Lorenzo Mieli © Fabio Lovino

Lorenzo Mieli. Dal giugno 2010 è ad di FremantleMedia Italia. È inoltre presidente di Wildside, società di produzione di cinema, fiction d’autore e documentari, nata nel luglio 2009 dalla joint venture tra Wilder, Offside e il duo creativo Fausto Brizzi e Marco Martani

Fare di problematicità virtù. Costi industriali in aumento, budget in continua contrazione. Inevitabilmente, cresce la necessità di riorganizzare – ottimizzandoli – i processi produttivi. Niente di nuovo, si tratta di un’equazione applicabile a gran parte dei settori e delle merceologie, e – forse a sorpresa – anche a quello più etereo e impalpabile che si può: la creatività. Stiamo parlando del mettere a punto un programma Tv, in quanto prodotto di un processo industriale complesso, quasi un unicum, che necessita di una forte componente creativa sia in fase di progettazione che di realizzazione. A metà strada tra l’industria e l’artigianato. E stiamo parlando di una società, la FremantleMedia, di natali inglesi ma di proprietà tedesca (appartenente alla Rtl del colosso mediale Bertelsmann), che nel non lontano giugno 2010 ha deciso di imprimere una forte accelerazione alla sua presenza italiana, affidando la sede locale a un manager giovane e di ottime speranze come Lorenzo Mieli. Già fondatore della Wilder (un titolo tra tutti, Boris ). Per intenderci, è una società di produzione televisiva che fattura in Italia una media di 40 milioni di euro l’anno realizzando show per tutti i broadcaster, vedi The Apprentice , X Factor e Italia’s Got Talent , per non dire di quella straordinaria esperienza di serialità industriale made in Naple rappresentata da 16 anni a questa parte da Un posto al sole , un fenomeno televisivo che ha visto impegnati a rotazione nel tempo circa 5 mila attori, nonché diverse centinaia tra registi, tecnici e maestranze. E stiamo parlando di un settore costretto per sua natura a impiegare un’ampissima componente di prestatori d’opera a tempo determinato (la durata di una singola produzione) e che appunto per questo si trova penalizzato dalle – al momento nebulose – conseguenze della riforma Fornero. Anche se una via d’uscita, a sentire l’amministratore delegato di FremantleMedia Italia, ci sarebbe…

Mieli, cosa sta succedendo?
Succede che a livello internazionale Fremantle sta attuando una maggiore integrazione tra tutti i Paesi, mettendo a punto un sistema di controllo e gestione per macroaree al fine di sfruttare le sinergie internazionali, ispirandosi ai modelli più virtuosi. Ciò sta costringendo tutti a praticare una sorta di spending review interna, con l’obiettivo di rendere i costi dei contenuti più competitivi.

E questo come si ripercuote sull’Italia?
Essendo in fase di decisa espansione – abbiamo riorganizzato la società solo due anni fa – stiamo investendo per darle una struttura sempre più solida. E per questo abbiamo assunto diverse figure chiave al fine di non lasciare ambiti scoperti in fase decisionale, editoriale e organizzativa. Solo che, con l’entrata in vigore della legge Fornero, siamo piombati in una situazione di estrema difficoltà.

Perché?
Gran parte del nostro settore si basa sul lavoro di liberi professionisti o su figure che sono a essi assimilabili, dai ruoli più creativi a quelli più tecnici. E i produttori lavorano su commesse che sono strutturalmente limitate nel tempo, programmi che oggi ci sono e tra sei messi chissà. Quindi, non abbiamo la possibilità di assumere più di un certo numero di dipendenti a tempo indeterminato. La nuova legge pone mille ostacoli all’impiego di liberi professionisti e – in genere – di rapporti di lavoro a tempo determinato. Per esempio, le famigerate “interruzioni”, ovvero la necessità che ci sia un lungo periodo di tempo tra un contratto e l’altro, pena la configurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. L’effetto di queste misure sul settore è devastante. Ci sono persone anche molto qualificate e professionalmente ricercate, che passano mesi a casa disoccupate (gravando sui vari enti previdenziali) solo per effetto di quella norma. Nuove assunzioni, al contrario, non se ne sono viste. Un’altra tegola è arrivata con il decreto Sviluppo, dove – per motivi peraltro comprensibili – si stabilisce che le imprese debbano preoccuparsi della correttezza fiscale e contributiva dei propri appaltatori, attraverso un intricato sistema di certificazioni. L’insieme di queste nuove norme comporta una rigidità e un aggravio dei costi burocratici per le imprese spaventosi, e secondo me spingerà fuori mercato (o nella semi-illegalità) molti piccoli produttori. Noi “grandi”, che abbiamo le spalle un po’ più larghe, ci stiamo attrezzando, cercando vie d’uscita pragmatiche.

In cosa consisterebbero?
Stiamo studiando la possibilità di stabilizzare alcune figure, da un lato, e dall’altro cerchiamo il confronto con i sindacati e con le istituzioni per trovare soluzioni ad hoc che scongiurino il collasso di un settore già messo in ginocchio dalla crisi. Con questo obiettivo mi sto muovendo unitamente all’Associazione dei produttori indipendenti (Apt), affinché il governo possa ascoltare quelle che sono l’esigenze non solo mie ma dell’intera categoria imprenditoriale. L’importante è che si comprenda fino in fondo il nostro sforzo di voler “deprecarizzare”, di voler fare la nostra parte in un momento così difficile per il mondo dell’occupazione, dall’altra però abbiamo bisogno di strumenti e di condizioni affinché quando produzioni lunghe – come una soap piuttosto che un game show – vengono chiuse per il venir meno della committenza, si possano risolvere senza strascichi i contratti indeterminati in essere. Per noi la questione è ad esempio cruciale per una produzione come Un posto al sole .

Reazioni?
Al momento buone. Ho già incontrato anche i sindacati, e ho sentito una grande apertura e disponibilità al confronto. Tutto ciò comporta che le varie parti in causa si rendano conto del fatto che a Napoli esiste una fabbrica, la quale avrà ragion d’essere solo fino a quando il mercato – ovvero la Rai e il suo pubblico – richiederà il prodotto che essa realizza. In caso contrario, liberi tutti… Con ciò si otterrebbe anche l’obiettivo di responsabilizzare il singolo dipendente sul risultato finale del proprio lavoro, e a renderlo in qualche modo partecipe del rischio d’impresa; il che non sarebbe poco.

Sono, come dire, conseguenze della crisi…
Certo, ma sono convinto che dalle crisi non si esca tagliando o risparmiando, bensì rilanciando e investendo. Che è quanto vogliamo fare noi. Dall’altro canto, però, bisogna comprendere al contempo che le condizioni di stabilità formulate in periodi di vacche grasse non sono più praticabili.

Quali potrebbero essere i tempi perché il tutto si concretizzi?
Spero brevi. Se fosse per me, potrei già partire all’inizio del 2013. Mi piacerebbe molto se, proprio all’interno di un settore problematico come quello della produzione televisiva, potessero formularsi dei prototipi di contratti più o meno a tempo indeterminato, fondati non più sul concetto di statalismo anni ‘70, ma sulle realtà di mercato con cui devono fare i conti le imprese. A mio parere, è questa – e solo questa – l’unica forma di contratto a tempo indeterminato ormai possibile.