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Laura Iris Ferro

Nel 1991 è entrata nell’azienda di famiglia, Crinos Industria Farmacologica, fondata dal padre, Gianfranco Ferro, nel 1944 a Villa Guardia, nei pressi di Como. Ma Laura Iris Ferro non si è accontentata di continuare l’attività paterna di ricerca e produzione di farmaci anticoagulanti e antitrombotici. Nel 2001 ha creato una nuova società, Gentium, nella quale ha fatto confluire tutte le attività di ricerca e tutti i brevetti già registrati dalla Crinos. E nel 2005 l’ha quotata allo Stock Exchange di New York. Oggi, con 36 brevetti depositati in Europa e Usa e 106 in fase di approvazione, Gentium è l’unica azienda italiana quotata al Nasdaq. Non è, dunque, un caso che Laura Iris Ferro sia stata indicata dal Wall Street Journal come una delle dieci donne da “tenere d’occhio” in Europa perché in grado di influenzare in modo decisivo il business attuale e futuro.

Lei ha esercitato la professione medica per alcuni anni, poi è entrata nell’azienda di famiglia e nel giro di soli dieci anni ne ha cambiato la vocazione. Qual è la spinta che ha motivato il cambiamento?
La necessità di recuperare una dimensione di competitività nell’attività di famiglia e nello stesso tempo valorizzare lo straordinario patrimonio che quell’esperienza comprendeva. Partendo dalle persone. Il nome Gentium deriva, infatti, dal latino e significa “delle persone”, perché sono i cervelli che fanno la differenza. Mi piacciono le sfide e ho pensato che sarebbe stato importante - non solo per me e per la mia azienda, ma anche per il territorio dove operiamo e per l’Italia - sviluppare un’iniziativa imprenditoriale in un ambito nel quale il nostro Paese non ha una cultura diffusa: il biotech.

Una scelta che il mercato ha approvato.
Molto del nostro successo deriva da un atteggiamento culturale raro in Italia: l’orientamento al rischio. Senza questa attitudine non sarebbe stata possibile una crescita come la nostra, che ha visto il valore dell’azienda passare da 5 milioni di dollari un anno e mezzo fa, prima della quotazione, a circa 190 milioni di dollari di oggi. A questo abbiamo aggiunto la ricerca dell’eccellenza nelle competenze e nei processi, forti investimenti in ricerca e sviluppo e la capacità di coinvolgere un network di centri di ricerca in tutto il mondo.

Recuperare la dimensione competitiva dell’attività di famiglia era il suo sogno, ma come è riuscita a convincere gli investitori della validità del progetto?
Trasformando il sogno in progetto. E rendendolo concreto, aggiungendo un “corpo” all’anima. Un corpo fatto di asset tangibili e intangibili: impianti produttivi e laboratori, ma anche ricerca e collaborazioni con scienziati di fama. Questa combinazione si è rivelata vincente.
C’è voluta grande intuizione per creare Gentium. Quanto contano l’intuizione e il talento nel business?
L’intuizione è un motore decisivo, una scintilla essenziale. Le aziende nascono sulle idee e camminano sul lavoro quotidiano. L’impresa è infatti impegno disciplinato e costante, gioco di squadra e passione per il proprio lavoro. Sono questi gli ingredienti che consentono di raggiungere traguardi importanti.

Per quale motivo Gentium è stata quotata a New York piuttosto che alla Borsa di Milano? Ritiene che il mercato dei capitali italiano non sia in grado di valorizzare le aziende attive nell’innovazione tecnologica?
Il biotech è un settore particolare. Le aziende come la nostra non presentano utili e non sono in grado di garantire dividendi fino alla commercializzazione del prodotto, percorso che dura per alcuni anni. La cultura degli investimenti in Italia - e devo dire che in questo senso Borsa Italiana ne è uno specchio fedele - è molto legata a ritorni sul breve periodo. Negli Stati Uniti invece l’attitudine a esplorare nuove frontiere è molto più sviluppata. Inoltre collaboriamo con un network di prestigiosi centri di ricerca americani - tra i quali anche Harvard - che ci ha reso più facile il dialogo con gli investitori d’oltreoceano.

Il numero dei ricercatori che scelgono di svolgere attività di ricerca in Italia è inferiore rispetto a quello degli italiani che decidono di andare all’estero. Come fate ad attrarre nuovi “cervelli”?
Siamo un’azienda che dispone di attrezzature all’avanguardia, in grado di valorizzare le competenze scientifiche, e che guarda alla professionalità e alle qualità umane innanzitutto. Ritengo che possa essere attraente la nostra spiccata dimensione di ricerca in territori clini­ci sinora inesplorati, come la possibilità di confronto con centri molto avanzati in tutto il mondo e la collaborazio­ne con scienziati di prestigio internazionale.

Il 40% dei dipendenti di Gentium è una donna. Ma la ricerca scientifica è un’eccezione. Come è possibile ac­crescere la presenza femminile nel mondo del lavoro?
Investendo sulle competenze e valorizzando ulteriormen­te due componenti molto femminili come la passione e la creatività. Non credo alle quote rosa, in nessun settore, né nella politica né nell’impreditoria. È però altrettanto vero che ci sono donne in Italia che ritengo assolutamente pronte per incarichi di grande rilievo e rappresentanza.

Come valuta la ricerca farmaceutica delle università?
Ritengo che il primo motore della ricerca sia l’indu­stria farmaceutica, che è anche l’investitore decisivo fi­nanziando il 90% della ricerca in Italia. Senza gli inve­stimenti dell’industria non si avrebbe ricerca nel nostro Paese. Ciò premesso, ritengo che in alcuni casi le nostre università siano in grado di realizzare ricerca di eccellen­za. Si tratta però di una qualità che non sempre è riusci­ta a diventare sistema.

Con quali università italiane e straniere collaborate?
Il network di collaborazioni con centri di prestigio mon­diale è uno dei nostri riconosciuti fiori all’occhiello. Col­laboriamo con istituti quali il Dana Farber Cancer Cen­ter di Harvard e il Fred Hutchin­son Cancer Center negli Usa, l’Ospedale di Monaco e gli Ospe­dali Riuniti di Bergamo. Si tratta di partnership bilaterali che con­sentono un mutuo arricchimen­to di esperienze.

Quali sono gli obiettivi per i prossimi 5 anni?
Cinque anni sono un orizzonte temporale piuttosto lungo. Sicu­ramente puntiamo alla commer­cializzazione del nostro prodotto di punta, il Defibrotide, che dà speranze nella cura di patologie collegate al cancro e alle cure oncologiche. In questo arco di tempo ci proponiamo di sviluppare anche ulteriori applicazioni del Defibrotide e altri principi attivi, attualmente allo stadio iniziale.

In vista della commercializzazione del Defibrotide, ave­te valutato lo spostamento della produzione all’estero?
La produzione di Gentium è connaturata al suo luogo d’origine, non può essere delocalizzata. È italiana e tale rimarrà anche se l’azienda dovesse passare in mani estere, ipotesi tra l’altro attualmente molto remota.

Che cosa ritiene che manchi al mercato farmaceuti­co italiano?
L’innovazione. Mancano aziende che facciano ricerca. Ci vogliono 12 anni per registrare un prodotto, quindi ci vo­gliono 12 anni prima di avere un ritorno economico. La condizione sine qua non per operare in questo mercato è avere la certezza delle regole e la stabilità dei prezzi, men­tre invece negli ultimi cinque anni sono stati attuati dai governi ben 17 tagli prezzo. Questo non facilita gli inve­stimenti in ricerca e rende problematico per le multina­zionali investire in Italia. È un vero peccato.

Lo Stato fa abbastanza per la ricerca in Italia?
Questo è un punto dolente. La ricerca è un fattore com­petitivo molto importante per l’economia nazionale e l’Italia non può certo dirsi all’avanguardia. Siamo indie­tro rispetto a molti altri Stati e tante regioni, europee e d’oltreoceano, sono molto più attive di noi. Purtroppo fi­nanziare la ricerca sembra non rientrare tra le priorità della nostra classe politica.

Le aspettative di vita si allungano sempre di più anche per merito dei farmaci. Ma qual è l’apporto che la medi­cina può dare al miglioramento della qualità della vita?
Grazie ai progressi della ricerca e alla disponibilità di nuo­vi farmaci non solo si può vivere più a lungo ma si può an­che vivere meglio. Di fronte a patologie devastanti, come il cancro, magari si arriva a pensare che - nell’impossi­bilità di debellare la malattia - guadagnare mesi o qual­che anno in più di “buona” vita sia troppo poco. Io pen­so che invece, per i pazienti e la loro famiglie, possa es­sere comunque un traguardo importante. Vincere questa impervia battaglia è sicuramente per noi ragione di impe­gno quotidiano.

Che cosa pensa della liberalizzazione del mercato dei farmaci?
Sono favorevole. Anche se c’è un problema: i produt­tori sono responsabili civilmente e penalmente per il mercato dei farmaci per tutta la catena, dalla produ­zione fino al paziente. Finora il produttore consegna­va alla farmacia e l’ultimo tratto della catena, dalla far­macia al consumatore, lo garantiva il farmacista. Man­cando questa figura di riferimento sono un po’ preoccu­pata che ci sia un uso indiscriminato e non qualificato dei farmaci. Credo che il consumatore vada consiglia­to nell’acquisto.

Ma secondo il Decreto Bersani la grande distribuzio­ne può vendere farmaci solo presso corner presidiati da farmacisti.
Nel caso in cui ci sia l’assistenza sono d’accordo. Oltre che per i consigli al consumo, non si deve dimenticare che il farmacista è fondamentale anche nel controllo per­ché a questa figura spetta la rilevazione di tutti i dati di farmacovigilanza e la segnalazione delle eventuali reazio­ni avverse da farmaci.

Prima medico e ora capo di un’azienda, presidente del comitato di ricerca Europharm e membro del comitato esecutivo di Farmindustria. Come è possibile conciliare tutti questi impegni con la vita privata?
Per alcuni anni ho dovuto rinunciare alla mia vita pri­vata, perché prima di tutto venivano il lavoro e i figli. Quando i bambini erano piccoli, è stato molto faticoso, ma ora hanno 23 e 26 anni, vivono fuori di casa e non hanno più bisogno di me. Adesso posso dedicarmi alle mie passioni. Mi piace andare in barca a vela, a teatro e al cinema, ascoltare musica jazz. Tutte le mamme che lavorano hanno un forte senso di colpa per compensa­re il quale devono essere più perfette delle altre, cercan­do di conciliare l’inconciliabile. Credo che l’importan­te sia mantenere una certa serenità di spirito e render­si conto che la perfezione non esiste. Non si può essere la mamma migliore del mondo e la professionista miglio­re del mondo.

Eppure, a giudicare dal riconoscimento del Wall Street Journal lei ci è riuscita?
Ma solo dopo un bel po’ di anni di esperienza.

LE PASSIONI DI FERRO
Libro
Il barone rampante di Calvino e L’Alchimista di Paulo Coelho
Musica
Zucchero e il mio amico direttore d’orchestra e pianista Marino Formenti
Vino
Arneis
Film
Corvo rosso non avrai il mio scalpo
Luogo
Tellaro (un borgo marino vicino a Lerici, La Spezia) e la Valtellina
Hobby
Vela, teatro, lettura, passeggiate col cane nei boschi
Squadra
Il team di Gentium e l’Inter