Arti marziali: dall'Oriente con furore

Bruce Lee (qui in L’ultimo combattimento di Chen ) è stato uno dei maggiori promotori delle discipline marziali in Occidente

Due occhi verdi stretti a fessura, concentrati a guardare qualcosa (la vittoria) che, solo da lì a poco, sarà visibile anche al resto del mondo. Il passo deciso, la schiena dritta, lo sguardo di chi è determinato a fare, con onestà, la differenza. Quell’attimo di silenzio assoluto, che precede lo sforzo del confronto fisico. È probabilmente questa una delle immagini più emozionanti che l’Olimpiade di Rio 2016 ci ha regalato: l’entrata sul tatami del giovane judoka Fabio Basile, pronto a giocarsi il tutto e per tutto in una finale che, forse, nemmeno i suoi maestri si aspettavano davvero. Proprio il suo oro (e il suo sguardo…) è tra gli esempi più eloquenti di cosa siano le arti marziali. Dietro alla vittoria di Basile c’è, infatti, la storia di un’ex testa calda che, come succede a molti che si avvicinano alle arti marziali, ha poi scoperto il valore della disciplina, della concentrazione e del sacrificio: tre regole di vita che Basile ha portato con sé, fino a Rio, sul tatami. «È stato un periodo allucinante. Lo sapete che solo un anno fa non ero neanche nel ranking mondiale? Mi stavo bruciando. Ma sono riuscito a trasformare la sofferenza e il dolore in armi da usare sul tappeto contro i miei avversari», ha spiegato a caldo, subito dopo la vittoria, lo stesso judoka. «Per vincere servono la testa e il cuore». Di storie così, probabilmente, ne ascolteremo ancora molte altre nella prossima Olimpiade: il Comitato Internazionale Olimpico ha deciso di allargare la rosa delle discipline ammesse a Tokyo 2020, aggiungendo per la prima volta anche il karate. Si tratta di una decisione storica: la federazione Fijlkam attendeva questa inclusione da oltre 40 anni, senza successo. Le arti marziali dunque guadagnano finalmente visibilità e apprezzamento e, come è accaduto anche ad altre discipline come la scherma e il rugby, promettono in futuro di conquistare sempre più consensi tra giovani e adulti.

CAMBIAMENTO PERPETUO
Chiunque però desideri avvicinarsi alla materia in modo serio, al di là del folclore cinetelevisivo dei vari Karate Kid e Dalla Cina con furore , si armi di pazienza: orientarsi tra queste discipline è tutt’altro che semplice. Persino ricostruirne la storia è un’impresa complessa. In primo luogo non è possibile individuarne l’anno zero, non foss’altro per il fatto che il combattimento viene praticato dalla notte dei tempi. Ugualmente non si è in grado di determinare quale sia lo stile originale, da cui discendono tutti gli altri: le fonti in materia sono contrastanti. Non bisogna poi dimenticare che le arti marziali sono una materia viva, fondata sul cambiamento e l’evoluzione. Ogni maestro apporta novità stilistiche, che rispecchiano la propria epoca nonché la terra di provenienza. Persino i nomi delle tecniche mutano con l’andare degli anni. A tal proposito il maestro Gichin Funakoshi, punto di riferimento del karate, spiega: «Non ci sono e non ci sono mai state regole rigide riguardanti i vari kata, e non deve sorprendere che essi cambino non solo con i tempi, ma anche da istruttore a istruttore. Io lavoro senza l’errata convinzione che i nomi che ho scelto siano immutabili ed eterni: non ho nessun dubbio che in futuro muteranno di nuovo, anzi in verità è come dovrebbe essere. I tempi cambiano, il mondo cambia e ovviamente anche le arti marziali devono cambiare». Il concetto di “discipline tradizionali” è dunque un’invenzione posticcia, figlia della nostra società, che probabilmente mal digerisce i cambiamenti: in realtà nelle arti marziali non esiste una tradizione di riferimento perché, fin dall’inizio, ci si è orientati verso la continua evoluzione. Questa peculiarità delle discipline marziali è tra l’altro una delle ragioni per le quali il Cio fatica a includere gli stili orientali tra gli sport dei Giochi: è difficile arrivare a un comune quadro tecnico di regole. Va da sé che anche il dibattito, sempre acceso nei dojo (palestre), sulla presunta supremazia del karate sul judo o sul ju jitsu (gli elementi possono essere invertiti a piacere) risulti, in ultima istanza, sterile. La complessità delle arti marziali non è però solo storico-teorica, ma in prima battuta pratica. Qualsiasi sia lo stile di riferimento, sia esso cinese, giapponese o indiano, non si esaurisce nel mero sforzo atletico, nemmeno quando la disciplina è svolta a fini agonistici. La filosofia è un elemento fondante delle arti marziali: in alcuni casi viene chiamata flusso di energia, in altri si lavora sul pensiero, ma è comunque parte integrante del gesto tecnico. Se si prescinde dal lavoro sulla propria persona, non si ottengono i risultati desiderati. Molti maestri, tra l’altro, sostengono che chi arriva ad avere una cintura nera la indossa poi (idealmente) anche sul luogo di lavoro, a casa, tra gli amici perché il suo approccio alla vita è mutato. In virtù di questo, sempre più scuole si stanno orientando per proporre le arti marziali ai propri allievi delle elementari o medie. Il caso più eclatante è indubbiamente Scampia: in questo quartiere difficile del napoletano, gli allenatori Gianni e Pino Maddaloni hanno messo in piedi la loro scuola di judo, strappando così molti ragazzi alla criminalità organizzata. Sulla loro storia è stata anche realizzata una fiction: L’oro di Scampia , interpretata da Beppe Fiorello e trasmessa su RaiUno.

Arti marziali

A sinistra, il judoka azzurro Fabio Basile, medaglia d’oro a Rio 2016. A destra, dall'alto, allievi cinesi di arti marziali allo Shaolin Wushu Festival e un combattimento di kendo tra due giapponesi risalente al 1955

A CIASCUNO LA SUA
Ma come ci si orienta tra le arti marziali? C’è solo l’imbarazzo della scelta. Negli anni le discipline sono diventate sempre più numerose (il che non può suonare certo strano, vista la sopracitata ricerca del cambiamento) e ciascuna, a sua volta, si declina in stili diversi. Semplificando (e di parecchio) si può distinguere tra discipline senza armi e con armi oppure tra discipline votate alla difesa e quelle orientate all’attacco, ossia al contatto pieno. Le prime non sono certo meno letali delle seconde (anzi…). Il discrimine sta, semmai, nello spirito che le anima: la consapevolezza delle proprie capacità e la padronanza delle tecniche di combattimento portano chi pratica arti marziali di difesa a cercare di evitare lo scontro, per non essere costretti a ferire, anche fatalmente, il prossimo. Senza dubbio le più conosciute sono karate e judo. La prima è nota anche come la “via della mano vuota”: l’espressione indica la natura essenzialmente di difesa del karate e l’arma utilizzata, ossia la mano. Il termine “vuota” (o aperta, a seconda dell’interpretazione) fa riferimento al lavoro di svuotamento dei pensieri richiesto al karateka: quando si combatte la mente deve essere sgombra e riconciliata con il mondo. Il judo percorre invece la “via della adattabilità” (o gentilezza): il judoka usa la forza dell’altro e le leve per avere la meglio. In questo senso, non si oppone alle forze contrastanti e ai cambiamenti, ma li affronta per volgerli a suo favore. Anche in questo caso non sono previste armi. Sono invece meno note, ma comunque molto praticate, anche il ju jitsu, l’aikido e il kung fu. Anche il ju jitsu sfrutta la forza dell’avversario, ricorrendo a proiezioni a terra, strangolamenti, leve. L’aikido sposa invece la “via dell’armonia dello spirito”: priva di tecniche di attacco, questa disciplina è finalizzata a rendere inoffensivo l’avversario, annullando gli effetti del suo attacco. Si fonda su tecniche di proiezione e leve, ma prevede anche l’utilizzo delle armi, ossia bokken (spada), jo (bastone) e tanto (coltello). Il kung fu è poi l’insieme di tutte le arti marziali cinesi, distinte in dure e morbide. Le prime lavorano sul potenziamento del vigore fisico e si avvalgono di calci e pugni, mentre le seconde puntano sulla respirazione e il potenziamento interiore. In tutto si tratta di una miriade di tecniche tra cui il chung kuo ch’uan (pugilato cinese), il ch’uan fa (metodo di pugilato), il ch’uan shu (arte del pugilato), il wu shu (arte marziale) e il wu i (abilità marziale). È previsto l’uso delle armi. A promuovere il kung fu ha contribuito anche il successo dei film di Bruce Lee. Lui stesso poi sviluppò un’ulteriore tecnica, il jeet kune do. Esiste poi una rosa, molto variegata, di arti marziali di contatto pieno, che si possono definire anche arti marziali di attacco. La più famosa è il taekwondo: di origine coreana, nasce tra gli anni ‘40 e ‘50 e si basa sull’utilizzo dei calci. Da qui si svilupparono molte altre discipline, frutto di varie contaminazioni. Per esempio la occidentale Mma, ossia le arti marziali miste, che unisce le tecniche di boxe alle proiezioni e mosse delle arti marziali orientali, o il krav maga israeliano: il termine significa “combattimento a corta distanza”. La sua nascita risale alla I Guerra mondiale: Israele aveva a disposizione un esercito con poca esperienza e così chiamò Imi Lichtenfeld, esperto in tecniche di lotta occidentali. Lichtenfeld mise a punto un sistema di combattimento rapido da imparare ma ugualmente letale, attingendo alla sua esperienza di pugile, lottatore e a combattimenti da strada. Il krav maga è attualmente insegnato alle forze di polizia, proprio in virtù della sua efficacia.