Roberto Gavazzi

Roberto Gavazzi © Tommaso Sartori

Ottant’anni e più all’insegna dell’innovazione: dall’intuizione di Piero Boffi nel 1934 ai 27 anni di gestione dell’a.d. Roberto Gavazzi, dal 2015 amministratore delegato anche di DePadova dopo l’acquisizione dello storico marchio del design d’interni. Bellezza – la prima cucina degna di un’esposizione alla Triennale di Milano risale agli anni 60 – e visione, con l’apertura di monomarca in Italia e nel mondo, si uniscono nell’esperienza di un’azienda che negli anni ha ampliato il suo mercato ai bagni e ai sistemi, tenendo sempre ben salda l’identità made in Italy.

A un anno dal suo inizio, Expo resta nelle cronache solo per questioni di conti. Ma che cosa rimane all’Italia e nel Paese di quell’evento?
Dovunque mi rechi nel mondo, posso garantire che l’immagine di Milano è decisamente migliorata, in particolare nel mondo del design e dell’architettura, che guardano sempre alla nostra città grazie al Salone del Mobile. L’Esposizione universale ha dato un tocco in più, dimostrando la nostra capacità di saper organizzare un simile evento in maniera semplice, capace di comunicare i temi legati all’alimentazione in modo immediato.

Salone e non solo, c’è anche il Fuorisalone con tutte le sue sfaccettature che hanno conquistato ogni angolo della città. Ora c’è chi propone di allargare l’esperienza al resto dell’Italia. Sarebbe rischioso cercare di scindere il legame tra il design e Milano?
Come sempre, quando ci sono cose che funzionano, si pensa di copiarle. In questo caso sarebbe un errore, perché già oggi l’eccessiva parcellizzazione rende la Design Week uno strumento difficile da visitare, capire e apprezzare. Oggi c’è un po’ di confusione, c’è bisogno di più selezione e segmentazione per agevolare la ricerca di ciò che interessa a ciascuno.

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I CLIENTI SONO PIÙ ESIGENTI

E INFORMATI PERCHÉ

SONO INTERESSATI A CAPIRE

IL REALE VALORE INTRINSECO

DEGLI OGGETTI

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Il Salone è una certezza per Milano, come il design lo è insieme con il food e il fashion per la nostra altalenante economia. In che cosa consiste la forza vitale del vostro comparto?
Nonostante le difficoltà del real estate, il settore è passato tutto sommato indenne da questi anni di crisi. Forse ha perso qualche pezzo per strada, ma oggi il design italiano è più forte e consolidato che mai, perché comunica un’efficienza di sistema industriale unica. Nel mondo ci sono esempi di buon design un po’ ovunque, ma il nostro tessuto, abbinato alla capacità industriale dei distretti, è una prerogativa unica.

Parliamo di circa 13.500 imprese nel solo milanese, delle quali il 70% sono pmi: come si fa a tutelare un simile patrimonio in tempi di crisi salvaguardando un tessuto prezioso di collaborazioni, conoscenze e relazioni?
Questo sistema va difeso e portato avanti aggregando le forze per lavorare su tre ordini di problemi. C’è un problema di finanza, che va affrontato e risolto per dare ossigeno alle piccole aziende strangolate dalla mancanza di credito. Va sciolto poi il nodo della formazione, perché corriamo il rischio di perdere un patrimonio di conoscenze che andrebbe invece incrementato con lo studio di temi avanzati di tipo produttivo, organizzativo o distributivo. L’ultima questione è quella dell’internazionalizzazione, un percorso nel quale le pmi vanno accompagnate per uscire dall’asfittico mercato nazionale.

A proposito di persone e prospettive, il comparto sta vivendo anche un periodo di cambio generazionale. È un rischio o un’opportunità di far entrare forze fresche?
Le novità sono sempre positive, anche quelle che possono spaventare come l’arrivo di investitori di private equity e i processi di acquisizione e aggregazione, che da noi stanno avvenendo in ritardo rispetto ad altri settori. Il ricambio generazionale, invece, è una questione più complessa, che in Italia non sappiamo gestire sempre al meglio. L’azienda famigliare è un ottimo strumento finché riesce a perpetuarsi, ma l’avvicendamento va portato a termine con saggezza e prudenza. Molti colleghi hanno fretta di far entrare i figli subito dopo la scuola, senza far loro affrontare studi universitari o provare esperienze altrove.

Aziende creative hanno bisogno di imprenditori e manager creativi?
È difficile per i manager raggiungere incarichi importanti in realtà di un certo livello, dove le famiglie occupano tutte le caselle e questo rende complicata la costruzione di una classe di dirigenti. Me ne accorgo quando parlo con i cacciatori di teste: fanno una fatica terribile per trovare risorse adeguate nel nostro mondo. La questione della creatività è secondaria: serve sensibilità ai temi creativi, ma non bisogna per forza essere dei designer per gestire un’azienda.

Qualità, ecologia, responsabilità sociale sono diventati più importanti della semplice estetica. Colpa della crisi o dei consumatori che sono “maturati”?
Innanzitutto è cambiato il valore del denaro, perché è diminuito quello a disposizione per molti. E se cambia il valore dei soldi cambia il valore degli oggetti. Il consumatore è più attento, esigente e informato anche grazie a Internet. La sostenibilità e l’intelligenza complessiva delle proposte sono perciò sempre più importanti: bisogna essere capaci di rispondere alle istanze della società, ma si può essere credibili solo se si ha alle spalle un’azienda coerente con quei valori. Questo rende ancor più complicato il nostro mestiere imprenditoriale, perché il messaggio va comunicato con coerenza su tanti mercati e deve essere adattabile ai vari contesti con costi accessibili.

Sempre più le aziende premium rifiutano il concetto e la definizione di “lusso” a causa dell’accezione negativa che ha ormai assunto, preferendo l’etichetta “alto di gamma”. Basta la parola per cambiare il contenuto?
I valori legati al concetto di lusso si adattano benissimo a chi cerca la sola soddisfazione del consumatore. Il design, invece, richiede un passo in più, l’apprezzamento da parte del cliente di quel contenuto di creatività, manifattura, modernità e funzionalità, intrinseco in ogni prodotto di furniture design.

Le esigenze del pubblico vanno interpretate o anticipate?
In un certo senso entrambe le cose. Per questo motivo cerchiamo di tenere sott’occhio tanti ambiti, non solo nell’evoluzione del modo di abitare, ma anche nel modo di vivere: architettura, moda, tecnologia. L’esempio più evidente riguarda le librerie: mentre tutto diventa digitale, i libri hanno perso un po’ di interesse nelle case. Un altro tema centrale in questi tempi è la disponibilità di spazi importanti che si riducono sempre di più: avere spazi multifunzionali, aperti e adattabili a più funzioni è diventata un’esigenza anche al livello più alto dell’abitare. Allo stesso tempo, però, si sta di più in casa e talvolta vi si lavora anche: non c’è più spazio per la scrivania classica, ma allo stesso tempo si ha bisogno di un piano dove appoggiare il computer.

Come si sintetizza il risultato di questa ricerca e, in definitiva, l’obiettivo del vostro lavoro?
Cerchiamo la più sofisticata qualità della vita all’interno degli spazi abitativi. È un concetto che unisce gusto, raffinatezza, selettività, unicità e contemporaneità: tante cose che vanno a mescolarsi in un’offerta che deve essere eterogenea e in parte democratica.

Ma qual è il bisogno più importante da soddisfare, l’ostentazione di un gusto o di una ricercatezza?
L’esteriorità conta molto meno rispetto al passato. Questo – va detto – accade però solo nei mercati maturi, mentre in quelli giovani il prodotto deve ancora avere un marchio forte e deve essere, in un certo senso, “luccicante”.

Esiste un limite all’inventiva, qualcosa che tenga i designer con i piedi per terra?
La libertà assoluta è legata al mercato e a quanto uno vuole andarci vicino. C’è sempre un bisogno, intellettuale o pratico, che deve essere soddisfatto e limita gli aspetti creativi. Nei nostri prodotti in particolare, cucine o armadi, è difficile essere estremamente fantasiosi: ci sono vincoli importanti, anche sotto l’aspetto della produzione.

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IL NOSTRO OBIETTIVO

È RAGGIUNGERE

LA PIÙ SOFISTICATA QUALITÀ

DELLA VITA ALL’INTERNO

DEGLI SPAZI ABITATIVI

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Arriviamo dunque al tanto abusato tema dell’innovazione: ma in cosa consiste veramente innovare in tema di design, in un mondo in cui la tecnologia la fa da padrona?
A livello produttivo, l’innovazione ha permesso di creare fabbriche sempre più piccole e snelle, quindi più flessibili e capaci di gestire lotti piccoli e agili. Nei prodotti, invece, l’innovazione si fa soprattutto nei materiali, dato che il disegno vede una convergenza generale su proposte abbastanza simili. Infine, c’è l’innovazione più vicina al consumatore, quella che ricerca soluzioni alle necessità odierne adattando la capacità progettuale degli spazi. Non basta più pensare ai singoli pezzi del progetto, si deve costruire una coerenza complessiva a tutti questi aspetti.

Se dovesse indicare dei padri nobili del settore, quali nomi farebbe e perché?
Dei designer del passato, dico Pierino Busnelli con B&B perché mi sembra l’esempio di chi, partendo da zero, è riuscito a costruire qualcosa di grande grazie alle sue intuizioni. Aveva la capacità di incasellare le mosse della sua azienda nella direzione giusta, adattandola ai cambiamenti delle varie epoche. Oggi mi piace molto il progetto di Claudio Luti su Kartell, un brand che ha avuto un’impressionante sviluppo mondiale seguendo una formula intelligente: esternalizzare le produzione e semplificare il modello di funzionamento per concentrarsi sui negozi in franchising a livello internazionale. Questo modello distributivo ha fatto la fortuna della nostra moda, ma resta ancora sconosciuto o quasi al design.

Sembra che i prossimi tre-quattro anni saranno decisivi per il futuro del settore. In quali aspetti e in che misura?
Ci sono molte variabili in gioco: il digitale, innanzitutto, che potrebbe diventare determinante. Magari non nell’acquisto diretto, ma nella presa di coscienza e anche negli spazi espositivi grazie alla realtà virtuale. La distribuzione tradizionale, che costa moltissimo e fatica a trovare personale di qualità, sta scomparendo. Anche perché la carenza di liquidità non aiuta chi deve comprare mobili per rivenderli. Nei prossimi anni sarà decisiva la crescita in nuove aree come l’Asia, che sta acquisendo la giusta cultura, ma anche il rilancio di mercati maturi come gli Stati Uniti. Anche l’Europa ha molti spazi di crescita per chi è capace di cogliere le giuste variabili di successo.