Tim Berners-Lee e i rischi del monopolio del Web

Tim Berners-Lee © Getty Images

A preoccupare il creatore del World Wide Web è la concentrazione degli algoritmi nelle mani di pochi soggetti privati

Internet non è la terra della democrazia: a sostenerlo è il suo stesso creatore, Tim Berners-Lee. Intervistato da L’Espresso, l’ideatore del World Wide Web sostiene che oggi il mondo si trova davanti a un bivio: bisognerà scegliere «tra un Web “per tutti”, che rinforza la democrazia e fornisce a tutti le stesse opportunità, e un Web in cui “il vincitore piglia tutto”, aumentando così ulteriormente la concentrazione di potere economico e politico in capo a pochi soggetti».

VICINI AL MONOPOLIO DEL WEB. A impensierire Berners-Lee è il fatto che solo pochi soggetti privati siano in possesso di svariati e importanti algoritmi: una situazione che sfiora il monopolio. «Prima di tutto bisogna precisare che gli algoritmi sono i mattoni dell’intelligenza artificiale, e sono ciò che ci aiutano a orientarci nel traffico, ottenere una traduzione di cui abbiamo bisogno o, quando ci rechiamo all’ospedale, diagnosticarci problemi di salute. Insomma, molti algoritmi hanno un immenso valore per noi tutti», spiega. «Ciò che preoccupa è che grossi soggetti privati gestiscano gran parte delle nostre vite, perché la motivazione di questi colossi, in un sistema capitalista, è egoistica: massimizzare i propri risultati. E perché un’azienda con così tanto potere dovrebbe servire l’interesse degli utenti? Nel caso tuttavia in cui gli algoritmi di un’azienda non fornissero più all’utente informazioni utili sul mondo, ma solo su certi prodotti…».

IL FATTORE RESPONSABILITÀ. La stessa impostazione del problema sulla base della dicotomia sicurezza/privacy sarebbe mal posta: se si vuole davvero mantenere l’impianto democratico e decentrato con cui è nato il Web, occorre reintrodurre il concetto di responsabilità. «Centrale è che quando un’azienda assume una posizione dominante deve comportarsi in modo responsabile. E dunque il governo deve disporre di un metodo per influenzarla, dato che in alcuni casi l’azienda è perfino più potente». Il ragionamento vale, a maggior ragione, quando si tratta della lotta al terrorismo: «Le cose non sono semplici come vorrebbe chi riduce il dibattito a una semplice opposizione tra sicurezza e privacy. Manca la responsabilità. Se detieni un sacco di informazioni sul mio conto, ma posso sapere come le usi perché il processo politico e normativo che ti consente di farlo è chiaro, la questione è molto diversa. Quando Snowden ha fatto le sue rivelazioni, in molti sono rimasti scioccati dalla raccolta massiva di dati; lo shock ancora maggiore, tuttavia dovrebbe riguardare a mio avviso il cosa viene fatto con quei dati».

COME EVITARE GLI ABUSI. Interpellato su come evitare gli abusi degli algoritmi, Berners-Lee indica la strada della trasparenza, l’unica in grado di dare vita a un sistema in cui «le agenzie governative rendono conto ai cittadini. E bisogna guardare alle risposte politiche e tecnologiche insieme». Personalmente, Lee si è detto favorevole alla crittografia dei dati, pur ammettendo che esistono ancora due problemi: «il primo è che in ogni caso i metadati (tutto fuorché i contenuti, ndr) delle comunicazioni sono visibili, e dunque anche cifrando tutto non avremmo più sicurezza; il secondo è che sarebbe bene, invece, che chi comprende la tecnologia lavori con i governi. Per esempio, per capire quali algoritmi usare per il bene di tutti».

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