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«Don’t get mad, get everything! », ossia «Non prendetevela, prendetegli tutto! », diceva nel 1996 Ivana Trump (interpretando se stessa) a Diane Keaton, Goldie Hawn e Bette Midler nel celebre film Il club delle prime mogli . Parlava con cognizione di causa visto che, qualche anno prima, aveva strappato all’ormai ex marito 46 milioni di dollari contro i 28 previsti in caso di divorzio. Una filosofia fatta propria da molti in fase di separazione, quando, pur di ferire il coniuge colpevole della rottura, magari pure adultero, si sono ritrovati disposti a tutto. Altro che dignitosa e razionale divisione dei beni o custodia dei figli condivisa promessa a parole nell’idillio dell’innamoramento! Proprio per questo sono nati i prenuptial agreement , anche detti love contract o accordi prematrimoniali, ormai di uso comune in diverse parti del mondo e forse presto riconosciuti anche nel nostro Paese. È, infatti, prevista proprio per questo autunno la discussione in Parlamento del disegno di legge bipartisan Morani-D’Alessandro, che mira a introdurre tale strumento nel nostro ordinamento giuridico con l’intento di «riconoscere ai futuri coniugi nel momento che precede il matrimonio una più ampia autonomia al fine di disciplinare i loro rapporti patrimoniali e personali anche relativamente all’eventuale fase di separazione e di divorzio». Ritenuti da molti una bieca “patrimonializzazione” dell’amore, ben lontana dagli alti sentimenti sui quali si dovrebbe fondare la nascita di ogni nuova famiglia, per i loro promotori i love contract permetterebbero invece di facilitare un pur sempre doloroso eventuale divorzio e di rilanciare addirittura l’istituto del matrimonio.

DAGLI ALIMENTI ALLA SUCCESSIONE
Al di là delle pur lecite discussioni sul tema, cosa cambierebbe in caso di approvazione della legge? In sintesi, si potrebbe prevedere e mettere nero su bianco in anticipo (ma anche una volta celebrato il matrimonio) cosa accadrebbe in caso di divorzio sia sul fronte patrimoniale (fatto salvo il diritto agli alimenti) sia, per certi versi, personale. Da segnalare che la nuova norma prevedrebbe una maggiore libertà d’azione per le coppie senza prole, mentre in presenza di figli la negoziazione andrebbe autorizzata dal procuratore della Repubblica per tutelarne gli interessi. Significativa pure l’opportunità di stabilire accordi per la successione, anche in deroga alle disposizioni dettate in materia di legittima spettante al coniuge, fatti salvi i diritti riservati dalla legge agli altri legittimari.
Per quanto riguarda poi quel riferimento a eventuali clausole di carattere non patrimoniale, non lasciate correre la fantasia immaginando le curiose richieste fatte inserire dai vip nei loro agreement firmati a due passi dall’altare. Innanzitutto (è ovvio) le eventuali disposizioni non potranno violare le leggi italiane – dimenticate, quindi, di inserire il divieto di risiedere in un determinato comune – ma nemmeno imporre scelte inaccettabili come l’obbligo di fedeltà post divorzio o l’impossibilità di frequentare determinate persone.
Perché siano validi, gli accordi dovranno essere stipulati mediante «atto pubblico redatto da un notaio alla presenza di due testimoni» o mediante convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati. Lo stesso vale nel caso si voglia modificare o sciogliere un accordo già stipulato. Nessun rischio, dunque, di finire come il regista Steven Spielberg che – inguaiato da un informale accordo siglato su un tovagliolo durante una cenetta romantica – dovette versare alla ex Amy Irving 100 milioni di dollari dopo soli quattro anni di matrimonio.

Curiosità 


GLI ADDI PIÙ COSTOSI


ACCORDI DA STAR


Quando venne scritturato per Via col vento, Clarke Gable (in foto con Vivian Leigh) stava divorziando da Lia Langham e, in assenza di un contratto prematrimoniale, la moglie chiedeva diverse migliaia di dollari. Gable risolse il problema accettando la parte a condizione che il cachet fosse sufficiente a soddisfare queste pretese

TUTTO IL MONDO È PAESE
Ma come funziona all’estero? Che piacciano o meno, gli accordi prematrimoniali rappresentano una realtà ormai consolidata in diversi ordinamenti stranieri e affondano le loro radici addirittura nel diritto romano, secondo il quale erano ammessi, a latere della dote, una serie di patti che ne disciplinavano la restituzione in caso di divorzio.
Pionieri nel riconoscimento della rilevanza giuridica di questi accordi sono stati, come spesso accade, gli Stati Uniti. Vediamo dunque come funziona Oltreoceano. La disciplina di tali strumenti è diversa nei vari Stati, vista la mancanza di una legislazione a livello federale. A dire il vero, un tentativo di uniformazione c’è stato, e si è concretizzato prima nell’Uniform Premarital Agreement Act (Upaa) del 1983 e poi nei Principles of the Law of Family Dissolution redatti nel 2002 dall’American Law Institute. Dal 1983 a oggi, però, solo 26 Stati hanno adottato l’Upaa. In ogni modo, questo prevede un principale limite all’efficacia degli accordi prematrimoniali: l’unconscionability , ossia l’iniquità di quanto da essi previsto. Una norma che mira a tutelare la parte debole del rapporto. Per esempio, un motivo di unconscionability si verifica quando il patto prevede l’esclusione dell’obbligo di mantenimento e delle prestazioni alimentari e una delle parti si trovi poi in stato di bisogno. Una norma in linea con quanto prevede anche il ddl italiano. L’Upaa stabilisce inoltre l’obbligo di una dichiarazione fedele dei beni materiali e finanziari di proprietà, in caso contrario la parte sfavorita potrà chiedere che l’accordo venga dichiarato nullo. È sulla base di questi principi che spesso, al momento del divorzio, questi patti vengono oggi impugnati facendo leva su svariate ragioni, comprese anche la mancata consapevolezza sulla portata di quanto stabilito o presunte pressioni psicologiche. Così molti legali e giudici a stelle e strisce stanno creando precedenti che minano la validità dello strumento in quanto tale.
Radicalmente diversa la situazione dell’ordinamento inglese, che nega da sempre il valore vincolante di tali patti. Al contrario, in Germania è possibile anche escludere del tutto la corresponsione di un assegno di divorzio. Sempre tenendo presente, però, la nullità di accordi firmati sfruttando l’inesperienza altrui, così come quelli che prevedono la rinuncia al mantenimento in cambio dell’affidamento dei figli. Infine, se la possibilità di stipulare love contract è prevista dal Codi de familia catalano, in Francia si registra una sostanziale dicotomia tra dottrina e giurisprudenza: se la prima è incline a riconoscere la validità di tali accordi, la seconda tende a negarla.
Non resta che scoprire come andrà a finire in terra italica.