Claudio Abbado

Maestro, o Claudio? A lui piaceva essere chiamato così.

Perfino quando arrivò a dirigere la più importante orchestra del mondo, i Berliner Philarmoniker, dopo poco, lui preferì così. «Basta con questo “Maestro” chiamatemi semplicemente Claudio».

LA BIOGRAFIA COMPLETA DI CLAUDIO ABBADO

Per gli orchestrali, reduci da anni di dirigenza Von Karajan, fu un autentico shock, lo guardarono un po’ strano, ma si adeguarono.

Del resto insieme a lui si sono raggiunti vertici di bellezza e catarsi musicale, come nessuno dimenticherà.

Claudio Abbado era così, la vita doveva essere semplice, nella quotidianità, e lasciare spazio alla bellezza, proprio in questa profondissima semplicità. Questo era il suo specchio.

L’ho seguito un po’, per mare e per sale da concerto e quello che rimane è proprio così. Emozione e commozione per la “sua” musica, unico nella sua parola, nel suo linguaggio che lascia tramortiti per bellezza e profondità. Emozione e nostalgia per chi ha voluto raccogliere tutta la simil bellezza e la forza che viene dal mare, dalla terra e dal cielo. Immerso nella natura, che così tanto gli dava, appariva così, felice…

Quando una persona come Claudio Abbado saluta questa Terra la perdita è molto forte, molto triste, molto significativa.

Vorresti fermare l’emozione di quel concerto, di quell’opera, di quel canto che non tornerà mai più.

Penso a quante, quante persone in questo momento si sentono come me. Orfani per sempre di quella magia musicale e di quella persona speciale.

Quanti orchestrali avrà mai diretto nella sua vita?

Solo pensando alle orchestre più famose, l’orchestra sinfonica della Scala, la London Simphony Orchestra, i Berliner Philarmoniker, i Wiener Philarmoniker e tutte quelle orchestre di giovani da lui create, la Gustav Mahler Jugendorchestrer, la Mahler Chamber Orchestra, l’Orchestra Mozart, l’orchestra del Festival di Lucerna.

LA BIOGRAFIA COMPLETA DI CLAUDIO ABBADO

Lui, sempre con la testa verso i giovani, lui che da primo ha lanciato sul podio Daniel Harding, era il 1997, ancora praticamente imberbe, al Festival di Aix en Provence, lasciandogli alcune repliche del Don Giovanni, con la regia indimenticabile di Peter Brook. Lo fece così, perché ci credeva e scommetteva su tutto quello che la vita gli aveva donato, una sensibilità per la musica impareggiabile.

Un ultimo saluto a Claudio, impresso nella memoria, indelebile. Soltanto ‘grazie’: dire che ti dobbiamo tanto sarà sempre dire troppo poco.