quindi arrivare a temi di conflitto culturale come quelli di cui abbiamo parlato fino ad adesso, cioè l’idea dello sciopero. Non avrebbe dovuto scandalizzare nessuno l’idea che un lavoratore subordinato possa scioperare. Molto probabilmente nel sentimento comune c’è l’idea che il calciatore non sia un lavoratore subordinato, ma questo perché il calcio è ritenuto un gioco. L’idea di pensare al rapporto come liberi professionisti non è giusta perché non lo sono in realtà, ma bisognerebbe piuttosto ragionare su un sistema normativo completamente diverso da quello oggigiorno conosciuto che possa consentirne poi l’utilizzo sia da parte dei calciatori che da parte dei club.

Avete seguito come studio il trasferimento di Samuel Eto’o all’Anži. Quali sono stati, sotto il profilo legale/contrattuale, i punti di forza (in qualità di studio legale coinvolto nella trattativa) che hanno portato alla chiusura dell’accordo tra il giocatore camerunense e il club del Daghestan?
La filosofia della relazione che intercorre tra la Lawsport (sociètà di intermediazione di management sportiva guidata dall’agente Fifa Claudio Vigorelli) e uno studio legale come il nostro, è proprio quella di portare in questo ambiente, che in Italia ha molti margini di crescita, professionalità nell’approccio, immediata reattività, capacità di saper dialogare su più tavoli e di erogare un servizio su più fronti portando a concludere più rapidamente certe trattative.

Sempre sul tema dei diritti di immagine non crede che tra club e atleti spesso ci siano ormai interessi economici contrastanti? Il caso della pubblicità di Totti con Vodafone, rivale diretta di Wind (sponsor di maglia dell’A.s. Roma) è il caso più emblematico. Di nuovo una situazione che è più vicina ad una figura di calciatore-libero professionista...
Come dicevamo, i calciatori che giocano attualmente non hanno le caratteristiche che vengono attribuite, per prassi, al cosiddetto “libero professionista”. La vicenda del capitano della Roma è molto interessante, ma non possiamo parlare di concorrenza posta in essere da Totti attraverso la pubblicità con Vodafone, perché la concorrenza va rivolta al proprio datore di lavoro (in questo caso la A.s. Roma). Sarebbe “concorrente” se Totti facesse pubblicità per la Lazio, ma il fatto che il club di Trigoria abbia scelto determinati partner e sponsor anche dal punto di vista giuridico non impedisce che il lavoratore dipendente (in questo caso della Roma) possa optare per delle scelte commerciali non in linea con quelle del suo datore di lavoro.