Barack Obama © GettyImages

Nel giugno del 2008, appena ottenuta la nomination del partito democratico alle presidenziali, primo afro-americano della storia a raggiungere quell’obiettivo dalle evidenti valenze storiche, l’aitante Barack Obama è salito sul palco e ha detto alla folla adorante e osannante raccolta attorno a lui: «Un giorno potremo guardarci indietro e dire ai nostri figli che questo è stato il momento in cui abbiamo incominciato a dare assistenza agli ammalati e posti di lavoro dignitosi ai disoccupati. Il momento in cui l’innalzamento degli oceani ha cominciato a rallentare e il pianeta ha cominciato a guarire, il momento in cui abbiamo messo fine a una guerra, reso sicuro il nostro paese e restaurato la nostra immagine come l’ultima e migliore speranza della terra». Sono passati due anni e mezzo da quella festa trionfale. Obama ha vinto nettamente la sua corsa alla Casa Bianca e si è trovato alla guida di una nazione sotto choc, colpita (come tutto il resto del mondo) dalla più terribile crisi economica dopo il 1929. Nell’autunno scorso ha affrontato le cosiddette elezioni di mid term che sono state per lui una Caporetto: ha perso il controllo della Camera dei rappresentanti e conservato una maggioranza di misura al Senato. Non basta. I sondaggi continuano a segnare un calo del suo gradimento: nella storia americana, a metà mandato soltanto Bill Clinton aveva fatto peggio di lui.
Insomma, la situazione non è incoraggiante, la seconda metà della presidenza si annuncia difficile e irta di ostacoli, soprattutto con il nuovo Congresso insediatosi il 5 gennaio scorso e guidato dal grintoso speaker repubblicano John Boehner deciso a rendergli la vita difficile ogni giorno. Anche i mass media che gli sono stati finora vicini stanno prendendo prudenziali distanze. Peter Baker, uno dei più autorevoli editorialisti del New York Times , ha scritto di lui sul Magazine del primo quotidiano Usa: «Il presidente che ha imposto al Congresso l’agenda forse più ambiziosa dell’ultima generazione è disprezzato dalla destra, rimproverato dalla sinistra e abbandonato dal centro». Delle grandi promesse fatte durante la campagna elettorale, pochi sono stati i risultati concretamente portati a casa: «Era un libro dei sogni quello che Obama ha raccontato agli elettori durante la campagna per le presidenziali» gli rinfacciano gli avversari più critici. Mario Cuomo, l’ex governatore dello Stato di New York, che invece cerca di difenderlo dice: «Le campagne elettorali sono poesia, i governi prosa. Ma prosa e poesia vanno a braccetto. Guardando indietro non credo si possa dire che Obama non ha mantenuto le promesse, anche se su tanti fronti c’è ancora molto da fare». Chi ha ragione: denigratori o supporter?
Al suo attivo il presidente Usa mette sicuramente la riforma sanitaria che per la prima volta nella storia della nazione estende le cure mediche a tutta la popolazione. Ci avevano provato in tanti prima di lui. Durante gli otto anni dei Clinton alla Casa Bianca, la first lady Hillary ne aveva fatto un una questione di principio, un punto d’onore dell’amministrazione. Ma non c’era riuscita. Le potenti lobbies della sanità e delle assicurazioni avevano saputo bloccare qualsiasi progetto in materia, approfittando dell’orientamento dell’opinione pubblica, in prevalenza contraria. Piaccia o non piaccia, nel Dna dell’America è scritto che ciascuno deve saper provvedere a se stesso. Lo stato sociale, il welfare, il governo che si occupa dei suoi cittadini dalla culla alla tomba, idee che hanno dominato il vivere europeo per decenni (ma ora, per necessità, andate in soffitta) non hanno mai avuto molta fortuna oltre Atlantico.
Obama invece ce l’ha fatta, il suo progetto è diventato una legge, come aveva promesso in campagna elettorale. C’è un però, un immenso però. Ora il Congresso, come si è detto, è in mano ai repubblicani che devono tener conto delle istanze dei Tea Party, i più conservatori fra loro e veri protagonisti della vittoria nelle elezioni di mid term. E che avanzano istanze da old America. C’è aria di burrasca. Alcuni osservatori politici sono arrivati a ipotizzare che la Camera dei rappresentanti possa addirittura tentare un’abrogazione della legge. Questo quasi certamente non succederà: il presidente può sempre contare su una maggioranza, anche se di misura, al Senato e poi, soprattutto, può fidare sul suo potere di veto da usare in casi estremi. Ma il Congresso potrebbe mettere i bastoni fra le ruote alla riforma sanitaria di Obama, boicottarla, farla saltare negandole gli indispensabili finanziamenti. Sarà un braccio di ferro lungo, estenuante. E alla fine il presidente potrebbe essere costretto ad accettare dei compromessi, anche pesanti, tali da svuotare di contenuti la sua legge.
Un altro fronte sul quale i sostenitori cantano vittoria è quello dell’economia. Ma su questo punto sono davvero voci flebili e ogni giorno più rare. È vero che il pil ha ripreso a crescere a ritmi assai più sostenuti che in Europa (2,8% nel 2010, 2,6 previsto per il 2011) ma anche qui, come nel vecchio continente, si tratta di una ripresa insufficiente a creare posti di lavoro, a colmare quella voragine di disoccupazione creata dalla grande crisi iniziata nel 2008. È vero che gli ultimi dati statistici (novembre 2010) parlano di un miglioramento: sono stati creati in quel mese 103 mila nuovi posti di lavoro che fanno scendere il tasso di disoccupazione al 9,4%, il miglior risultato degli ultimi 19 mesi. Però non basta: per un Paese che ha sempre un tasso di natalità fortemente positivo (a differenza dell’Europa e in particolare dell’Italia), la macchina economica deve viaggiare a un ritmo più sostenuto per creare occasioni di impiego per le nuove generazioni.

L’AMERICA RINASCE?
2,8% crescita del pil Usa nel 2010 103.000 i nuovi posti di lavoro
2,6% dato previsionale per il 2011 9,4%il tasso attuale di disoccupazione nella federazione

I giovani americani sono stati allevati con la certezza che l’America non li lascerà a spasso, ma darà un lavoro a tutti quelli che hanno voglia di fare. È sempre stato così. E se smetterà di esserlo sarà qualcosa di più grave di una crisi, sarà la fine di un modello, di un insieme di valori, l’annullamento di quella “migliore speranza della terra” di cui parlava Obama appena ottenuta la candidatura democratica alla Casa Bianca. Il presidente dovrà fare qualcosa di decisivo nei prossimi due anni soprattutto in questo campo se vorrà essere rieletto nel 2012.
Per la verità delle misure in campo economico le ha prese. Appena arrivato alla presidenza ha dovuto affrontare un’operazione di salvataggio biblica. Tutto rischiava di fallire: dopo la caduta ingloriosa della banca d’affari Lehman Brothers, altre grandi istituzioni finanziarie erano sull’orlo del baratro, banche, assicurazioni, agenzie di mutui parapubbliche. Il governo ha dovuto intervenire per mantenerle in vita; e lo stesso ha dovuto fare con molte grandi industrie, a partire dal settore dell’auto che sarebbe sparito senza l’intervento federale. Oggi il peggio è alle spalle. Molti fra quelli che avevano ricevuto generosi aiuti statali in miliardi di dollari, li stanno restituendo; altri promettono che lo faranno in un futuro molto prossimo. Dunque i vari paracadute lanciati da Obama (anche se hanno portato a una presenza abnorme per gli Usa dello Stato dell’economia) sono però serviti a evitare un tracollo generale, una nuova Grande Depressione.
Ma il difetto degli interventi di Obama è stato soprattutto questo: si è rivelato eccessivamente amichevole nei confronti di Wall Street. Come ha detto Giulio Tremonti, all’inizio di gennaio, ha tenuto artificialmente in piedi quelle stesse società, quegli stessi personaggi che con il loro comportamento, la loro cupidigia hanno provocato la crisi che dalla finanza si è trasferita all’economia, prima in America e poi nel resto del mondo. Ribaltando un vecchio modo di dire, Obama ha salvato il bambino (l’economia) assieme all’acqua sporca (gli speculatori). Il presidente ha drenato una quantità enorme di risorse pubbliche per puntellare tutto quanto era pericolante e ha finito per dare una mano agli squali di Wall Street tornati in gran forma, come prima della crisi. «Assistiamo al ritorno dei bankers», ha detto il ministro italiano dell’Economia, «di nuovo arroganti nello sfarzo delle loro feste». Avidi come nelle loro abitudini, si sono assegnati di nuovo emolumenti e premi da nababbi e sono pronti, con la loro spregiudicatezza, a provocare un altro terremoto come quello del settembre 2008. «Come nei videogiochi», sono ancora parole di Tremonti, «appena si sconfigge un mostro ne compare un altro, ancora peggiore di quello di prima».
Le misure adottate dall’amministrazione hanno anche avuto un costo altissimo: il debito pubblico è esploso. Il ministro del Tesoro, Tim Geithner, all’inizio di gennaio ha parlato per la prima volta di un rischio di default del debito pubblico americano se il Congresso non autorizzerà l’aumento del tetto dell’indebitamento federale. Ma il Congresso sembra intenzionato a muoversi in direzione opposta: i repubblicani vogliono un drastico taglio del passivo statale e pretendono che si raggiunga il risultato non aumentando le tasse (che caso mai vanno ridotte), ma tagliando le spese. E questo sarà un campo di battaglia per Obama e i suoi. Così come sta avvenendo per una delle ultime decisioni prese in campo finanziario dal governo, il cosiddetto quantitative easing, cioè la possibilità per la banca centrale di sottoscrivere i bond governativi: un modo come un altro per risolvere sempre lo stesso problema debito, ma che significa creare base monetaria e ha un potenziale inflazionistico inquietante. Anche su questo puntola visione dei repubblicani è diversa.
Ovviamente un altro terreno molto accidentato sarà quello della politica estera. La guerra in Iraq è ufficialmente finita per l’amministrazione democratica: è stato, per così dire, deciso di privatizzarla, i contractors sostituiranno via via le forze regolari e si vedrà se funziona. In Afghanistan, soprattutto grazie agli aerei droni che non danno tregua al terrorismo, si parla di disimpegno: poi, quando ci sarà davvero lo sganciamento, si vedrà se quell’intervento è stato un successo strategico o un tragico errore, del quale comunque nessuno potrà mai accusare Obama. Che invece è criticato per la sua politica ondivaga in Medio Oriente e per la sua scarsa attenzione verso gli alleati europei.
Ma il vero nodo dei prossimi anni sarà il rapporto con la Cina: qui è in gioco il ruolo storico degli Stati Uniti, il primato che esercitano su scala planetaria da decenni e in modo particolare da quando è caduto nel 1989 il muro di Berlino trascinando nella sua rovina l’antagonista, l’impero sovietico. Pechino sta sopravanzando Washington in moltissimi settori e cresce a ritmi del 10% all’anno. Accumula attivi nei suoi scambi con l’estero di miliardi di dollari e li investe ovunque. Anche nei debiti pubblici dei paesi occidentali. Poche settimane fa è stato annunciato che il governo cinese sottoscriverà titoli di stato spagnoli per 6 miliardi di euro. Una cifra notevole, che ha fatto notizia. In realtà è un’inezia: lo stock del debito pubblico europeo in mano alla Cina è di 820 miliardi di dollari. Quello americano di 910. Difficilmente Obama potrà reggere sul piano politico un rapporto da pari a pari con un concorrente che ha le chiavi della sua cassaforte. Sarà sotto la presidenza del primo afro-americano che l’America cederà la leadership mondiale alla Cina?